La morte del Vazir Muchtar

Jurij Tynjanov racconta la tragica avventura dello scrittore e diplomatico russo Alexander Griboedov in Persia, che tornò a San Pietroburgo con il Trattato di Turkmanchay in tasca, primo, ipotetico, passo di un protettorato zarista su quelle regioni. Un libro imperdibile edito da Settecolori.
Jurij Tynjanov racconta la tragica avventura dello scrittore e diplomatico russo Alexander Griboedov in Persia, che tornò a San Pietroburgo con il Trattato di Turkmanchay in tasca, primo, ipotetico, passo di un protettorato zarista su quelle regioni. Un libro imperdibile edito da Settecolori.

Jurij Tynjanov, critico letterario russo, noto per essere stato uno dei maggiori esponenti del formalismo russo, insieme a Viktor Sklovskij e Roman Jakobson, pubblicò saggi teorici in cui poneva il problema del linguaggio poetico, considerato come un testo eminente dello studio strutturale e frasale del verso poetico. Ma Tynjanov non fu solo questo, scrisse anche diversi romanzi di successo. Nel 1925 pubblicò il suo primo romanzo, Kjuchlja, incentrato sulla vita del poeta Kjuchel’beker. Nel 1929 pubblicò il suo secondo romanzo, La morte del Vazir Muchtar, in cui raccontò la vicenda della tragica morte dello scrittore e diplomatico russo Alexander Griboedov. 

Nel romanzo, collocabile nel genere storico, Tynjanov narra gli eventi che anticiparono la  morte di Griboedov. L’autore riscrive la sua storia, non surrogata da fonti storiche perché non disponibile nella loro materialità: «dove finisce il documento, la comincio io». Il romanzo, pubblicato in una prima edizione nel 1929 e stampato in traduzione italiana per la prima volta nel 1962 dalla casa editrice Silva, viene oggi ripubblicato da Settecolori con la traduzione di Giuliano Raspi, con la postfazione di Armando Torno.

La morte del Vazir Muchtar (Edizioni Settecolori) di Jurij Tynjanov

Tynjanov non si limita a ripercorrere la vicenda tragica di Griboedov, autentico protagonista del romanzo, ma con i suoi occhi rilegge la storia di quella società russa a cui Griboedov, suo malgrado, apparteneva in quanto figlio di una famiglia aristocratica in piena in decadenza economica. Il protagonista era consapevole che quella società era in disfacimento, fondata su valori antistorici:

«Avevano cominciato di nuovo a navigare in cattive acque, mentre  la casa decadeva e la rovina era nell’aria».

Fine intellettuale, membro dell’aristocrazia moscovita, è nato presumibile nel 1794 – si utilizza l’avverbio “presumibilmente” perché i documenti che attestano la sua nascita sono andati perduti a causa dell’incendio di Mosca avvenuto nel 1812 – dopo l’invasione nella città moscovita della grande armée napoleonica. Puskin, contemporaneo di Griboedov, lo definì «l’uomo più intelligente di Russia». Laureato all’università di Mosca, poliglotta, fu subito inserito all’interno del Ministero degli Affari Esteri, ma fu anche uno spirito libero, non soddisfatto dei salotti aristocratici di Mosca e della sua capitale San Pietroburgo. La sua passione mordace per la letteratura e la scrittura lo portarono a scrivere una commedia teatrale intitolata Gore ot uma, tradotta in italiano Che disgrazia l’Ingegno!, in cui il protagonista, Cacuj, un giovane brillante dell’alta società russa, alter ego dello stesso Griboedov, denunciava la vacuità dell’aristocrazia russa, che spende il suo tempo in ricevimenti e balli in cui si innestò una passione sfrenata per la cultura francese.

L’opera uscì in una prima stesura nel 1825 che fece sobbalzare i massimi benpensanti della società russa, ma mutila della parte maggiore perché sottoposta al vaglio della censura. Una mente pugnace e di fatto anticomformista fu quella di Griboedov, che non fu immune dal frequentare le diverse e più disparate società segrete che in quel contesto politico e storico pullulavano in Russia. Durante la famosa rivolta dei Decabristi, avvenuta nel dicembre del 1825, venne arrestato, ma fu scarcerato dopo soli quattro mesi con l’archiviazione delle accuse nei suoi confronti, a causa del ruolo che ricopriva nella burocrazia diplomatica russa. Griboedov aveva l’anima del letterato e la sua commedia circolò ampiamente.

La permanenza in Oriente lo ha cambiato. L’ambiente letterario russo, capitanato da Puskin, gli è  ormai estraneo. Emblematico è il colloquio che Tujanov inserisce, in apertura al romanzo, tra il filosofo russo occidentalista Petr Jakovlevic Caadaev, e Griboedov, durante il quale questi raccontò al suo interlocutore le vicissitudine della passata guerra russo-persiana e del piano di pace da lui stipulato. L’europeista Caadaev si scagliò contro il suo amico, definendo:

«La guerra del nostro secolo è un gioco da stupidi. Si incorpora una colonia, se ne incorpora un’altra: che cosa stupenda l’ambizione dello spazio!»

