Breve guida storica alla città di Superia

Gita spaziotemporale lungo secoli, scorci, accadimenti
Gita spaziotemporale lungo secoli, scorci, accadimenti

Età primitiva: gli Uri 

Superia sorge alle pendici del Monte Ossa, alla confluenza del fiume Barbas con il torrente Borbera, in una zona dove s’incontrano i confini delle regioni Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia-Romagna. Gli studiosi sono tradizionalmente concordi nel far risalire l’inizio della storia di Superia al Paleolitico superiore, approssimativamente attorno al 18.000 a.C., età stimata dalle pitture rupestri rinvenute nel 1874 dalla coppia di archeologi Filippo e Luisa Modrone nella Grotta delle Urla

I coniugi Modrone, pionieri della moderna speleologia, ambedue intellettuali anticonformisti e innovativi accademici dell’antica facoltà di archeologia di Superia, ritenuti essere nel XIX secolo come i più grandi esperti di civiltà preistoriche mediterranee e centro-europee, dedicarono tutti gli ultimi vent’anni della loro vita allo studio della sanguinaria popolazione degli Uri. Otto i testi che scrissero sull’argomento, di cui due, Storia degli Uri La Regina della Luna di Monte Ossa – civiltà e culti millenari degli Uri, sono ancora oggi considerati come i volumi più importanti sulla materia. I Modrone scoprirono la Grotta delle Urla dopo anni di ricerche sul Monte Ossa in seguito al rinnovato scalpore che ci fu per i nuovi rinvenimenti di grandi tombe collettive emerse durante gli ultimi ampliamenti edilizi del quartiere residenziale nella seconda metà dell’Ottocento. 

Fin dall’epoca antica, come riportano le cronache romane, dalla terra nei boschi tutt’attorno alla montagna emersero migliaia di scheletri seppelliti in ossari: si trattava di resti umani risalenti a migliaia di anni fa. Da qui il nome Monte Ossa, da sempre considerato dagli abitanti della zona come luogo maledetto, infestato da oscure presenze. Superstizione popolare e leggende a parte, su cui si specula tutt’oggi, rimane fondamentale il lavoro dei Modrone come punto di riferimento per lo studio del misterioso popolo degli Uri, ricerca che è rimasta purtroppo incompiuta, per via della scomparsa della coppia, nel 1874. 

Gli archeologi Filippo (1825 –?) e Luisa Modrone (1828 –?), unendo lo studio di antichi testi risalenti a più epoche, l’instancabile ricerca sul terreno, e un’accesa passione per la speleologia, riuscirono, non senza sforzi enormi, a mettere assieme molti dei pezzi che altri studiosi prima di loro avevano composto. 

Nella loro Storia degli Uri riunirono tutte le indagini precedenti in unico testo: dai resoconti del generale di Roma Ennodio al De malis Superiae del primo secolo d.C. dello storico romano Ceciliano, dagli studi dell’alchimista bizantino Teone Hypnos a quelli dell’ambiguo frate Kāla del XVII secolo, fino ai volumi più inaccessibili e occulti della sconfinata biblioteca dei conti Severo di Cantalupo. Seguendo poi le leggende tramandate come eredità orale tra gli abitanti delle minuscole frazioni di Monte Ossa, individuarono una caverna il cui accesso era nascosto a 1.400 metri di altezza, non lontana dalla cima del monte, tra le rocce a strapiombo che circondavano una cavità sulla parete settentrionale, una gola stretta tra i massi e pini striminziti e spogli, una sorta di profondo cratere che bucava la montagna, e dove il sole, anche nelle ore in cui era più in alto, non arrivava mai. Il luogo veniva chiamato da pastori e cacciatori come la Grotta delle Urla, perché a detta di alcuni, durante certi giorni e certe notti, si udivano provenire da quella nere cavità delle grida terrificanti, come se qualcuno là dentro subisse delle indicibili sevizie (in realtà è stato dimostrato che il fenomeno è dovuto alla caratteristica conformità della grotta che rende gli echi particolarmente acuti e prolungati, e al continuo soffio del vento che s’infila in stretti passaggi del soffitto, provocando un fischio inquietante come il suono di un gigantesco flauto distorto, che può sembrare in effetti un lamento umano). Venivano poi raccontate brutte storie su persone scomparse, incauti che si erano avventurati in quel buco, la cui apertura è di difficile conquista, essendo posta sopra un precipizio di quasi duecento metri. 

