OGGETTO: La scuola che tace sul futuro
DATA: 21 Ottobre 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Visioni
Sette adolescenti italiani su dieci guardano al domani con preoccupazione. Questo perché la società cambia troppo in fretta e la scuola non tiene il passo. È la diagnosi che Alvin Toffler proponeva nel 1970. Ma i dati raccontano altro: le paure dei ragazzi cambiano ogni anno con le notizie, così la lentezza della scuola ne è anche la forza principale. Il difetto, tuttavia, che Toffler aveva visto, è che non insegna a pensare al futuro.
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Il 17 settembre Laboratorio Adolescenza e l’Istituto di ricerca IARD, con il patrocinio della Società Italiana di Pediatria, hanno diffuso i risultati dell’indagine nazionale sugli stili di vita degli adolescenti. Fra marzo e maggio sono stati intervistati 3.040 studenti fra i tredici e i diciannove anni. Il primo dato riguarda il futuro: il 70% lo guarda con preoccupazione e incertezza. A spaventare sono soprattutto le guerre, indicate dall’82,8%, e subito dopo il degrado ambientale, al 72%. In mezzo a numeri quasi tutti in peggioramento, uno va nella direzione opposta. Il 35% dei ragazzi ritiene che, al di là delle capacità individuali, una buona preparazione scolastica e universitaria sia la cosa più importante per raggiungere traguardi significativi nella vita; nel 2019 la pensava così il 22%.

Lo stesso numero si presta a due letture opposte, e a darle sono due presidi. Alessandra Condito, dirigente di un liceo classico, commentandolo nel comunicato dell’indagine vi legge la prova che i ragazzi, descritti di solito come distratti e indifferenti, sono capaci di «uno sguardo lungo sulle cose della vita». Cinque giorni dopo, intervistato da un quotidiano regionale, Riccardo Rossini, presidente regionale dell’Associazione nazionale presidi, guarda invece al 65% che resta e ne ricava un’altra diagnosi: «prima c’erano cambiamenti epocali ogni 50 anni, adesso ogni 2-3 anni», e mentre la società corre la scuola non riesce a starle dietro. La lettura di Rossini ha un precedente. L’idea che il cambiamento sia diventato troppo rapido, e che le istituzioni educative non riescano più a seguirlo, è la tesi di un libro uscito cinquantasei anni fa, che la frase sui cambiamenti ogni due o tre anni riassume quasi alla lettera.

Nel 1970 lo scrittore americano Alvin Toffler pubblica Future Shock. L’espressione l’aveva coniata cinque anni prima per indicare lo stress e il disorientamento che si producono negli individui quando li si sottopone a troppi cambiamenti in troppo poco tempo. Il cuore dell’argomento sta in quel «troppo poco tempo»: del cambiamento conta il ritmo, almeno quanto la direzione e a volte di più. Per renderlo concreto Toffler ricorre a un paragone. Lo spaesamento del viaggiatore impreparato che si ritrova in una cultura straniera è lo stesso che colpisce chi, senza muoversi dalla propria società, viene catapultato nel futuro senza preavviso.

Il capitolo sulla scuola applica la diagnosi all’istruzione. La scuola di massa, osserva Toffler, è nata ricalcando la fabbrica: gli studenti come materia prima, gli insegnanti come operai che la lavorano, e l’insieme gli appare un colpo di genio industriale. C’è però un secondo rilievo, e riguarda il tempo. Nelle aule si studia la storia, si accenna all’attualità, «e poi il tempo si ferma»: della vita che gli studenti avranno da adulti non si dice nulla. «La scuola tace sul domani», scrive, e il capitolo si chiude con una richiesta che ne riassume il senso: l’educazione deve passare al tempo futuro. Del libro, Rossini trattiene solo la prima metà, quella sul ritmo. Toffler ha però un vantaggio su chi lo riprende oggi: le sue previsioni sono state messe alla prova dai decenni, e l’esito è istruttivo.

Toffler aveva visto giusto sul meccanismo e quasi sempre male sulle previsioni. Il caso più chiaro è quello delle organizzazioni. Nel 1970 sosteneva che si stava assistendo non al trionfo ma al crollo della burocrazia, destinata a essere soppiantata da strutture temporanee, costruite intorno a un compito e sciolte a compito finito, che chiamava «adhocrazia». Faceva sua la previsione dello psicologo sociale Warren Bennis, secondo cui la burocrazia sarebbe finita entro venticinque o cinquant’anni. Il termine più lungo è passato da qualche anno, e la burocrazia c’è ancora. L’errore ha una causa precisa: Toffler trattava le istituzioni come se cambiassero alla velocità della tecnica, mentre sono la parte più lenta di qualsiasi società. Eppure lo strumento per correggersi lo cita lui stesso nelle prime pagine. È la teoria del ritardo culturale del sociologo William Ogburn, secondo cui le tensioni sociali nascono dai ritmi diversi con cui cambiano i diversi settori di una società. In quella mappa la scuola occupa per sua natura il posto del settore lento, perché lavora su persone che ne usciranno anni dopo e ne porteranno gli effetti per tutta la vita. Quando il preside chiede alla scuola di stare al passo con la società, le chiede di cambiare al ritmo degli altri settori: è ciò che Toffler si aspettava dalle istituzioni, e che mezzo secolo dopo non è avvenuto.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Quella lentezza è anche la risorsa più preziosa della scuola. La formazione è uno dei pochi ambiti in cui una decisione presa oggi produce i suoi effetti fra quindici o vent’anni, lungo una catena di cause che si può seguire: chi ha cominciato la prima elementare il mese scorso prenderà il diploma nel 2039 e resterà al lavoro fin oltre il 2080. La lentezza che fa sembrare la scuola in ritardo è la stessa che le permette di guardare lontano. Toffler, a proposito della continuità, lo riconosceva: in una società che accelera, scriveva, chiedere continuità non è per forza reazionario, così come chiedere rotture improvvise non è per forza progressista. Se il ritmo della scuola non è il problema, resta da capire che cosa racconti davvero quel 70% di ragazzi preoccupati.