Caadaev, emblema della civiltà occidentale, da un lato, e dall’altro Griboedov, che rappresentava il letterato liberale, ma anche l’uomo di Stato a tutto tondo della Russia imperialista. Fu proprio grazie a Griboedov che la Russia mise fine alla guerra con la Persia, tramite il trattato di Turkmenchay, con cui la Persia fu costretta a cedere i Kahani nel Caucaso in cui era stanziata una qualsiasi comunità di professione cristiana. Quel  trattato fu, di fatto, il presupposto per la costruzione del futuro stato dell’attuale Repubblica d’Armenia, e rientrava nella strategia imperiale russa della “terza Roma”, cui il primo propugnatore fu niente meno che Pietro Il Grande. Questi mirava ad espandere i confini della Russia oltre il Caucaso e a farsi il protettore dei cristiani d’Oriente, il che equivaleva a scontrarsi contro la Persia. L’area di maggior interesse per lo Zar era la regione montuosa dell’Armenia del Karabagh. Una spedizione russa nel 1722-23 cercò di far sollevare gli armeni, fieri montanari cristiani, contro i persiani. Anni dopo, precisamente nel 1801, con la pace di Tilsit, la Russia arrivò ad annettersi anche la Georgia e il Daghestan. Teheran chiese aiuto all’Inghilterra e a Napoleone, ma nessuno dei due rispose alla richiesta dello Scià. Con il trattato di pace di Gulistan, stipulato nel 1813 tra la Russia e la Persia, lo Zar riuscì ad ottenere gli accessi sul Mare Nero, oltre a diversi Khanari nel Caucaso; uno tra questi è l’odierna Azerbaigian.  

Quando Griboedov arrivò a San Pietroburgo a portare il trattato di pace nelle mani di Nesselrode «portava una cartella foderata con cinque sigilli, era la pace di Turkmenchay», e la città lo accolse come un trionfatore, come un Alessandro Magno. Era nata una nuova meteora, chi se ne importava se fino a qualche anno fa era stato un rivoluzionario. Fu venerato dall’aristocrazia che lui aveva denigrato e invidiato dallo stesso Puskin: «Puskin si avvicinò a gli tese la mano con semplicità “Lieto di vedervi” gli gridò», superando la musica di Boieldieu: «Vi invidio: voi galoppate attraverso la Persia , mentre noi vegliamo sulle riviste».

Oriente. Era lì che Griboedov voleva tornare. Gli balenò nella testa l’idea di creare una compagnia commerciale in quei territori che collegavano l’estremo oriente con la Russia euroasiatica: «la compagnia farà venire dai paesi stranieri operai specializzati, dipanatoi di seta, filatori…». Nessorlde, sulla scia del suo successo per la firma del trattato, lo nominò Ministro Plenipotenziario per gli affari in Persia. Di fatto, però, quella nomina non serviva ad appoggiare il progetto che aveva Griboedov, ma solamente ad ottenere il pagamento di 25 mila Kukuri da parte dello scià di Persia, che sarebbero serviti a finanziare l’ennesima guerra imperialista della Russia, quella volta contro la Turchia.

Il viaggio per la Persia fu lungo, su un piccolo calesse insieme al suo fido servitore Saka. La prima tappa intermedia fu Tiflis (odierna Tiblisi), capitale della Georgia, con il suo clima esotico e i suoi bagni che «convertono l’uomo in un asiatico». Griboedov diventa un tartaro, subisce una mutazione, dismette la sua veste europeo. Quella Tiflis, austera e tranquilla, che per otto anni lo aveva ospitato e lo aveva fatto crescere ora ritornava ad accoglierlo come una madre:

«Con le montagne vicine, la città era simile ad una grossa padella sulla quale il cuoco faceva saltare in alto sempre nuovi funghi, scuri: le case».

Il  profumo orientale che si dissipava nelle stradine polverose, gli facevano dimenticare i salotti tracotanti di San Pietroburgo e la passeggiate sulla Prospettiva Nevskij. In quello stesso istante, a San Pietroburgo Nesselrode si era trasferito a Carsoke Salò, distante dal centro, segnale che la guerra contro l’impero Ottomano non procedeva come si sperava. Gli ospedali delle capitali si riempivano di mamme o meno sempre di più di soldati dal fronte. In quei luoghi ripugnanti di Tiflis, Griboedov incontrò una principessa caucasica sedicenne, che divenne sua moglie.