I Modrone esplorarono la grotta, immensa e labirintica, ma fu solo dopo innumerevoli perlustrazioni che riuscirono a trovare un passaggio per un livello inferiore, ancora più esteso di quello relativamente più accessibile. Scoprirono così una delle più importanti testimonianze del popolo degli Uri giunte fino a noi: il tempio della Grotta delle Urla, un’ampia sala naturale nella roccia di Monte Ossa, con la sua infinità di magnifiche pitture rupestri che non è esagerato definire come veri e propri affreschi. Alle scene di vita quotidiana, come quelle di pastorizia, di caccia, di guerra, di gerarchia sociale, si alternano ben altre di più difficile comprensione. Si tratta di disegni rituali, di simboli il cui significato è andato perduto millenni or sono, e altre pitture che mostrano antichi culti scomparsi per sempre, di divinità donna, potenti e dai volti feroci, di processioni sotto la luna, di alti fuochi alimentati a vittime sacrificali, di banchetti di carne umana. Sì, gli archeologi Filippo e Luisa Modrone trovarono la prova definitiva che gli Uri, popolo antichissimo e la cui cultura e abitudini rimasero immutate per millenni – caso unico nella storia dell’umanità, fedeli alla propria natura come se avessero fatto un patto con l’eterno – erano cannibali. 

La leggenda nera di Monte Ossa fu ulteriormente alimentata dalla scomparsa della coppia di archeologi, svaniti nel nulla durante l’ennesima perlustrazione della Grotta delle Urla, una sera di fine estate dell’anno 1874. Oggi si può ammirare la Grotta delle Urla e i suoi dedali di roccia con visite guidate (da aprile a settembre: lun-mar 14-18 merc-giov-ven-sab-dom 09-20; da ottobre a marzo: lun-mar chiuso; merc-giov-ven-sab-dom 11-18). 

Età antica – l’arrivo dei Romani 

Fu nel 58 a.C. che il proconsole Gaio Giulio Cesare, sulla via delle Gallie, insediò due accampamenti distinti, che potessero essere base per le future campagne militari al di là delle Alpi. Uno portava il nome Julia Taurinorum, poi diventata colonia Augusta Taurinorum con il primo imperatore Ottaviano Augusto e oggi Torino, l’altro di Superia, nome rimasto scolpito nei secoli. 

Cesare, impegnato con la lunga sfida con i Galli, lasciò la responsabilità delle retrovie e del castrum di Superia ad uno dei suoi luogotenenti, il generale Ennodio. Sin dai primi giorni in cui gli esploratori delle legioni romane si avventurarono nella valle del fiume Barbas e poi nelle intricate foreste del Monte Ossa, i soldati di Roma capirono che non avrebbero avuto vita facile in quelle tetre lande. Già all’epoca infatti, le storie e leggende che gravavano attorno alla bellicosa stirpe degli Uri e ai loro culti infernali erano giunti fino all’Urbe. Liguri, Insubri e Taurini si erano dopotutto scontrati ripetutamente nel corso dei secoli con gli Uri, senza mai sconfiggerli, e ne erano spaventati a morte. Quel piccolo angolo di terra rimase indipendente dai Celti e dalle altre popolazioni preromane, come un buco nella Storia, una zona franca, un’enclave di ere lontane. Gli Uri sono stati un granellino nero nella clessidra umana di sabbia bianca. 

Per assoggettare una volta per tutte la zona e per mettere a tacere definitivamente le voci su quel sinistro potere che aleggiava sulla tribù e sulla regina Sive, Cesare decise di insediare in pianta stabile un importante campo militare. 

