La straordinaria vita di Graham Greene

Giornalista, agente segreto, donnaiolo, sceneggiatore. Uno scrittore tanto amato dal pubblico, quanto inviso all’establishment.
Giornalista, agente segreto, donnaiolo, sceneggiatore. Uno scrittore tanto amato dal pubblico, quanto inviso all’establishment.

Mosca, febbraio 1987. Due vecchi amici inglesi cenano in un appartamento del centro; fuori l’URSS sta crollando a pezzi. Nessuno saprà mai cosa si siano detti. Era da venticinque anni che non si incontravano; almeno dalla rocambolesca fuga oltrecortina di Kim Philby, avvenuta nel gennaio del 1963 su di un cargo sovietico staccatosi precipitosamente da una banchina di Beirut. L’altro uomo – Graham Greene – era stato suo sottoposto nel MI6 durante la guerra. Gli ha perfino scritto la prefazione dell’autobiografico My Silent War, pubblicato all’ombra del Cremlino nel ‘68. Questo l’intelligence inglese non glielo avrebbe mai perdonato, insieme a molti altri sgarbi. 

Philby il rosso; Philby il traditore; la spia di punta dei Cambridge Five; capo del controspionaggio del SIS e, poi, del MI6 in Turchia; ufficiale di collegamento presso Washington; colui che per cinquant’anni aveva passato segreti e informazioni riservate al KGB, coprendo e tradendo agenti. Il suo amico Greene, il grande scrittore di spionaggio, possibile non si fosse accorto di nulla? Il suo repentino abbandono della carriera nei Servizi suggerisce, forse, sospettasse qualcosa? Lui, a riguardo, affermò: “se l’avessi scoperto piuttosto che denunciarlo, mi sarei dimesso”. Non proprio la “difesa d’ufficio” che gli ex-colleghi s’aspettavano.

My silent war di Kim Philby

Fedele alle sue stesse parole: “il ruolo dello scrittore è suscitare nel lettore simpatia verso quei personaggi che ufficialmente non hanno diritto alla simpatia”, Greene non cerca mai d’ingraziarsi l’establishment, tutt’altro. Bipolare, irrequieto, al college va così poco d’accordo con i compagni da esercitarsi alla “roulette russa”. S’iscrive al Partito Comunista per abbandonarlo dopo un mese e, poi, convertirsi a cattolicesimo per amore di una donna. Non gli resta, allora, che diventare giornalista del Times per viaggiare. Luoghi lontani, “selvaggi”, poco civilizzati: Liberia nel 1935 e Messico nel 1938. La ferocissima campagna di secolarizzazione forzata diventa Il Potere e la Gloria. Ogni tappa indispensabile spunto per scrivere romanzi d’azione dal taglio zoliano; affreschi memorabili di personaggi spregiudicati che si muovono al confine tra il lecito e la clandestinità; tra la santità e depravazione. L’Indocina (Un Americano Tranquillo), Cuba (Il nostro agente all’Avana), l’Haiti di “Papa Doc” Duvalier (I commedianti) diventano non solo scenari perfetti per storie di spionaggio, ma vera cartina tornasole della complessità degli eventi politici e militari che stanno cambiando i rapporti di forza nel mondo. Nel mezzo la Sierra Leone durante la Seconda Guerra Mondiale, reclutato nel MI6 dalla sorella. Laggiù conosce il suo superiore Philby. Devono intralciare l’Abwehr e i sommergibili tedeschi.  

Anche a Hollywood non si fa molti amici. Come critico cinematografico non ha remore a stroncare: disapprova l’eccesso di sentimentalismo in Secret Agent di Hitchcock e letteralmente demolisce Wee Willie Winkie (Alle frontiere dell’India) di John Ford, tratto dall’omonimo racconto di Rudyard Kipling. La 20th Century Fox prende così bene la recensione da intentargli un processo ma Greene, come spesso i protagonisti dei suoi libri, sfugge oltre confine. Eppure il grande pubblico lo adora. I romanzi “esotici” vanno a ruba, le sue sceneggiature incontrano il favore di produttori e spettatori. Green Cockatoo è un successo; 21 Days un tiratissimo noir con Vivien Leigh; anche Prigioniero del terrore di Fritz Lang (tratto da Quinta Colonna) e Confidential Agent sono eccellenti spy-story tratte dai suoi romanzi; ma è con Il Terzo Uomo, diretto da Carol Reed nel 1949, che arriva la Palma d’oro.

Il terzo uomo diretto da Carol Reed

Un film che anticipa il clima paranoide da Guerra Fredda; l’atmosfera di costante sospetto e diffidenza che la contrapposizione tra i due blocchi stava iniziando a scatenare in ogni interzona del globo. Nulla è più come appare, tanto meno nella Vienna divisa in quattro zone d’occupazione. Il protagonista – un ingenuo quanto coraggioso scrittore americano – si ritrova subito invischiato dalla morte di un amico in una rischiosa indagine. L’ufficiale inglese gli svela un’immagine completamente diversa del defunto. Il “gioco d’ombre” sulle identità e gli scopi dei personaggi e, naturalmente, il misterioso “terzo uomo” sempre un passo avanti, sospingono l’azione fino al risolutivo colpo di scena. L’ambientazione mitteleuropea, l’incontro-chiave sull’iconica e affollata ruota del Prater, come l’inseguimento finale nelle fogne, diventano immediatamente dei tòpos del genere. La doppiezza, il tradimento e pure l’avidità, come un fiume carsico scorrono ormai sotterranee in ogni capitale contesa dal rinnovato gioco di spie.