A Tiflis conobbe anche la peste che, però, lo risparmiò dalla morte. Appena rimessosi proseguì il suo viaggio. Destinazione finale: Persia, insieme alla consorte a Saka. Era  il 9 settembre del 1828: «Bon voyage, Votre Excellence, mon cher et estimé Vazir Moukhtar». Griboedov si sedette sulla carrozza e salutò per l’ultima volta la sua vita a Tiflis. Giunse in Persia il 7 ottobre. L’interlocutore persiano di  Griboedov era il ministro senza portafoglio Abbas, una sorta di sottosegretario dello Scià che già aveva ricevuto richiesta, da parte dell’Impero Ottomano, di formare un’alleanza militare tra la Persia e la Porta Santa contro la Russia. Nel frattempo dalla madre Russia arrivavano i dispacci indirizzati a Griboedov, che comprese di doversi sbrigare ad ottenere un prestito e tagliare i ponti, perché al fronte le cose andavano male. Il colloquio con il suo omologo si fece aspro ma franco, condito dal linguaggio diplomatico. Tujanov l’immagina e lo trascrive nel romanzo con l’utilizzo di un discorso diretto libero, volto a mostrare lo scontro di civiltà tra due potenze decadenti: da una parte l’impero persiano, dall’altra la “Terza Roma”, che stava lottando per la sua sopravvivenza nello scacchiere europeo:

Abbas:

«Il fatto è che Sua Altezza il Sultano sommano mi manda l’ambasciatore e mi chiede conto di voi…che peccato che non ho visto le vostre capitali, caro Griboedov, anche voi ne avete due come noi?»

Griboedov:

«Vostra Altezza le capitali saranno tre…Stanbul».

La missione diplomatica di Griboedov prevedeva anche il colloquio diretto con l’Imperatore degli Imperatori: lo Scià. Da Tibritz, dove lasciò la moglie incinta, si diresse insieme a Saka a Teheran. Quando entrò a Teheran in sella a un cavallo moro una folla ostile gli si fece incontro gridando. «Husai! Husain!» Griboedov non capiva cosa volesse dire quell’affermazione rivolta contro di lui. La tradizione persiana raccontava che l’uccisore dall’amato Imam Hussain, l’eroe nazionale persiano, era entrato a Teheran per compiere la sua missione su un cavallo moro, la stessa razza di quella di Groiedoev. A Teheran il clima era strano, nell’aria c’era voglia di violenza gratuita. Nei Bazar gli affari si facevano solamente tramite l’uso della violenza:

«Il cammelliere era colpevole davanti al mendicante, questi era colpevole davanti al fabbro ferraio, il fabbro era colpevole di fronte al macellaio, il macellaio di fronte all’artista…»

L’incontro con l’Imperatore degli Imperatori, insieme ad una vasto stuolo di eunuchi di corte, ministri in alta uniforme e vari lacchè di corte, si concluse con un nulla di fatto. Un mese durò la sua permanenza a Teheran, e solo l’ultimo giorno, in nuova udienza, ottenne dallo Scià la promessa dei tanto sperati Kururi.

Adempiuto al suo dovere nei confronti del suo Paese entrò nell’ambasciata russa e salì al secondo piano, entrò nella sua stanza e si mise a letto. Era l’ultima notte che passava a Teheran, il giorno dopo sarebbe ripartito. Quando mise la testa sul cuscino improvvisamente si mise a pensare a Nesselrode,  poi a sua moglie e alle sue nausee. Improvvisamente, alla porta dell’ambasciata bussò un uomo che voleva parlare con il ministro russo in persona. Era un eunuco della corte dello Scià, il suo nome era Jakub Markaryan.

Voleva andare via dalla Persia opprimente, che il Ministro lo portasse in Russia, quella Russia liberale europea. Ma, per la legge islamica, un eunuco che aveva servito lo scià non poteva tradire il sovrano e offendere l’Islam. Nel concilium dello Scià  quell’affronto doveva essere lavato con il sangue. Non c’era altra strada che la guerra santa contro l’infedele traditore e l’altro infedele, l’uomo senza barba, l’occidentale, il russo. La mattina seguente la Jihad si era fenomenizzata

«Dai vicoli si mescolano uno ad uno, a decine, dalle strade a centinaia. Uomini con una mano sola toglievano le pietre dalla strada con la mano sinistra, gli uomini con la mano sola erano fannulloni e ladri». 

Le pietre iniziarono a infrangersi contro l’ambasciata. Quattro cosacchi, a guardia dell’ambasciata, si misero sul tetto e quando videro l’inizio del lancio dei sassi iniziarono a sparare sulla folla. Ma la lotta era impari, la folla sempre più inferocita  abbatté il portone ed entrò all’interno. Un ragazzino di quindici anni con un coltello da macellaio tagliò la testa dell’eunuco traditore nel salone principale dell’ambasciata. Poi toccò a Saka, il servitore, l’amico e la coscienza di Griboedov. Per terminare la vendetta, mancava solo l’uomo senza barba:

«Il rosticciere del quartiere di Simuum gli ruppe i denti anteriori, qualcuno colpì con un martello gli occhiali (di Griboedov) e il vetro si conficca nell’occhio. Il rosticciere ficcò la testa in una cesta. Il Vazir Muchtar e il suo servo furono portati in trionfo per Teheran».

Il Vazir Muchtar esisteva.

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