La Pacifica, come fu chiamata allora la dura azione di repressione degli Uri, durò oltre un decennio, non senza gravi perdite da parte romana. Mentre dall’altra parte, il costo dello scontro, fu lo sterminio totale. Il generale Ennodio, dopo aver subito nei primi tempi alle pendici di Monte Ossa ripetuti e violenti attacchi notturni, ed aver visto coi propri occhi le ripugnanti abitudini antropofaghe degli Uri, si adoperò con ferocia nel compito assegnatoli: definitivo debellamento di un popolo che al tempo veniva considerato dal mondo latino come una vera propria piaga, un cancro, una malattia etnica di genti nate e cresciute nel e per l’orrore. Il popolo degli Uri sembrava esser l’ultima progenie di un mondo primitivo e antico come le stelle, rimasto isolato in un limbo barbarico rispetto all’incessante scorrere del tempo. La regina Sive, ultima sovrana e sacerdotessa-pontefice del culto della dea carnivora Oti e degli spiriti celesti di Superia, fu messa in catene nel 50 a.C. e decapitata per mano dello stesso Ennodio. Il generale e le sue truppe, dopo aver sconfitto la minaccia della guerriglia degli Uri, conclusero la campagna militare con operazioni di vera e propria pulizia etnica per cancellare in modo definitivo la società matriarcale di cannibali adoratori di divinità malvagie. Nessuno degli Uri sopravvisse. Furono metodicamente distrutti villaggi e idoli. Dopo qualcosa come 20.000 anni, una delle più longeve, criptiche e isolate civiltà d’Europa, scomparve nel buio della Storia, nello stesso buio dove era nata in epoca immemore. L’unica eredità della stirpe, così eccezionale sia per la sua natura crudele e per l’inossidabile fede nei propri costumi millenari, poi ripresa dagli studi degli archeologi scomparsi Filippo e Luisa Modrone, fu lasciata paradossalmente proprio dal generale Ennodio nel suo Annales Urorum in cui scrisse di suo pugno il resoconto non solo delle vicende di guerra, ma anche di tutte le cose che apprese e che approfondì sulla storia, le tradizioni e gli usi e costumi di quella gente indomabile e selvaggia. Gli Uri non smisero mai di affascinare e allo stesso tempo di turbare generazioni di studiosi, e ancor oggi Monte Ossa restituisce gli inquietanti segni del loro arcaico passaggio. 

Dopo Ennodio e la campagna per sconfiggere per sempre gli Uri, il castrum di Superia crebbe rapidamente. Secondo lo storico Ceciliano, intorno all’anno 1 d.C. gli abitanti erano già oltre 5.000. Prima della fine del secolo erano raddoppiati. Adesso non si parlava più in termini di un accampamento militare fortificato e permanente, bensì di una vera e propria città dell’Italia Settentrionale, una colonia, crocevia dei traffici dal mar ligure e dalla Pianura Padana, con un mercato vivace e una forte predisposizione all’attività laterizia che mise le basi per future grandi industrie e fornaci per materiali di costruzione, e che fecero in seguito fiorire la città. 

Fu nel secondo secolo che fu eretto il monumentale tempio alla dea Cibele, la Magna Mater, divinità creatrice e allo stesso tempo distruttrice, culto pagano di riferimento a Superia. Oltre al culto della Magna Mater il tempio era dedicato alle Furie o Erinni, le figlie della Notte, le tre sorelle della vendetta, figure mitologiche che mostruose urlano agli assassini le loro colpe, fino a portarli alla pazzia. Celebri e molto seguite erano le celebrazioni Dies Sanguinis d’inizio primavera, in onore della dea, quando alle grandi processioni, alle flagellazioni di massa, ai probabili sacrifici umani lungo il fiume Barbas, seguivano cerimonie collettive al suono frenetico di flauti, tra il fumo di incensi inebrianti e orge di vino e sesso. Le vestigia del tempio, che all’epoca era il luogo di culto dedicato alla Magna Mater più importante della romanità, sono tutt’ora ammirabili in piazza Candia (cancelli aperti tutti i giorni feriali dalle 10 alle ore 17, festivi dalle 10 alle 20. Per il solstizio del 21 giugno apertura straordinaria tutta la notte). 

