OGGETTO: Prima di chiedersi cosa sia una macchina
DATA: 23 Settembre 2026
SEZIONE: Tecnologia
FORMATO: Visioni
AREA: Altrove
L'informatica ha preso in prestito dalla filosofia la parola "ontologia" svuotandola del suo contenuto originale. Per i filosofi quella parola indicava la domanda su cosa significhi esistere. Per gli informatici indica un catalogo di oggetti e relazioni utile a far funzionare i sistemi. Ma un catalogo, per quanto sofisticato, non può cogliere ciò che ha un centro indivisibile - e questa è esattamente la domanda che la parola, nella sua accezione originale, era attrezzata a fare. Oggi quella domanda non si pone più, e nessuno se ne accorge.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Tra il 29 giugno e il 2 luglio del 2026, al Moscone West di San Francisco, si è tenuta l’AI Engineer World’s Fair: quattro giorni, oltre seimila partecipanti, dodici tracce parallele al giorno, Microsoft come sponsor principale. Una delle tracce dell’ultima giornata era intitolata Graphs. Lì Frank Coyle, che ha insegnato informatica per trentun anni alla Southern Methodist University e che oggi tiene corsi di intelligenza artificiale generativa e modelli linguistici a Berkeley e all’Università di Bologna, è salito sul palco per rispolverare un termine che nel suo campo suona come fosse d’antiquariato: ontologia. Ha spiegato a cosa serve, ovvero a tenere sotto controllo i sistemi che oggi rispondono alle domande di chiunque. Un insieme limitato di regole attorno a un ciclo illimitato. Le macchine che generano testo procedono per probabilità, e a volte escono fuori strada; un’ontologia è ciò che le riporta nei binari. Un modo, ha detto, per fare in modo che rimangano oneste con loro stesse.

Non era una voce isolata. Nella stessa manifestazione l’amministratore delegato di Neo4j, azienda di database a grafo e sponsor dell’evento, ha illustrato come far girare su base ontologica interi sistemi di agenti automatici. L’intervento di Coyle è diventato uno dei video più visti fra quelli pubblicati dopo l’evento. Il 26 luglio, su X, un utente lo ha commentato così: “per discutere di ontologie bisogna avere passato i quaranta”. Il tono della battuta dice qualcosa di chiaro. Quella parola appartiene a un’epoca precedente a quel mestiere, quando si costruivano cataloghi invece di addestrare modelli: un termine tecnico invecchiato, tornato utile. Che fosse anche altro, in quella sala non risultava a nessuno. Prima di significare grafi, ontologia significava un’altra cosa.

Nel 1952 Paul Tillich tenne negli Stati Uniti il ciclo di conferenze da cui nacque Amore, potere e giustizia, pubblicato due anni dopo. Per spiegare da dove intendesse partire, dovette prima chiarire che cosa fosse l’ontologia, e lo fece per esclusione. Essa non si interroga su stelle, piante, animali e uomini. Non si interroga a proposito degli eventi e di coloro che vi sono coinvolti. Di tutto ciò si occupano l’analisi scientifica e la descrizione storica. L’ontologia si rivolge invece alla semplice e infinitamente difficile domanda: cosa significa essere? Quali strutture sono comuni a tutto ciò che è, a tutto ciò che è partecipe dell’essere? Non un inventario delle cose, dunque. La domanda è un’altra: che cosa affermiamo, quando affermiamo che qualcosa è. Tillich aggiungeva che l’ontologia precede tutte le altre discipline: non nel tempo, ma per dignità logica e profondità dell’analisi.

Nel 1993 un informatico di Stanford di nome Thomas Gruber pubblicò la definizione che sarebbe diventata la più citata del suo campo. Un’ontologia è la specificazione esplicita di una concettualizzazione: e per concettualizzazione si intendevano, nel vocabolario del settore, gli oggetti, i concetti e le altre entità che si presume esistano in una certa area di interesse, e le relazioni che li legano. Gli oggetti, i concetti, le entità di un’area di interesse. Esattamente ciò che, quarantun anni prima, Tillich aveva elencato per dire che l’ontologia non se ne occupa. Gruber era consapevole della provenienza del termine. In un documento divulgativo del suo laboratorio lo scrive: è preso a prestito dalla filosofia, dove indica un resoconto sistematico dell’Esistenza. Che cosa succede quando qualcuno è costretto a rispondere davvero a quella domanda, l’aveva immaginato uno scrittore francese nello stesso anno in cui Tillich teneva le sue conferenze.

