Inaugurata dal battesimo di sangue della battaglia di Seattle del novembre 1999, la dialettica tra entusiasmi acritici e acerrime opposizioni alla globalizzazione non ha ancora prodotto, in seno alla dirigenza europea e diversamente da quanto osservabile oltreoceano come in Oriente, una riflessione compiuta sul suo stesso carattere storico. Naturalmente non manca l’analisi teorica internazionale (Khanna, Piketty o Rodrik, solo per citarne alcuni): in molti si sono interrogati sulla forma che avrebbe preso il mondo una volta finito suddetto ciclo e, in Italia, particolarmente Andrea Venanzoni ha messo in rilievo come il sostrato intellettuale del fermento new hi tech della destra americana abbia preso di petto la faccenda; per altro verso, il dengismo di Xi in Cina già da tempo ha proiettato il Dragone in un’era post-globale (si vedano le relazioni di potenza in area Asean e la tessitura africana), ma di tutto questo non vi è pressoché traccia nel dibattito interno al ceto politico del Vecchio Continente.
La storia, tuttavia, non “ammette ignoranza” e l’Unione Europea ha comunque e solo tardivamente capito, ancora dissimulando la propria subalternità, di essere in balìa degli effetti delle decisioni delle altre potenze, subendo passivamente i processi assiali più che orientandoli alla sorgente. La storia non è finita ora così come non era finita con il crollo del Muro di Berlino: mentre gli attori globali agiscono oggi in funzione di equilibri brutali di forza e sicurezza, secondo l’idea che si stia per aprire una nuova epoca e che l’ordine internazionale vada ridisegnato, l’Europa, schiacciata tra crisi esistenziali quali anomalie in area Nato, deindustrializzazione, conversione green forzosa, immigrazione di massa, scopre, pur senza mai ammetterlo apertamente, di non poter essere soltanto una “potenza della regolamentazione” o “istituzionale”, secondo un’espressione invece cara a Von der Leyen. In un tardivo colpo di coda, inaugura questo 2026 con il primo passo della fondazione di una partnership commerciale e politica con l’America Latina di sponda atlantica: l’accordo UE-Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay e, recentemente, anche Bolivia). Una corsa contro il tempo in un terreno assai scivoloso e che, nonostante la firma di Asunción del 17 gennaio, presenta ancora molte incognite.
Il primo grande limite di questa operazione risiede nella sua stessa cronistoria. L’accordo firmato in Paraguay arriva dopo oltre venticinque anni di negoziati altalenanti. Un’era geologica in un’epoca che ha scoperto, negli ultimi anni, un processo di accelerazione impressionante e che comporterà la ridefinizione degli equilibri di potenza.
Quando le trattative iniziarono, alla fine degli anni Novanta, l’Europa era il faro della modernità liberale e il Sudamerica un mercato emergente affamato di integrazione. Oggi, il contesto è cambiato sensibilmente: l’Unione Europea si muove con la viscosità procedurale propria di un ente amministrativo del passato, mentre la storia corre a colpi di dazi istantanei, crisi di approvvigionamento energetico e tensioni crescenti tra gli attori di primissimo piano.
Il via libera ottenuto a Bruxelles grazie al cambio di rotta dell’Italia — che ha sbloccato la maggioranza qualificata nonostante il no della Francia — non cancella il peccato originale del ritardo, a cui si andranno ad aggiungere ulteriori passaggi, e quindi mesi nonostante l’applicazione di una split strategy, in attesa del vaglio di Parlamento europeo e parlamenti nazionali, prima che l’accordo entri completamente in vigore.
L’Europa si inserisce così in un territorio dove gli hub e le rotte sono già stati, rispettivamente, acquisiti e mappate da altri. La Cina, guidata dal puro spirito di pragmatismo, non ha aspettato venticinque anni, rendendosi operativa fin da subito e potendo vantare, oggi, il controllo di circa il 27% del commercio estero del Mercosur, tra porti e infrastrutture logistiche capillari. L’UE rischia di aver ottenuto il diritto di vendere i suoi macchinari e i suoi vini su strade e porti di cui altri possiedono le chiavi, stante la prospettiva di una capitalizzazione commerciale del valore del 20% del PIL globale.
Dall’altro lato, forza militare (oltreché economica) e pura pressione politica rimangono un’esclusiva statunitense difficilmente scalabile. La cosiddetta “Dottrina Donroe” — l’interpretazione muscolare e transazionale della Dottrina Monroe da parte di Donald Trump — ha ridefinito il Sudamerica come un “giardino di casa” blindato. L’operazione statunitense in Venezuela di inizio gennaio, al netto di alcune opacità, ha sottolineato quanto Washington non tollererà interferenze che minaccino la propria sicurezza o il controllo delle risorse energetiche all’interno del suo blocco geografico. In questo scenario, l’ambizione europea di ritagliarsi una sfera d’influenza autonoma appare lunare.
Del resto, per inseguire questa visione geopolitica “emancipatoria”, l’Unione Europea ha scelto consapevolmente di mettere sul piatto il rischio concreto della crisi del suo stesso settore agricolo. Sebbene l’Italia abbia strappato clausole di salvaguardia al 5% — una sorta di “freno d’emergenza” se i prezzi dovessero crollare — e la protezione di 57 Indicazioni Geografiche, il prezzo sociale rischia comunque di essere complessivamente altissimo e le proteste delle ultime settimane (soprattutto in Francia e, da noi, Coldiretti e Filiera Italia) sono la prova della preoccupazione diffusa.
