OGGETTO: L'intellettuale diffidente
DATA: 09 Giugno 2024
SEZIONE: Società
FORMATO: Visioni
Lungi dal volere interpretare il ruolo dell'attore che acriticamente accetta ciò che gli viene imposto, il diffidente rigetta ciò senza opporvisi con forza, ma puramente ignorando. Non vuole creare proseliti, ma essere ribelle senza causa, vivendo solo della propria individualità.
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In un momento in cui gli appelli a prendere posizione si fanno più pressanti e megafonici, vuoi perché siamo nei giorni delle elezioni europee, vuoi perché, di fronte a questa o a quell’altra guerra (che oltre ad essere eventi di portata terrificante, fanno gioco a chi è lontano e al sicuro ignorando chi è vicino ed esposto) non ci si può proprio esimere dal far sentire la propria voce indignata, la risposta della maggior parte degli individui è quella di accettare acriticamente una serie di messaggi ed icone che veicolino il significato: “io sono dei vostri”. A parte l’aderenza di facciata, che si traduce in una serie di salamelecchi senza fine verso chiunque esprima concetti concordanti, ben poche sono le proposte strumentali, gli approfondimenti intorno alle cose che muovono voti e crisi umanitarie.

Si tratta di qualcosa che spesso abbiamo visto, quasi sempre nella storia dell’uomo recente, ma in questa iperaccelerata società sembra essere diventato un must. Siamo ad un punto in cui bisogna celebrare senza se e senza ma la figura del diffidente, decisamente diversa, ma quasi omofona rispetto a quella del dissidente. Dove infatti il dissidente è colui che ignora alla meglio e alla peggio si oppone decisamente a qualcosa che viene presentato come inevitabile – discostandosi da una lezione, autopropone la sua alternativa – il diffidente non ha nulla da proporre se non la sua stessa individualità critica, il suo posizionamento atto a negare validità alla proposta in sé. Potremmo dire, con una certa dose di approssimazione, che il dissidente sia una postura prima storica e poi (eventualmente) filosofica, mentre il diffidente sia esattamente il contrario.

Ciò si traduce in un atteggiamento dinamico nei confronti del potere e delle sue molteplici sfaccettature, con il diffidente che può, alternativamente, opporsi o no ad ognuna di queste sfaccettature. A patto di “sezionare” l’infosfera in base alle proprie convinzioni, il diffidente rigetta ciò che viene proposto da chi non gli è congeniale senza opporvisi da pari, ma ignorandolo. E l’ignorare, in una società che fa dell’esposizione una delle sue colonne portanti, è un atto politico di grande impatto.

Il diffidente, se volessimo fare un esempio banale, non si oppone al mercato del sesso 2.0 di onlyfans proponendo attività o piattaforme alternative, ma si limita ad ignorarlo, non partecipando, e negando quindi la ragion d’essere stessa della piattaforma. La scelta di non partecipare alle reti-mercato della società post liberale ha potenziali ricadute che sono ben più impattanti che su una singola piattaforma. Il diffidente si esalta quando si trova davanti gli slogan (da sluagh-gairm, il grido di guerra celtico) attuali. Se legge “prodotto biologico”, ad esempio, non può fare altro che risalire la filiera a ritroso cercando di afferrare il significato mistico di “biologico” in tale sede; se sente qualcuno dire che è necessario “smettere di fumare” cerca di capire se l’interessato vende prodotti “alternativi” al tabacco (e non serve essere diffidente per essere a conoscenza del fatto che i produttori delle alternative, spesso, sono gli stessi che producono “la non-alternativa”). Se ascolta inni alla debolezza, si chiede come mai la forza venga stigmatizzata, se percepisce moti di uniformità, si sintonizza sulle difformità.

Roma, Maggio 2024. XVIII Martedì di Dissipatio

Preoccuparsi che altri compiano la sua stessa scelta è secondario, per il diffidente, perché l’atto in sé di non-partecipazione è un corollario della sua stessa esistenza non un traguardo. La soglia che il diffidente deve cercare di superare, in fondo, è tutta lì, nella recondita possibilità di ri-partecipare ad un contesto alternativo costruito ad immagine e somiglianza delle sue convinzioni personali. Si possono dunque avere due possibili evoluzioni della figura del diffidente. In prima battuta abbiamo il diffidente che non muta abito, è ribelle senza una causa, profeta senza schiera. In questo senso, il diffidente è come il cinico asino di Animal Farm. Incrollabile oppositore dell’uomo, ma tiepido nello sposare la causa rivoluzionaria dei maiali, è il primo a percepire le derive preoccupanti della nuova gestione della fattoria senza avere però null’altro da mettere in campo che sé stesso, convinto, in fondo, che cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambi: la prevaricazione fa parte del tessuto stesso della società e nulla potrà distruggerla. Se Orwell ha ritratto i lati oscuri e disperati del diffidente, la penna di Tolkien ha invece tessuto un afflato di speranza intorno al cuore turbato di Samvise Gamgee, ostinato e impulsivo, che riesce a centrare la sua idea del mondo intorno a delle certezze incrollabili: il bene e il male esistono, non sono assoluti ma sono reali. In base a questo assunto, il timido Sam combatte la sua battaglia interiore contro la disperazione fino ad arrivare ad un’epifania luminosa: vale sempre combattere per ciò che c’è di buono in questo mondo, anche senza dover sposare le mire politiche dei re, i sogni di gloria dei cavalieri o le imperscrutabili leggi degli stregoni. 

Ed è quest’ultima trasformazione quella che rende i diffidenti attori potenzialmente travolgenti della nostra società: con le loro incrollabili convinzioni e il loro spirito ostinatamente critico verso i diversi megafoni, i diffidenti possono trovarsi a sposare cause difficili ma necessarie, con la convinzione che la storia, come Tolkien stesso ci ha insegnato, passa anche per le mani dei più piccoli di noi.

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