L’indagine si ripete ogni anno, e messa in fila racconta altro. Nel 2022, pochi mesi dopo l’invasione dell’Ucraina, i ragazzi che vedevano il proprio futuro incerto o preoccupante erano il 52,7%: la guerra dominava i loro timori, e quasi due su tre temevano che il Covid tornasse. L’anno dopo la quota era quasi identica, il 52,4%, ma in testa alle paure era salito il degrado ambientale, all’80%, davanti alle guerre, al 74%; gli stessi autori dell’indagine parlarono di un cambio di atteggiamento drastico. Nel 2026 i preoccupati sono il 70%, e la guerra è tornata al primo posto. Le domande non sono identiche da un’edizione all’altra, e i numeri vanno letti come un andamento più che come una misura esatta. L’andamento però è chiaro: le paure dei ragazzi seguono le notizie dell’anno. Se fosse la velocità del cambiamento a spaventarli, la paura avrebbe un oggetto stabile; invece cambia oggetto ogni dodici mesi. A pesare è il presente, che occupa tutto lo spazio del futuro.

Chi studia il futuro conosce il fenomeno. La studiosa Ivana Milojević lo chiama fallacia dell’attenzione al presente, e lo illustra con un esercizio che il futurologo americano Jim Dator ha ripetuto per anni con i suoi studenti: descrivere la propria vita e la propria comunità fra venticinque o trent’anni. Nell’anno di uno sciopero dei trasporti i testi erano pieni di problemi di traffico; negli altri anni il traffico non compariva. Ciò di cui non si parla scompare anche dal futuro. La sociologa Carmen Leccardi ha dato a questa condizione il nome di «presentificazione»: i riferimenti temporali lunghi si accorciano, e diventa difficile proiettarsi in avanti e fare progetti. Il 65% dei ragazzi è convinto che gli adolescenti di trent’anni fa avessero davanti un futuro decisamente migliore: un futuro immaginato guardando indietro, verso un passato che nessuno di loro ha vissuto.

Si dirà che le guerre sono reali, e che temerle è razionale. Lo è, e la quota di preoccupati è salita davvero. Una paura fondata, però, riguarda il presente, e da sola non dice nulla di come potrebbe essere il futuro. Per immaginare un domani diverso da quello che le notizie lasciano intravedere servono strumenti, e chi non li ha lascia che il presente riempia tutto l’orizzonte.

Che la scuola non li dia, Toffler l’aveva visto. Nel capitolo sulla scuola riprende un’ipotesi del sociologo Benjamin Singer: quando l’immagine del ruolo che si avrà da adulti è vaga o manca del tutto, il lavoro scolastico perde senso, e con esso le regole della famiglia e della società. Il nesso con il 70% di ragazzi preoccupati è una lettura, che i dati possono suggerire e non dimostrare. Toffler racconta anche un esperimento di John Condry. Due gruppi di studenti dovevano completare lo stesso racconto, gli uni al passato e gli altri al futuro: i finali al passato erano ricchi di dettagli, quelli al futuro scarni e stentati, come se, commentava, fosse più facile parlare del passato che del futuro.

Qui sta la distinzione che manca al dibattito. Chiedersi come cambiare la scuola è una domanda; chiedersi come si insegna a ragionare sul futuro, cioè a rappresentarsi più futuri possibili e a capire che le decisioni di oggi li rendono più o meno raggiungibili, è un’altra. La seconda si può affrontare in una scuola del tutto tradizionale, dentro una materia che esiste già. La storia offre il caso migliore: si prende un momento di svolta, si ricostruisce quali esiti apparivano allora plausibili e per chi, e si scopre che quello realizzato non era l’unico previsto. L’esercizio insegna il metodo storico e insieme toglie al passato l’aria dell’inevitabile, che è il primo passo per non attribuirla nemmeno al futuro.

C’è infine una ragione di equità. L’antropologo Arjun Appadurai chiama capacità di aspirare l’attitudine a immaginare il proprio futuro e a trovare la strada per raggiungerlo, e osserva che non è distribuita in modo uguale: chi parte avvantaggiato ha avuto più occasioni di esercitarla, e per questo la possiede in misura maggiore. È una capacità che cresce con la pratica. Se la scuola non offre quella pratica, la offrono le famiglie, a chi ne ha una in grado di farlo.

Il preside chiede alla scuola di stare al passo con una società in cui i cambiamenti epocali arriverebbero ogni due o tre anni. È una corsa che la scuola non può vincere, e che non ha motivo di inseguire. Nello stesso capitolo in cui chiede di portare l’educazione al tempo futuro, Toffler propone qualcosa di molto più modesto: far scrivere ai ragazzi la propria autobiografia futura a dodici anni e fargliela rileggere a quindici, perché vedano come, crescendo, è cambiata la loro idea del futuro. È un esercizio che non richiede riforme. Non serve una scuola che corre. Serve una scuola che smetta di tacere sul domani.

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