Da alcuni mesi circola l’idea di smaterializzare le voci dei propri cari per ricostruire, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, una copia con cui restare in contatto dopo la morte. In pratica nonni, genitori, amici o coniugi, verrebbero tramutati in un chatbot, tale da ammorbidire e riassorbire il lutto della perdita. E mentre un’umanità al crepuscolo osserva impotente le conseguenze della propria volontà di dominio, nonché le complicazioni connesse alla sua stessa sopravvivenza, si sfilacciano i suoi residui identitari. Unica coerenza nelle fasi di declino, resta il paradosso, scriveva Santo Mazzarino.
Dei molti paradossi, la convinzione continua di dover scovare del buono nel progresso tecnico. Tra le speranze più tenaci, rimane la promessa che la tecnica sopperisca ai danni causati dalla stessa tecnica. Assistendo in presa diretta all’avvento dell’intelligenza artificiale, si resta sbalorditi dinanzi a chi strenuamente ne difende l’ascesa. Processo inarrestabile, quasi un Destino con cui fare i conti, senza discussione. Dall’Ottocento in avanti lo slancio umano si è nutrito di inevitabilità. Si dice che il progresso vada amministrato. Che possa portare miglioramenti, che i miglioramenti siano anzi evidenti. Indiscutibili. Eppure, non sono gli astrusi gruppi di potere finanziario e tecnologico ad alimentare la macchina. Bensì l’insieme degli individui. Le popolazioni. E poi la specie umana nella sua interezza.
L’evoluzione biologica non tende a nulla e l’evoluzione culturale, che ne è una ramificazione, parimenti non si quantifica in successive innovazioni. Si stratifica nelle contraddizioni e negli slanci insensati. Nella prassi, oggi gli esseri umani demoliscono il proprio ambiente naturale per ricavare terre rare (rare, perchè ottenibili solo in questo modo), estraggono risorse energetiche e pompano acqua verso enormi data center. Scopo del data center è contribuire a preservare una buona dose di supremazia tecnologica, necessaria alla sopravvivenza degli Stati Uniti o della Cina. In secondo luogo, il data center smaterializza (pur profondamente materiale) tutto quanto prodotto dall’uomo. Accoglie ricordi. Rielabora informazioni. Si insinua nella vita, come comodità estrema. L’uomo annienta quanto lo circonda per impigrirsi.
Nella semplicità di delegare la scrittura di una mail, la ricerca di un itinerario, di un ristorante, di un programma, nell’organizzare la propria vita, come nel trovare una risposta alle proprie domande, aumenta il tempo a disposizione. Il celeberrimo tempo libero, bieca invenzione capitalista scambiata per gioiosa concezione. Ma il tempo libero ne esce smantellato. Intimamente inutile. Perché il tempo libero della società disumana (post-umano sarebbe riduttivo), nel mondo più o meno sviluppato, è semplice consumo. Dallo scorrimento forsennato di contenuti, passando per la ricerca dell’intrattenimento. Quest’ultimo è misura unica ed essenziale della vita moderna. Non una parentesi tra un impegno e l’altro, bensì scopo e direzione finale. Efficientamento, per disporre di tempo per smettere di pensare. Smettere di pensare, perché faticoso, per poter continuare a smettere di pensare.
Lungi dall’ammettere che il pensiero sia biologicamente utile, che lo siano la noia, il dolore, il tempo impiegato per ricercare, scrivere e rielaborare contenuti, qualunque esso sia, questi ultimi hanno determinato l’umano fino ai giorni nostri. Hanno alimentato una vita di dolore, a cui l’alienazione moderna ha aggiunto i dolori del lavoro, salutato come valore. Quando l’uomo divenne intelligente (qualunque cosa voglia dire) e cosciente (qualunque cosa voglia dire), si portò dietro il privilegio e l’oscurità di un simile passaggio. L’immaginazione creativa avvolse tali e tante caratteristiche, rendendo la vita degna di essere sofferta. Per la prima volta la massima incoerenza materiale, ovvero un sacrificio immane, ambientale e non solo, serve a ripulire l’uomo delle sue incoerenze evolutive. E forse un giorno preferiremo tutti impeccabili articoli prodotti dall’intelligenza artificiale a un flusso di coscienza orgogliosamente “retrogrado”. Le magnifiche sorti e progressive non possono attendere.