Realismo magico

Intervista a Luigi Romolo Carrino intorno a “Non è di maggio”, romanzo candidato al premio Strega
Intervista a Luigi Romolo Carrino intorno a “Non è di maggio”, romanzo candidato al premio Strega

Due gemelli separati alla nascita al centro di Non è di maggio, storia di destini che diventano magie di un ecosistema unico al mondo: quello dell’isola di Arturo, che diventa isola del popolo. Presentato allo Strega da Wanda Marasco, che l’ha definito “racconto dell’inadeguatezza di stare al mondo”. E lui di Napoli dice: “La carnalità che possiede il mio dialetto l’ho transcodificata in un italiano strattonato, arricchito della capacità di restituire l’intento di un gesto”.

NAPOLI – Sotto il tendone di un circo sorretto da una scrittura evocativa e cristallina, che dalle prime battute anticipa soluzioni stilistiche di alto profilo, Luigi Romolo Carrino riesce nel triplo salto mortale di legare mondi e prospettive che nulla avrebbero a che fare. Fisica e magia, esattezza e probabilità. Ci riesce grazie alla ricostruzione di un ecosistema unico al mondo, quello dell’isola di Procida, e di un universo tutto al femminile che nel romanzo diventa l’unico possibile. Non è di maggio (Arkadia Editore, collana SideKar) è uscito da qualche settimana e sta già facendo discutere. Per la lingua al servizio della storia di una separazione, quella di due fratelli nati di fronte al mare (straordinaria la scena del parto). Per il ritorno al romanzo di uno scrittore apprezzato come Carrino, in libreria dopo molti anni e molte vicissitudini. E per l’immediata candidatura al premio Strega proposta dalla scrittrice Wanda Marasco, che nella motivazione parla di un: 

“Racconto dell’inadeguatezza di stare al mondo (…) La presenza di potenti figure femminili, Procida restituita nella sua immortale bellezza, la fascinazione del racconto e l’incanto della lingua sono un omaggio al romanzo novecentesco”. 

Quando dice novecentesco, forse la Marasco si riferisce alla posizione molto alta del narratore, sempre in azione insieme ai personaggi. Alla narrativa senza risparmio adoperata da Carrino, in alternativa ai romanzi senz’anima di cui le librerie sono piene. E al realismo magico a cui l’autore attinge per restituire un’ispirazione, per stare al mondo tra megere, janaree magie che modulano le maree (e l’umore delle persone). Sono le pagine di Carrino a restituire al lettore – meglio di qualsiasi intenzione – la potenza della sua espressività, che per fecondità andrebbe apprezzata come tentativo (riuscito) di divertirsi scrivendo. Un esercizio desueto oggi tra gli autori, che sacrificando ogni istinto mettono la museruola (pardon, la mascherina) all’estro pur di assecondare le direttive del mercato. Carrino sovverte il piano di lavoro, riportando la fantasia al potere. Tutta la storia del romanzo, che galleggia tra visionarietà e gioia, tra profezia e metafisica dei corpi, è un esemplare invito a resistere, una drammatica e fortissima esortazione a sperare. Un bambino indaco diventa stella polare e re magio di sé stesso.

Nelle tue biografie si parla di presunti torti subiti dalla grande editoria. Senza entrare nel dettaglio, possibile che un talento come il tuo sia uscito dai radar mainstream?

Non credo di essere sparito da questi radar. Sono stato accantonato da un sistema in cui non sono adeguato, né come scrittore né come persona. Non credo alla sfortuna e nemmeno al caso. Credo che l’editoria abbia necessità di fare soldi e il modo più semplice sia quello di aggrapparsi a un genere, a un tema. Non è il lettore a determinare linee editoriali, tra l’altro sempre più simili tra le varie case editrici. Se gli proponi sempre e soltanto la solita zuppa, alla fine devasti anche la sua capacità di discernimento. Se entri in libreria e trovi pile di copie dello stesso autore, alla fine il libro in mano lo prendi. Non so se si tratti di torti o ragioni: quello che so è che se un editore decide che devi essere noto al grande pubblico, investe ripetutamente fino a quando il miracolo non accade. Non si tratta solo di investimenti economici, ma anche di relazioni con la stampa, con gli addetti ai lavori, con i direttori di festival, con testate televisive, con critici letterari, con produttori di fiction e di film. È una rete spaventosa e terrificante, una macchina da guerra dove il talento conta poco.

Come possono le case editrici privarsi di voci autentiche come la tua, pur di procurargli un dispiacere? Te lo chiedo perché, in un Paese normale, questo sarebbe autolesionismo.