Il “Gigante Regolatorio” UE ha valutato essere l’esposizione al rischio del ceto agricolo il prezzo necessario per ottenere, ad esempio, l’accesso alle materie prime critiche, come il litio argentino, fondamentali per una transizione energetica che sembra però procedere a strappi e su cui si stanno addensando numerose incertezze. È tuttavia un azzardo per certi versi necessario a ridefinire ruolo e postura europei in un contesto di cambiamenti repentini: se è vero che l’Europa rischia di compromettere, almeno in parte, la coesione interna senza ottenere in cambio garanzie di sicurezza esterna, la contropartita di un aumento massiccio del volume commerciale e della creazione di una nuova sponda atlantica, cosa comunque diversa dalla proiezione, è allettante in uno scenario di ridefinizione complessiva delle zone internazionali di libero scambio.
Va inoltre considerato come la predilezione trumpiana per il bilateralismo potrebbe produrre effetti inattesi. Se Milei, spinto da Washington, decidesse di trasformare l’Argentina nel “cavallo di Troia” dell’America First nel Sudamerica, l’impalcatura normativa europea crollerebbe sotto il peso della sua stessa macchinosità. L’Europa non ha un piano B per un mondo che non rispetta i contratti, al netto di una posizione complessivamente favorevole dell’Italia (spesso accreditata alla convergenza di vedute del governo Meloni con Trump, in realtà più dipendente dalla posizione strategica nel Mar Mediterraneo che dalla presenza di concordanze sul piano ideologico) e che possa far pensare a una onorevole exit strategy pronta all’occasione. Ipotesi remota che tuttavia non si può liquidare come totalmente inverosimile tanto più che in queste convulse ore la Groenlandia si è trasformata, daboutade inaugurale del mandato Trump II a grattacapo per la coesione NATO e, conseguentemente, per i rapporti commerciali stessi tra UE e USA.
Trump potrebbe tuttavia vedere, ben prima e ben più realisticamente di procedere a un’operazione di disinnesco, nell’accordo un modo per indebolire l’influenza cinese in Sud America senza dover intervenire direttamente, lasciando che sia l’Europa a fare il lavoro sporco di “normare” il mercato sudamericano per poi raccoglierne i frutti commerciali tramite le proprie aziende sussidiarie in UE e, soprattutto, in America Latina, dove sostanzialmente il settore agricolo è nelle mani di multinazionali statunitensi (Cargill, ADM, Bunge). Nel solco della linea inaugurata dalla postura trumpiana, che non è necessariamente quella USA a lungo termine, il POTUS e Milei prevedibilmente sosterranno l’accordo finché questo produrrà profitti per le loro filiere. Nel momento eventuale in cui le clausole green dell’UE (deforestazione, pesticidi), standard ambientali rispetto ai quali più di una perplessità nutrono gli stessi prossimi partner sudamericani, dovessero diventare un ostacolo per la produttività argentina o per gli interessi industrial-agricoli USA, la benedizione potrebbe trasformarsi in sabotaggio, creando così l’opportunità parassitaria perfetta: l’Europa, in questo scenario, non agisce comunque da attore autonomo, ma da architetto di un’infrastruttura normativa di cui il capitale americano si prepara a diventare il principale regista e fruitore, riducendo al contempo lo spazio di manovra del rivale asiatico.
L’inaugurazione di questa partnership non è un traguardo, ma l’inizio di una prova esistenziale, un’autentica ordalia europea. Procedendo lungo questa strada, l’Unione Europea dovrà affrontare frontalmente la propria crisi di legittimità. La macchinosità procedurale, il distacco dalle classi produttive e la subalternità militare sono ferite aperte che gli USA a guida Trump hanno crudamente contribuito a rivelare, denudando la UE come istituzione normativa ausiliaria incapace di autonomia strategica.
L’accordo UE-Mercosur è l’ultimo colpo di coda di una (presunta?) potenza che ha smesso di innovare e ha iniziato a regolamentare, confidando nel dogma della fine della storia e sperando che il diritto potesse sostituire la proiezione di forza. Se l’accordo reggerà alla prova della realpolitik, l’Europa avrà guadagnato tempo, ma, ancora, non la potenza necessaria per produrre influenza internazionale; se crollerà sotto i colpi del sabotaggio, del sacrificio della pace sociale o, più verosimilmente, di un accordo capestro che non la favorisce ma lucra in modo parassitario sul suo mercato, sarà allora giunto il momento in cui il Gigante regolatorio dovrà iniziare a fare drammaticamente i conti con un mondo che ne riconosce l’appetibilità più che la credibilità. Sopravvivere, poi, senza che gli equilibri risultino né spostati né ripensati, magari producendo effetti solo come strumento delle strategie altrui, senza indipendenza decisionale, ne ridurrebbe drasticamente le ambizioni, relegandola al ruolo di un impero in decadenza che sì conta ancora, e l’imponente volume commerciale complessivo sta lì a dimostrarlo e a fare gola a chiunque voglia mettere le mani sulle rotte del mondo, ma non per la definizione di equilibri propri, bensì come terreno di competizione altrui.