L’antagonista – interpretato da Orson Welles – come un’autentica forza ctonia emerge dall’oscurità solamente dopo un’ora, come a sancire la differenza con i precedenti noir, dove fin dall’inizio era evidente chi fossero i cattivi. Si dipinge così un aspetto che sarà costante in tutta la futura produzione di Greene: l’uomo come semplice ingranaggio di un meccanismo implacabile, a cui non può opporsi. Impossibile rinunciare alla “chiamata”; vano ogni tentativo di fuga. La “storia” macina e stritola gli individui, ridotti a mere pedine di un intrigo più grande di loro, perseguendo obiettivi a loro sconosciuti.

“In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, delitti, massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, 500 anni di pace e democrazia e cosa hanno prodotto? Gli orologi a cucù”.

È la cinica sintesi del mefistofelico personaggio interpretato da Orson Welles. La sintesi auto-assolutoria di coloro che agiscono nell’ombra assecondando “scopi superiori”. 

Graham Greene è in disaccordo con i metodi dei Servizi. Non condivide il loro modus operandi né le modalità con cui vengono scelte (o, spesso, ricattate) le spie; neppure il funzionamento dei diversi dipartimenti che si occupano di analizzare le informazioni ricevute lo convince. Tanto da rendere Il nostro agente all’Avana una simil-parodia di un agente segreto. In una Cuba già ostaggio della guerriglia rivoluzionaria l’MI6 ha disperato bisogno d’installare una rete di spionaggio; eppure, come ancora oggi spesso accade, la ricerca del solo vantaggio economico non garantisce l’affidabilità di una fonte, anzi. Il film di Carol Reed – ultima produzione americana girata nell’isola con Castro già al potere – viene accettato dalla censura proprio perché ricco di riferimenti alla violenza della polizia segreta del corrotto regime di Batista. La figura dell’informatore “riluttante”, spinto dal denaro e dotato di fervida immaginazione è così attuale da essere riproposta pressoché in forma identica da Le Carré ne Il sarto di Panama nel 1996; poco prima del ritorno del canale sotto la sovranità locale. Questa descrizione del secret service non piacerà a molti.

L’autentico capolavoro arriva con Un americano tranquillo. Romanzo straordinario che, tramite un classico triangolo amoroso, spiega e contemporaneamente anticipa gli sviluppi della guerra del Vietnam. Thomas Fowler, corrispondente inglese oppiomane, miscredente, cinico e amorale, vive a Saigon il suo “concubinato” con la bella Phuong, mentre racconta ai lettori l’inarrestabile avanzata del Viet Minh. Impossibilitato a divorziare dalla moglie fervente cattolica – evidente l’analogia autobiografica di Greene con la prima (e unica) moglie –, si trova insidiato dal baldanzoso Alden Pyle, americano di belle speranze. La vicenda amorosa prefigura già cosa accadrà all’Indocina. Il vecchio e decadente inglese – metafora perfetta dell’agonia dei regimi colonialisti – e il giovane idealista americano si contendono la donna in una Saigon dove ogni giorno esplodono bombe.

Pyle, infatti, vagheggia di una “terza forza”, né colonialista né comunista, che porti la democrazia al Paese. Inutile aggiungere che la frattura tra i due uomini diventerà sempre più insanabile fino all’inevitabile “rottura diplomatica”, quando la giovane sceglierà quello che sembra il “miglior partito”.  Nulla però è come appare e, sotto le buone maniere e il bell’aspetto, l’americano “puzza” di CIA lontano un miglio; così nel libro, al di là del vendicativo risentimento di Thomas, dopo aver scoperto la “vera attività” di Pyle, è costretto suo malgrado a prendere posizione nel conflitto e a farlo in favore dei guerriglieri. Nel film del 1958 l’americano, ovviamente, si rivela innocente quanto gli attentati pianificati dai comunisti; il remake del 2002 con uno strepitoso (ça va sans direMichael Caine/Thomas Fowler, invece, resta maggiormente fedele all’originale. 

Con le sue trame a metà strada tra John le Carré e Ian Fleming e una profondità d’analisi degna di Thomas Edward Lawrence e Peter Hopkirk, Graham Greene dovrebbe, quindi, svettare a pieno titolo nell’Olimpo della letteratura inglese del XX secolo; eppure è un “proscritto”, espunto da riconoscimenti ufficiali. Non troverete, infatti, fondazioni o premi letterari a suo nome. L’essere cattolico; le pretestuose accuse di anti-americanismo, l’amicizia duratura con Philby e, non meno importante, la smisurata quantità di copie vendute, hanno contribuito a renderlo inviso alla Critica. Troppo pop per essere di nicchia; troppo popolare per permettersi di uscire così brutalmente dal seminato. Assolutamente da riscoprire.                        

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