Di voci autentiche ce ne sono molte. So di essere un uomo scomodo, talvolta maleducato e fuori da moine, uno che dice quello che pensa e spesso lo fa anche con modalità poco consone al bon ton dei salotti. Faccio il mio lavoro al massimo delle mie capacità, cerco di farlo al meglio e propormi per quello che sono. Lo devo a me. Lo devo a chi sceglie di leggermi. Non c’entra il dispiacere, non ha importanza l’emozione generata. Quello che conta, per questi signori, è avere un potere preciso e continuare a mantenerlo. Se decidi che Carrino vende al massimo 5000 copie, lo metti in catalogo perché apprezzi quello che scrive e ti fa pure gioco di “diversità” (spero non arrivi come presunzione; comunque, non sono tutti in malafede), ma non punti sul suo lavoro. Finiscono le copie e non lo ristampi. Non avrebbe senso. Per certi editori, sarebbe autolesionismo ristampare un autore come me che vende così poco.

Il tuo lavoro sulla lingua – in cui codici antropologici millenari sembrano elevati a sacramento, talmente è magico l’universo in cui ambienti “Non è di maggio” – richiama la scuola napoletana delle sperimentazioni lessicali e fonetiche. D’accordo, Morante, La Capria, Prisco, Di Giacomo e Viviani. Ma a me viene in mente il muto fatalismo di Edoardo De Filippo. Eccedo?

Direi proprio di sì: eccedi. Sono mostri sacri e io sono piccolino piccolino. Eduardo è un mostro tra i mostri. Sono un allievo indisciplinato e poco incline a farsi piegare dalle regole sintattiche, maltrattando in verità tutti gli elementi della linguistica italiana. Napoli si sente, grida in ogni frase tutta la bellezza del mio popolo. Tutto quello di cui è stato privato negli ultimi due secoli. Quella carnalità, veracità che possiede il mio dialetto l’ho transcodificata in un italiano strattonato e arricchito della capacità di restituire l’intento di un gesto, di una mimica. Ho provato a farlo, ci provo da trent’anni. Riuscire a rendere il personaggio della janara Rosina, che è muta per tutto il romanzo, è stata un’esperienza meravigliosa. Ho cercato e trovato un alfabeto fatto di cose e non di lettere, che avvicinasse all’autenticità e alla purezza del pensiero primigenio senza passare per nessuna lingua parlata, cosa che rappresenta sempre un tradimento – come una traduzione di un testo da una lingua all’altra: si perde sempre qualcosa, qualcosa si guadagna; ma non è l’originale.

Questo romanzo è quasi privo di dialoghi, scritto in una lingua alta, con concessioni filologiche e una punteggiatura musicale. Un libro scritto in un Italiano gravido di felicità. Eppure siamo in uno dei periodi peggiori della nostra storia…

Sì, l’ho finito nel marzo 2019. Il mare e il vento parlano, pensano, discutono tra loro. La natura di Procida invade ogni singolo sintagma di questo lavoro. Il profumo della vegetazione dell’isola, i suoi luoghi, la presenza di Elsa Morante che si sente in tutto il testo, quasi un nume tutelare. Non è un libro tanto felice. In fondo Salvo, il ragazzo indaco protagonista, si sente sempre solo su quest’isola. Diversamente dall’Arturo morantiano ha qualche strumento in più, poteri che gli permettono di stare al mondo con la speranza che cambi qualcosa nella comunicazione tra gli uomini. Tuttavia, è un inno alla vita, alla possibilità che ci neghiamo di volerci bene in modo autentico, di “vederci” l’uno con l’altro, di sentirci adeguati nel posto che l’universo ha scelto per noi. Durante la pandemia non ho scritto nulla, non ci sono riuscito. Ho lavorato come ghostwriter ed editor, ma di creativo non sono riuscito a fare nulla. Anche leggere è stato un problema: a parte inediti per lavoro, mi sono concesso si è no quattro libri editi.

Non è di maggio è stato presentato allo Strega 2021 da Wanda Marasco, una che oltre all’opera tiene alle persone. Quali e quante speranze alimenta (se le alimenta)?

Sono orgogliosissimo che una grande autrice come la Marasco abbia deciso di propormi per lo Strega. Fammi dire questa cosa, ti prego: tante scrittrici italiane a noi maschietti ci fanno neri, ma neri davvero. Deve finire questa favoletta della “scrittura femminile”. Per giganti come Michele Mari o Daniele Del Giudice ci sono una Wanda Marasco, una Antonella Ossorio, una Carmen Pellegrino, una Savina Dolores Massa, una Simona Vinci, una Mariangela Gualtieri, una Donatella Di Pietrantonio, altrettanto “gigantesse”. E tantissime, tantissime altre. Il mio romanzo è dedicato proprio a loro, a Elsa Morante e ad Anna Maria Ortese per il passato. Ma a tutte le scrittrici e poetesse contemporanee che fanno bella la letteratura italiana. Non ho aspettative. Non ho speranze. Sono già contento così. Poi, quest’anno c’è il mondo letterario tutto allo Strega. Leggevo da qualche parte che la partita se la giocano Trevi e Ciabatti. Noi ‘piccoli’ siamo fuori da questi giochi. Per me è la terza volta che vengo segnalato allo Strega. Per le altre due c’era lo zampino di un grande giornalista e autore, recentemente scomparso, che voglio ancora ringraziare con tutto il cuore: Francesco Durante.

