L’Era della Gnocca

Il berlusconismo, la politica delle orge, il Crepuscolo degli Dei. Il romanzo del fallimento di un uomo e di un’epoca. Dialogo con Francesco Mazza
Il berlusconismo, la politica delle orge, il Crepuscolo degli Dei. Il romanzo del fallimento di un uomo e di un’epoca. Dialogo con Francesco Mazza

Di Massimo Mazza, oggi, c’è un sito in memoria: è stato dentista tra i più capaci e audaci, per sport sollevava pesi. Nelle fotografie, ha lo sguardo di chi rischia tutto: puro, inquieto e cattivo insieme. Tra l’altro, è stato il dentista di Silvio Berlusconi. Lo diventa nel 2000, dopo una visione e una dedizione disumane (“Ho una visione: Berlusconi. Voglio diventare il suo dentista. Per questo mi serve il mio studio da solo. Lo costruisco in via Melzi d’Eril 20. Mi indebito come sempre fino all’inverosimile. Mi sento ispirato. Non conosco limiti”). Massimo Mazza arriva dove vuole arrivare, con passione e rapacità inesorabili. Ha fama, figli, amanti. Nel 2005 Silvio Berlusconi, “un mostro di velocità”, lo obbliga a passare tre giorni con lui a Villa Certosa (“È un’esperienza antropologica senza precedenti”). Carambola tra gloria e sconfitta, tra armonia e caos. Infine, si ammazza. “Alle 8:03 della mattina del 4 settembre 2019, mia madre mi telefonò per informarmi che mio padre era morto suicida”. Da qui attacca il romanzo del figlio di Massimo Mazza, Francesco, Il veleno nella coda (Laurana Editore, 2021), che è poi il romanzo del berlusconismo, della disfatta di un’era, dell’utopia televisiva che ha imbambolato tutti in un sogno spurio, tracotanza di vampiri. Francesco Mazza ha lavorato con Michele Santoro e Antonio Ricci, è regista – ha diretto, tra l’altro, Frankie (Italian Roulette) e Ettore Majorana. L’uomo del futuro; ha creato, con Daniele Balestrino, Gli estremi rimedi –, nel romanzo racconta (o romanza) il suo incontro con Berlusconi, con hollywoodiana ferocia (“Dal mio nuovo punto di osservazione lo vedevo sorridermi proprio come nei manifesti tipo ‘Meno tasse per tutti’, ma appesa alla parete dietro di lui c’era una gigantografia della famosa scena di Shining in cui Jack Nicholson abbatte la porta del bagno a colpi di accetta. Col ghigno folle dell’attore sopra quello del presidente del Consiglio non capivo più dov’era il confine tra realtà e finzione”). Massimo Mazza – il dentista – elogiava la perizia del suo microscopio; Francesco, il figlio, passa al microscopio le gesta del padre, mette le mani in bocca all’epoca, ne sradica, per così dire, i canini, la mascella costruita su Potere e Lussuria. In un passo esemplare, reclamando un posto in tivù, mentre ragiona sulla fame di fama, Francesco Mazza redige la geometria filosofica di un’epoca, la sua necessità: “Perché voglio trombare con delle belle gnocche, perché sono vent’anni che avete creato un clima culturale, sociale e ora anche politico del cazzo in cui la fama è l’unico sistema di differenziazione sociale che conti qualcosa, e siccome me l’avete fatta annusare a vent’anni nemmeno compiuti adesso ne sono dipendente, sono dipendente dalla fama porcocazzo e da tutto quello che si porta dietro, figa, alcol, soldi, droga in questo esatto ordine, quindi tiri su quel cazzo di telefono e mi mandi in onda dove vuole, anche in un cazzo di programma di cucina ma mi mandi in onda, cazzo, perché io non so più che fare della mia esistenza del cazzo!”. Infine, Il veleno nella coda è un’enciclopedia di fallimenti, di vite spericolate e sbriciolate. Il culmine del libro è il manoscritto – autentico, pare – del padre, Massimo, ricomposto dal figlio, Francesco. S’intitola Storia di una vita qualsiasi, ovvero l’arte di come rovinarsela da solo dando la colpa agli altri è scritto sulla soglia del suicidio (“La resurrezione: ma allora l’universo esiste!”). Dopo tutta questa carne, una grandinata di voglie, l’epicentro della fuga è il figlio che abbraccia il corpo morto del padre. Un tributo alle ceneri, a ciò che intimorisce. Questo turbamento, che si eleva da un turbine di urla, è la cosa più bella del libro.