L’Alto Medioevo – l’impronta bizantina 

Con il declino dell’Impero romano, ormai diviso tra Occidente e Oriente, i popoli barbari entrarono come nuovi attori nel palcoscenico della Storia, sconvolgendola. Il re dei Visigoti Ataulfo il “nobile lupo”, successore di Alarico al trono, ritirandosi verso la Gallia nella primavera del 412, saccheggiò con il suo esercito la città di Superia, che si era rifiutata di accoglierlo e di fornire rifornimenti e viveri. Il saccheggio durò cinque terribili giorni e ancor più terribili notti. Le fiamme che si levarono si scorsero a decine di chilometri di distanza. Sotto Monte Ossa avvenne un pandemonio di fuoco e distruzione, tutto fu depredato, incendiato, massacrato. Poche sono difatti le rovine del tempo di Roma a Superia che sono giunte fino a noi dopo la furia dei Visigoti: oltre al già menzionato tempio alla dea Cibele, rimangono oggi i resti delle terme sul Barbas, la collezione dei bronzi rinvenuta nell’Isola del Mongolo e i ruderi del III secolo della villa del console superieseCleandro con i suoi affreschi erotici alquanto spinti e molto rappresentativi di una cerchia di patrizi privilegiati inclini ai piaceri più dissoluti, ai vizi più fantasiosi, alle depravazioni più turpi (Museo Villa Cleandro lun-ven 9-16; sab-dom 9-19 si consiglia la visita ad un pubblico adulto). 

Il Regno ostrogoto successivo alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e al dominio di Odoacre, che fu trafitto a morte dalla spada di Teodorico durante il banchetto di sangue di Ravenna nel 493, lasciò il posto all’ambizione di Bisanzio con l’imperatore Giustiniano I. L’esercito di Costantinopoli condotto dal generale Flavio Belisario, in lotta contro i goti per il controllo della penisola italiana, sbarcò nel 538 a Genova e presto dilagò in tutta quella che un tempo era la Gallia Cisalpina. I bizantini trovarono Superia ridotta ad una città-fantasma, semideserta, con gli antichi edifici abbandonati, semidistrutti e mangiati dalla vegetazione, e strade che furono ricche e laboriose ostruite da macerie e miseria. La città decaduta contava appena 2.000 abitanti in larga parte appestati, cenciosi, imbarbariti, morsicati da fame e malattie. Rispetto ad altri centri che usufruirono di una relativa quiete sotto gli ostrogoti, Superia fu lasciata da parte, quasi scansata, come se i germanici considerassero il luogo funesto ed infestato. I bizantini praticamente la rifondarono fornendola di mura, e usandola come importante base militare durante la campagna d’Italia nelle sue fasi concitate e d’alterna fortuna. 

Il generalissimo Narsete, eunuco di origine armena, dopo aver scacciato le forze franco-alamanne dalla Penisola, scelse Superia come uno dei centri nevralgici del Nord Italia per il potere bizantino dell’Esarcato e per l’opera di pacificazione e di nuova prosperità che era nei piani dell’imperatore Giustiniano. Chiese e palazzi sorsero nella rinata Superia, ora di nuovo significativo capoluogo nell’amministrazione, nella difesa e nell’economia delle provincie settentrionali di Liguria Alpes Cotiae della prefettura del pretorio d’Italia. 

L’impronta bizantina fu davvero influente sui destini del luogo: la città avrebbe goduto per quasi un millennio di un rapporto privilegiato con l’Impero romano d’Oriente e la sua capitale, Costantinopoli. Fu quasi un’enclave di Bisanzio trapiantata nel settentrione italiano: commerci, diplomazia e intrighi che si propagavano dal Corno d’oro, avevano echi fin quaggiù. Tutt’oggi è evidente l’influsso di tal legame che ebbe sulla storia cittadina. Numerosissimi gli esempi e le testimonianze degli albori di quel rapporto superio-bizantino, come la pianta primordiale del quartiere dei Cento Mercati, dove già alla fine del VI secolo sorgevano botteghe e laboratori, o come la parte più antica del palazzo dell’ambasciatore dell’Impero (dal XV secolo conosciuto come palazzo della Sublime Porta, orari di visita mar-dom 10-17, chiuso lunedì), o come l’antichissima chiesa di Santa Isidora da Tabenna stolta in Cristo, consacrata nel 567, e meravigliosamente abbellita con il grande mosaico di Giustiniano tra i Santi, con tessere di oro zecchino, smalti di vetro e addirittura gemme (attualmente in restauro – fine lavori previsti per il 2024).