Nove anni per scrivere questo romanzo, dico bene? Un tempo lunare per gli scrittori da “ejaculatio praecox” di oggi. Un tempo di cui personalmente sarei orgoglioso, tu invece?

Io, invece, non tanto. Troppo tempo, per l’editoria odierna è un’eternità. Tra l’altro, il mio ultimo romanzo risale a quattro anni fa. Ma è stato un percorso che mi sono sentito di fare mettendo insieme elementi diversi: la fisica quantistica, la condizione autistica, i bambini indaco, la tradizione delle janare e le credenze popolari. Tutto questo per creare un mondo incantato e scientificamente collegato ai vari aspetti dell’umanità: la parola, il linguaggio del corpo e le intenzioni del pensiero, la memoria, storie che si intrecciano e si rincorrono nel tempo, la magia dell’universo che poi magia non è, la coscienza collettiva. Tutto questo tempo per giustapporre ogni parola dove volevo che fosse esattamente. Un pazzo, sì, ma felice di esserlo.

Non è di maggio è più che un romanzo presagico. Ci sono destini chiamati a interpretare il tempo prima degli altri, i tuoi personaggi possiedono questa magia. Non corri il rischio di sembrare anacronistico, uno scrittore fuori dalla realtà che vive?

E chi se ne frega. Sarò anacronistico, fuori dalla realtà che vivo. Ho scritto romanzi di un’attualità feroce. I tre romanzi della saga di Acqua Storta lo dimostrano. Ho parlato di femmine boss e di omosessualità nella camorra prima di altri: queste cose arrivano dal mio mondo e avevo la necessità di parlarne, era la mia ispirazione, e se non ci fosse stato Saviano a sdoganare il tema in narrativa sarebbero storie rimaste chiuse nel mio pc. Sono situazioni verosimiglianti, con cifre di autenticità nella trama e nei registri narrativi, nei dialoghi, nella lingua. Nei sentimenti. Dopo tutto questo, ho voluto misurarmi con il romanzo novecentesco, quasi nessuno più oggi si confronta con le nostre radici romanzesche. Questo tratto esoterico, fabulistico, prende in prestito un po’ di realismo magico sudamericano e un po’ di magia realistica campana e lucana. Ho scritto la storia che volevo scrivere: per il resto, non è che mi pongo tante altre domande.

Cose di cui faresti volentieri a meno? Comincio io: noir, gialli e campioni d’incassi ambientati a Napoli da scrittori Napoletani. Tu?

C’è poca lungimiranza in gran parte degli editor italiani, pallidi follower di quello che accade in altri Paesi, incapaci di avere un’idea originale e – in più di un caso – persino le loro competenze sono un po’ ballerine. Io non odio nulla e nessuno. Qui si tratta di equità. La frase che mi sento dire spesso è: “C’è posto per tutti”. È falso. In Italia esistono tantissimi bravi autori e rimangono sconosciuti perché così decide il sistema editoriale: è più comodo pubblicare l’ennesimo questore, l’ennesimo commissario, l’ennesimo detective e non un romanzo “bianco” dove una comunicazione altra verso il pubblico sarebbe fondamentale e necessaria. Diciamoci la verità: al di là della competenza, manca anche la voglia di capire come promuovere qualcosa che non è già integrata in una sorta di comunicazione già rodata, richiede un impegno diverso, creatività. Come dicevo, lungimiranza. Tutti libri uguali, assenza totale di stile. Non riesci a distinguere un autore dall’altro. È davvero questo che ci meritiamo? E se sì, perché non dare la possibilità di scelta a tutto un altro target di lettori che di commissari ne ha piene le scatole? Per spazzare via ogni dubbio, sappiate che sono alquanto stufo di sentirmi dire che si tratti di invidia. Si tratta di onestà, di possibilità e di visibilità. Di letteratura e non di prosciutti. Se c’è posto per l’ennesimo commissario deve esserci posto anche per chi i commissari non li vuole più vedere neanche col binocolo. Che si dia al lettore la possibilità di fare un’altra scelta senza dover cercare un ago in un pagliaio ogni volta che desidera leggere qualcosa di differente.

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