Tutto parte con la morte del padre, che forse è la morte di un’era: è così? Insomma, perché spianare la tua vita (posto che il vero, nel romanzo, coincide col falso, col fasullo) in un libro?

Se uno scrive per farsi leggere, è sempre alla ricerca di storie interessanti. La storia di mio padre che nasce povero, diventa ricco, diventa prima dentista e poi uno dei migliori amici di Berlusconi, e poi finisce per suicidarsi solo e senza soldi, ricoverato in TSO esattamente come suo padre, mi pareva una storia di gran lunga migliore di quelle che potevo inventarmi io. Quando poi ho trovato il suo manoscritto, e a quel punto c’era la possibilità di pubblicare il libro del padre e quello del figlio in un solo volume, mi è sembrata un’occasione irripetibile. 

Il tuo incontro con Berlusconi. Il sorriso ‘da manifesto’ che si sfasa nel ghigno di Jack Nicholson in Shining. Ecco… chi è Berlusconi? (Puoi usare tutte le metafore e le fiocine retoriche che vuoi).

È un venditore di aspirapolveri di incredibile talento, che in quanto venditore, a differenza dei politici di allora, sapeva che per vendere l’aspirapolvere non si deve convincere il potenziale cliente di quanto sia utile il prodotto ma di quanto sia bravo e affidabile il venditore stesso. Col tempo, ha capito pure che nella società dello ‘spettacolo integrato’, se il trucco riesce, allora a quel punto oltre all’aspirapolvere al cliente si può vendere qualsiasi cosa. È stato il primo influencer d’Italia, tanto da essere riuscito a sdoganare il fascismo a destra: solo Chiara Ferragni, con lo sdoganamento di Fedez a sinistra, ha saputo compiere un’impresa ancora più difficile. 

Riassumi un’era, quella ‘berlusconiana’, in: necessità di fama, fame di soldi, satanico desiderio di stare in tivù, foia sessuale. “Voglio trombare con delle belle gnocche” pare lo slogan di quei decenni. È tutto, disperatamente, così?

L’Era berlusconiana si riassume visivamente nella scena dell’orgia di Eyes Wide Shut di Kubrick. Un gran dispiegamento di forze e di soldi per avere come massima aspirazione quella di farsi riconoscere in un ristorante del quartiere Prati o in una discoteca di corso Como per farsi una ciulata. Va detto che all’epoca almeno si ciulava: oggi, tra neo-puritanesimo e ossessione individualista, non si fa più nemmeno quello. 

Chi è Antonio Ricci: un demone, un dioniso, un genio, uno come un altro? Piuttosto: cos’è stata la televisione italiana?

Antonio Ricci è un misantropo, anzi, un umanofobo, una vera brutta persona, e in un mondo di Donne Buonissime e Uomini Buonissimi, che fanno a gara a chi è il più corretto, Dio solo sa quanto ci sia bisogno di persone come lui. La tivù è per sua natura asservita all’ideologia dominante o al conflitto caratteristico di un dato momento storico. Negli anni ’60, in pieno dominio DC, in tivù c’era Bruno Vespa che, subito dopo l’arresto di Pinelli, ululava al TG1 delle 20.00 che era stato “arrestato il mostro”. Negli anni ’90 e 2000, in tivù c’era la Guerra Santa tra gli Orazi e i Curiazi del Berlusconismo, da una parte chi campava grazie ai suoi soldi (Emilio Fede) e dall’altra chi campava grazie ai soldi di chi lo odiava (Santoro, Travaglio). Oggi la tivù rappresenta i conflitti attuali, da una parte le Donne e gli Uomini Buonissimi della sinistra ‘woke’ e dall’altra gli Ultras Identitari di destra. È così dappertutto, non solo in Italia: la tivù serve per vendere la carta igienica degli spot pubblicitari, il suo compito è frullare, rassicurare, banalizzare. Guarda cos’è diventato Achille Lauro da quando va a Sanremo: il Fabio Fazio della trasgressione. 

Tuo padre. Estrapolo questa descrizione. “Come Stavrogin, mio padre traeva un godimento perverso nel vedere le persone supplicarlo fino a scoppiare a piangere davanti ai suoi rifiuti”. Corrosivo e affascinante. Chi è stato tuo padre e chi eri tu per lui?