Jean Bruller, che firmava con il nome di battaglia Vercors, pubblicò nel 1952 Animali snaturati. Il libro nasce da una constatazione: cercando la definizione di uomo in dizionari ed enciclopedie, l’autore ne aveva trovate tante quante sono le religioni e le filosofie. Poi aveva chiesto a un antropologo dove passasse esattamente, sul piano zoologico, il confine fra l’animale e l’uomo, e aveva scoperto che lo specialista non sapeva tracciarlo. Da lì il romanzo. In Nuova Guinea una spedizione scientifica trova una colonia di quadrumani. Scimmie, in apparenza – ma vivono in caverne e seppelliscono i morti. Mentre gli scienziati discutono come classificarli, un uomo d’affari li osserva e ci vede manodopera a costo zero: se sono animali, si possono comprare. È quel calcolo, non la ricerca scientifica, a rendere urgente la questione. Per impedirlo bisogna dimostrare che sono uomini, e nessuno sa come si faccia. Douglas Templemore, il giornalista che accompagna la spedizione, trova il modo. Genera un figlio da una femmina della specie e lo uccide appena nato, poi chiama la polizia e si autodenuncia. Se la vittima era umana è omicidio; se non lo era, non è successo niente. Un tribunale sarà obbligato a stabilire quale delle due cose sia vera.

Ottieni un biglietto (gratuito) per Bayram – Il tempo della cosmopolitica

Il processo occupa metà del libro. Sfilano antropologi, psicologi, zoologi, e ogni criterio che propongono – il linguaggio, le connessioni cerebrali, la capacità di porsi domande – viene demolito dal testimone successivo. A un certo punto un giurato chiede alla corte di ricordare alla giuria la definizione legale di uomo. La corte risponde che non esiste: non in Inghilterra, non altrove, neppure in Francia, dove è definito tutto, perfino a chi appartenga l’uovo che la gallina depone nell’aia del vicino. È strano, ammette il giudice, ma si dà il caso che sia così. La giuria si ritira e torna dichiarando di non poter decidere. La faccenda passa al Parlamento, che vota una legge in tre articoli. Il primo stabilisce che l’uomo si distingue dall’animale per lo spirito religioso. Il secondo elenca in ordine decrescente i segni dello spirito religioso: la fede in Dio, la scienza, l’arte, le religioni e le filosofie, il feticismo, i totem e i tabù, la magia, la stregoneria, il cannibalismo rituale. Il terzo dispone che ogni essere vivente il quale mostri anche uno solo di quei segni sia ammesso nella comunità umana. Costretti a dire che cos’è un uomo, i legislatori producono un elenco di attributi osservabili con una soglia di ammissione. Mentre la proposta è ancora in discussione, il giudice che aveva presieduto il processo obietta che è una definizione terribilmente equivoca, che estrapolata dal contesto non vuol dire niente e può servire a sostenere l’esatto contrario. Il ministro gli risponde che è proprio quello che fa comodo. La legge passa.

Si dirà che i due modi di intendere il termine differiscono per ambizione: gli uni volevano dire cos’è l’essere, gli altri si accontentano di catalogare ciò che serve, e la seconda strada, più modesta, è anche la sola praticabile. È l’obiezione che il mondo tecnico rivolge a se stesso. Un oggetto qualunque ammette infinite descrizioni: una sedia è un insieme di materiali, un prodotto industriale, un posto dove sedersi, e nessuno di questi modi di dirla esaurisce gli altri. Catalogare il mondo per intero è impossibile; catalogarne una porzione riesce benissimo, ma serve solo a quella porzione. Chi promette a una macchina il quadro completo della realtà sta promettendo o una cosa irrealizzabile o una cosa inutile. È un’obiezione corretta, e fa il suo mestiere. Ma spiega il fallimento con l’abbondanza: i modi di descrivere una cosa sono troppi. Tillich, nello stesso libro, nel capitolo dedicato al potere, formula qualcosa di diverso. Stava discutendo del limite oltre il quale la coercizione si rovescia nel proprio contrario. Nulla, osserva, può essere forzato a diventare ciò che contraddice la sua natura: se ci si prova, la cosa non viene forzata, viene distrutta. E aggiunge che non si può trasformare un essere vivente in un meccanismo completo senza rimuoverne il centro, e che rimuovere il centro significa distruggerlo come unità vivente. Si possono meccanizzare quasi tutte le sue reazioni, ma finché è vivo restano sotto-centri che reagiscono spontaneamente. Spontaneità, precisa, significa che una reazione è suscitata da uno stimolo ma non forzata da esso; e per questo non è calcolabile, perché una reazione che coinvolge il tutto passa sempre per il centro, e il centro non è calcolabile in quanto indivisibile.