Nel 568 i longobardi invasero le regioni settentrionali italiane fatta eccezione di Superia, che dotata di possenti mura volute da Narsete e strenuamente difese dall’esarca Stratone, resistette a cinque anni di assedio. Stratone raggiunse un accordo con il re longobardo Agilulfo nel 593 e iniziò qui, con questo trattato, il carattere d’indipendenza e di autonomia che avrebbe rappresentato la natura della città per i secoli a venire. Superia sì formalmente angolo bizantino nel territorio di dominazione longobarda, ma comunque libera nella scelta del proprio destino, in termini di alleanze e legami con il mondo esterno, politicamente e militarmente indipendente: zona franca di commercio e di accordi. Ancora una volta, dopo l’inquietante civiltà millenaria degli Uri, Superiamostrava al mondo la sua unicità, l’intrinseca vocazione alla propria libertà, alla propria sorte. 

Nell’anno 800, con l’incoronazione del re dei franchi Carlo Magno ad imperatore romano da parte di papa Leone III, la città fu formalmente inclusa nel territorio dell’Impero carolingio, senza però perdere la sua peculiarità d’indipendenza. Per essa, fu coniato il rango speciale di Urbs libera, governata per volontà imperiale da un conte. Il primo a ricoprire questo incarico fu Orenzio da Libarnia, ucciso poi con il veleno al banchetto di nozze di sua figlia Menandra. 

La seconda parte del X secolo vide la duplice discesa in Italia di Ottone il Grande, re dei germani, prossimo Imperatore del Sacro Romano Impero, in lotta con Berengario II d’Ivrea per la corona d’Italia. Si ribadì il grande prestigio in cui godeva Superia: fu qui che Ottone I sposò Adelaide di Borgogna nel 951, precisamente nella chiesa di sant’Ignazio, al posto della quale oggi sorge il Duomo di San Sebastiano Trafitto. La coppia sarebbe presto divenuta imperiale. 

Il Basso Medioevo – secondo millennio, l’invasato Cirpriano e l’Ordine Scarlatto

Il nuovo millennio si aprì con un sentimento di forte auspicio per lo sviluppo cittadino, che non tardò ad arrivare. Il numero degli abitanti si avvicinava ormai a 80.000, per l’epoca una cifra da grande metropoli europea. 

Sotto le mura lungo la sponda settentrionale del fiume Barbas, alle pendici di Monte Ossa, sorsero numerose fornaci per la fabbricazione di mattoni e stabilimenti per la lavorazione di altri materiali edilizi, come il marmo di pregio, che cominciava ad essere molto utilizzato per i rivestimenti. La prosperità portò nuova consapevolezza di potere e desiderio di autonomia. Tre furono le ribellioni armate contro l’autorità dell’imperatore Enrico III il Nero, scoppiate soprattutto per questioni di tributi, dai superiesi sempre elargiti di malavoglia alle potenze esterne. 

Cavalieri superiesi, pagati dalle famiglie nobiliari che ressero dal XI al XIII secolo il ConsuliumDominorum, parteciparono alla prima crociata in Terra Santa indetta da Urbano II in qualità di alleati dell’imperatore bizantino Alessio I Comneno. Contribuirono alla presa di Antiochia e alle vicende legate a quel principato crociato. 

Sotto la guida dell’invasato Cipriano da Tortona dalle insegne turchesi e la croce patriarcale d’oro, i cavalieri superiesi si macchiarono di orribili massacri contro i civili musulmani, suscitando orrore persino tra le altre truppe cristiane, che di violenza non erano certo avare. In lotta per il potere con Boemondo di Taranto, suo nipote Tancredi d’Altavilla e Ruggero di Salerno, furono decimati nella battaglia dell’Ager Sanguinis dall’esercito musulmano del condottiero turco Ilghazi. I trenta sopravvissuti della spedizione superiese, ancora capitanati da Cipriano, tentarono di riparare a Gerusalemme ma furono scacciati e banditi per sempre da Baldovino II. L’invasato Cipriano condusse allora i suoi ultimi fedelissimi fuori dalla Terra Santa. Lo seguirono soggiogati dalla sua figura controversa, mistica e guerriera, decisamente megalomane e probabilmente psicopatica. Affrontando un lungo viaggio via terra e via mare, vagarono per mesi in terre lontane e barbare con il miraggio di una nuova terra promessa sognata dal messia Cipriano, proclamatosi secondogenito di Dio. Penetrarono in remote valli del Caucaso, nella regione georgiana dei Khevsureti, dove si mischiarono con le genti delle tribù del luogo e qui fondarono una comunità guerriera e religiosa chiusa ermeticamente per secoli, fino alla prima guerra mondiale, tramandando di generazione in generazione usi e costumi originari della spedizione crociata di Cipriano. Svilupparono una particolare sintesi di cristianesimo eretico e di paganesimo: Cristo e le stelle guerriere Yakhsar, Kopala, Pirkushi, Ber-Baadur, e il loro fratello maggiore, Kviria, stella del mattino. Estremamente affascinante è la collezione di fotografie del secolo scorso scattate dall’antropologo superieseEmanuele Gioia che esplorò le valli nell’estate del 1914. Le immagini, strabilianti nella loro originalità, mostrano cavalieri in cotta di maglia e spadoni medievali, con scudi che riportano l’effige della croce patriarcale d’oro e le sigle A.M.D. dell’antico motto crociato Ave Mater Dei e quelle I.N.C. In Nomine Cypriani – Nel nome di Cipriano (la collezione fotografica Gioia è conservata al Museo di Palazzo dei Marchesi, nell’ala etnografica; orario museo: lun-ven 9-18; sab-dom 9-24). 