Mio padre è stato una persona straordinaria, come possono essere straordinari eventi climatici quali un uragano o una valanga. Ogni tanto questa forza straordinaria dava origine a qualcosa di incredibilmente positivo, ogni tanto di incredibilmente negativo: ma era sempre un caso, non c’era mai una finalità come non c’è finalità nella Natura. Quanto a chi fossi io per lui, nel suo libro vengo citato una volta, quando lui racconta la prima volta che mi ha visto e mi ha preso in braccio in ospedale. Mi definisce “un mostro”. 

Da Tangentopoli al Rubygate, dalle tangenti al sesso con minorenne, dall’ansia di potere a quella di scopare: un ventennio che racconta la parabola della politica italiana. Che dici?

Non solo della politica, direi dell’intera società. Siamo passati dall’essere la quinta economia del mondo all’essere la dodicesima, e siamo ancora in caduta libera, con peraltro buona parte dell’Europa a farci compagnia. Stiamo vivendo il Crepuscolo degli Dei e come l’orchestra del Titanic continuava a suonare durante il naufragio, noi continuiamo ad ascoltare le nostre mafiette politiche, economiche e culturali cantarsela e suonarsela come vogliono loro, farsi la guerra per poi fare pace spartendosi le briciole rimaste, come se davvero fosse una cosa importante. C’è più vita tra gli zombie di The Walking Dead

Questo è il tuo primo romanzo, leggo che lo giudicano “sconvolgente”. Perché? Denuncia i tuoi ‘maestri’, se ne hai, il libro che ti ha cambiato la vita, se c’è, quello che sta sul tuo comodino, e quello che vorresti scrivere. 

Credo che abbiano scritto “sconvolgente” non tanto perché racconto del suicidio di mio padre e perché nel libro viene pubblicato il memoriale di mio padre terminato due minuti prima di togliersi la vita; ma quanto perché io racconto, senza mezza termini, di essere un perdente. C’è poco da fare: in un Paese politeista come l’Italia siamo ossessionati dal culto dei Santi, e le biografie hanno come modello unico le agiografie, basta guardare la tragicomica serie tivù su Totti. Io credo che non ci sia niente di più noioso delle vite dei vincenti: hai vinto? Ce l’hai fatta? Bella per te, goditi tutto, ma non mi rompere i coglioni, non pretendere anche il mio applauso. Ogni volta che leggo un libro in stile intervista di Vincenzo Mollica, a me vien voglia di tirare al narratore un pugno in faccia. Per questo i libri che mi hanno cambiato la vita sono grandi storie di perdenti: I Demoni di Dostoevskij o i protagonisti dei romanzi di Houellebecq o la frustrazione irrisolta di Dino de La Noia di Moravia. Che poi intendiamoci: mica che sia bello perdere. Perdere fa schifo e io preferirei centomila volte aver vinto e non aver scritto questo libro. Ma almeno perdere dà origine a storie interessanti. Per quanto riguarda il futuro, vorrei scrivere un grande romanzo sulla Masturbazione, intesa come metafora dei nostri tempi dove tutto è masturbazione: che cos’è Instagram, del resto, se non una masturbazione?

Lui è Francesco Mazza

In fondo: perché scrivere se si può vivere? Ne farai un film del tuo libro? 

Vivere annoia. Voglio dire, dormi, mangi, qualche ciulata di cui sopra, e poi? Si, certo, i figli, l’amore, quelle robe lì. Ma resta il fatto che ci si annoia.  Io sono stato povero, sono stato ricco, sono stato solo o con tante donne, a New York o a Porto d’Ascoli: l’unica costante è che a un certo punto mi sono sempre rotto le palle.  Che poi col tempo il dominio delle cose che si possono fare diminuisce drasticamente: il vero dramma della pandemia è stato aver fatto capire a milioni di persone che la loro vita sociale, l’unica cosa che effettivamente li differenzia dai detenuti, è uscire la sera a mangiare. L’unica scelta è il ristorante: a questo si riduce oggi il libero arbitrio per la maggior parte delle persone. Scrivendo almeno si lenisce un po’ la noia. Credo che il libro si presti più a diventare una serie tivù, ma visto come fanno le serie tivù in Italia spero di essere già morto se dovesse accadere. 

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