Sono due diagnosi dello stesso fallimento, e non dicono la stessa cosa. La prima si ferma alla quantità. La seconda afferma che ciò che ha un centro non si lascia cogliere dall’esterno, per quante descrizioni si accumulino: non perché manchino dati, ma perché il centro non si scompone nelle parti che lo formano. Questo è quanto l’accezione più antica riusciva a dire e l’altra non può dire. Non è nostalgia per un vocabolario più nobile: è una proposizione precisa, formulata a proposito dei limiti della coercizione, che oggi si applica a ciò che allora non esisteva. La risposta, nel romanzo di Vercors, arriva. Non in tribunale: in una sala di comitato, dove lo stesso giudice espone una tesi che in aula non avrebbe potuto formulare. L’animale fa tutt’uno con la natura, dice, e per questo non può interrogarla: per interrogare bisogna essere in due, uno che interroga e uno che viene interrogato. L’uomo è ciò che si è staccato. Prima dello strappo si è animali, dopo uomini. Animali snaturati, ecco cosa siamo. Nessuno obietta. Ma qualcuno fa la domanda successiva, ed è quella che conta: se è lo strappo a fare la persona, da quale segno si riconoscerà che un essere l’ha compiuto? Nessuno risponde. Ed è per questo che la legge, alla fine, elencherà feticci e tabù invece di definire lo strappo. Se ciò che fa l’uomo è uno strappo interiore, non c’è niente da osservare dal di fuori; e allora si osservano i segni, che sono un’altra cosa.

Oggi la stessa asimmetria si ripresenta. Si discute se i sistemi che rispondono alle domande di chiunque abbiano intenzioni, se meritino tutele, chi risponda di ciò che fanno. Sono questioni serie e non rimandabili, e vengono affrontate con lo strumento disponibile: elenchi di attributi, soglie, classificazioni. Lo strumento funziona nei limiti in cui funziona un catalogo. Ma prima di chiedersi che cosa sia una macchina bisognerebbe sapere che cosa si sta chiedendo. Non che cosa distingua una macchina da un uomo, ma piuttosto cosa significhi, per qualcosa, essere. In aula, nel romanzo, quella domanda non si poteva nemmeno formulare; ed è la stessa che una certa parola serviva a fare, finché ha significato quello. Chi oggi la pone non trova più, dietro quella parola, una domanda. Trova un catalogo.

I più letti

Per approfondire

Palantir e l’architettura invisibile del potere

L’intelligenza artificiale sta ristrutturando lo Stato attorno a sistemi tecnici che calcolano priorità, orientano decisioni e ridisegnano la sovranità, trasformando la politica da spazio di scelta e conflitto sui fini in architettura operativa che sa sempre più “come” ma sempre meno “perché”.

«La vera differenza strutturale è tra coloro che conoscono e coloro che sono ignoranti». La società del XXI secolo secondo Giuliano Noci

Stiamo regredendo per nasconderci di fronte alla complessità del mondo? O stiamo livellando il piano per l'arrivo delle macchine, che, forse, non saremo in grado di dominare? Per rispondere a queste e ad altre domande abbiamo interpellato Giuliano Noci, Prorettore del Politecnico di Milano, membro del Comitato della Presidenza del Consiglio dei Ministri per la definizione delle strategie nazionali per l’intelligenza artificiale, ed editorialista de Il Sole 24 ORE.

Pensiero, calcolo, simulazione

La degenerazione del pensiero filosofico analitico si manifesta con una forma espressiva divoratrice di significati. Questo è l'intelligenza artificiale: un golem che prende i nostri concetti e li tratta come fossero dei giochi da manipolare sintatticamente e logicamente per fornire risposte veritiere ma non vere.

Dei delitti e degli algoritmi

Giudici sostituiti da macchine, macchine sostituite da algoritmi. La Giustizia che sarà o che vuole essere.

Algoritmi che uccidono

L'intelligenza artificiale sta rivoluzionando il campo delle guerre ibride, influenzando la strategia e la tattica dei conflitti. Dalla localizzazione precisa delle truppe nemiche all'uso di deepfake per destabilizzare mercati finanziari e amplificare l'impatto psicologico sugli avversari, l'IA gioca un ruolo sempre più centrale. La capacità di manipolare masse e di condurre operazioni cognitive avanzate su piattaforme come TikTok dimostra come essa possa trasformare dispositivi domestici e algoritmi di rete in potenti armi di guerra.

Gruppo MAGOG