In parallelo allo sviluppo economico, demografico ed urbano, a Superia crebbe l’attenzione per il sapere. Nel 1111 venne fondata l’Università Scarlatta dal vescovo Imeneo detto il Bovino per via degli occhi sproporzionati e sporgenti fuori dalle orbite come due grandi palle. L’università, sorta come ramo accademico del monastero dei Fratelli di San Sebastiano, è la terza più antica d’Italia dopo Parma (962) e Bologna (1088). 

L’Ordine degli Scarlatti di San Sebastiano Martire, costituitosi intorno al VII secolo sotto l’egida del vescovo Peclezio di Marcianopoli, i cui monaci sebastianini indossano la caratteristica cappa color rosso scarlatto, è celebre nella cristianità per la missione di custodia e difesa della conoscenza, per la gelosia nelle proprie tradizioni, per l’ermetismo del proprio credo e per la segretezza che ruota attorno all’ordine. Scelsero quella particolare tonalità di rosso per i propri mantelli e cappucci perché ricordava il sangue (disposti a versare sangue per onorare la fede) e le fiamme (il fuoco della terra e della conoscenza che illumina gli uomini). Abbracciarono l’esempio di San Sebastiano legato ad un palo e trafitto da innumerevoli frecce come monito per la loro scelta di vita: la sofferenza di un corpo martoriato da mille frecce non è nulla d’innanzi alla fede negli eterni principi dell’ordine; il dolore estremo della carne sparisce davanti alla luce della conoscenza; nessun male terreno sarà in grado di fare abiurare i propri valori. Il dolore di un corpo straziato come metafora di sofferenza di una vita spirituale totalmente ed esclusivamente dedicata allo studio e ai grandi segreti. Tacciati di eresia a più riprese nel corso della Storia, vennero spesso perseguitati e addirittura accusati di stregoneria e magia nera, tant’è che attualmente, oltre alla congregazione di Superia, l’ordine sopravvive in soli quattro altri monasteri e abbazie (Costantinopoli, Câlnic in Transilvania, l’abbazia sul Monviso e sull’isola del Monte Athos). Quasi somiglianti ad una setta anziché una comunità religiosa in seno a Santa Romana Chiesa, dedicano la propria vita e tutte le energie spirituali e intellettuali allo studio delle cose del mondo nella loro più ampia vastità, teorizzando la corrente di pensiero Lux Mundi (la luce del Mondo o della Terra – dove Terra secondo alcuni oppositori dell’ordine può significare dentro la Terra o sotto la Terra, gli Inferi, dunque). Il pensiero Lux Mundi che si articola su basi di studio di 1.500 anni, ha come concetto principale il percorso per la conoscenza, o viaggio verso essa. Il pensiero sostiene che il sapere supremo è irraggiungibile perché infinito, ma lo scopo degli esseri umani eletti deve essere rivolto in ogni caso alla missione di raggiungere l’irraggiungibile, in quanto la Lux Mundi essendo conoscenza infinita, si alimenta con la conoscenza stessa, come un assoluto vortice cosmologico, che è Dio. La conoscenza non è nient’altro che quella forza divina, quella luce celeste che può essere intesa e seguita da tutti, ma anche conoscenza sotterranea, che invece può essere intuita da pochi, e che unisce dall’alba dei tempi tutti le fedi dell’umanità ai quattro angoli del globo, dagli arcaici paganesimi primitivi allo sciamanesimo in tutte le sue forme, dai politeismi dell’età classica ai tre grandi monoteismi (Islam, Ebraismo, Cristianesimo), fino all’induismo e al buddhismo. Gli scarlatti sebastianini si definiscono i guardiani del Regno del Mondo. 

Oggi, l’Università Scarlatta ha ancora la sua sede di rappresentanza nell’edificio medievale adiacente al monastero dell’ordine dei Fratelli di San Sebastiano nella città vecchia. Meraviglioso è il famoso chiostro a sette piani colonnati. Naturalmente tutte le Facoltà dell’università (Medicina, Lettere, Arti, Economia, Giurisprudenza, Ingegneria, Fisica e Matematica, Scienze politiche, Scienze Naturali, Scienze Innaturali Esoteriche ed Occulte) hanno ora collocazione diversa, la maggior parte di esse si trova in strutture razionaliste nel Quartiere Metafisico a sud del Barbas(antica Università Scarlatta nella città vecchia: orario apertura pubblico e sale biblioteca accessibili alle visite lun-merc-ven 7.00 – 13.00).

Se già fino a questo punto la storia di Superia ha dell’incredibile, non da meno sono gli anni successivi, anzi, il meglio deve ancora venire. Fu infatti nel XIII secolo che iniziò la vicenda del Mongolo. 

Il Basso Medioevo – l’Orda mongola, la Chimera contro la Viverna e la montagna d’argento

Kadan era il nipote di Gengis Khan. Suo padre Ögedei, terzogenito di Gengis, morì ubriacandosi a morte. Kadan Khan condusse l’Orda Bianca che assieme all’Orda Blu attaccò l’Europa nel 1241 saccheggiando Lituania, Polonia, Boemia, Moravia e Ungheria. Inseguì il re degli ungheresi Béla IV fino in Dalmazia, sulle coste del Mediterraneo. Il suo esercito di cavalieri devastò tutto quello che incontrava al suo passaggio. In seguito però ad alcune sconfitte tra i monti croati e giunta la notizia della morte etilica del Gran Khan e capoclan Ögedei, l’Orda s’infranse. L’armata a cavallo si divise, l’Orda Blu di Batu Khan e parte dell’Orda Bianca fecero inversione di marcia e si ritirarono ad oriente, mentre Kadan scelse un altro destino. Con una forza di 5.000 cavalieri disposti a tutto e pronti a seguirlo fino al aldilà, risalì la Dalmazia e l’Istria, ed entrò in Friuli. Aveva sentito dire che in Italia c’erano incredibili ricchezze e tesori che aspettavano solo di essere colti dal più forte, e Kadan Khan si considerava il più forte in assoluto. 

L’Italia medievale era divisa tra guelfi e ghibellini. I mongoli entrano nella mischia al galoppo con urla di guerra e diluvio di frecce, in qualità di mercenari dediti alla rapina e molto poco controllabili. Trovarono presto nel signore della Marca Trevigiana, Ezzelino III da Romano detto il feroce, un prezioso alleato per scorribande e pugne. Ezzelino, incarognito molosso dell’imperatore Federico II di Svevia in città e provincie lombardo-venete, era il prototipo del ceffo medievale: dotato di eccezionale forza fisica, maestro con l’alabarda, alquanto affezionato alla mazza ferrata per sbriciolare ossa. In punto di morte, tutto sforacchiato e ridotto a brandelli da svariate lame rifiutò i sacramenti, si strappò le bende insanguinate e coerente con la propria esistenza di guerra e massacri, morì in una bestemmia. Dante Alighieri lo immaginò all’Inferno, a sguazzare in un fiume di sangue. 

Kadan ed Ezzelino, amicizia davvero curiosa nella storia italiana, con il beneplacito dell’imperatore Federico II, cavalcarono assieme contro il patriarcato guelfo di Bertoldo di Andechs-Merania e furono stagioni di fuoco e ferocia nelle regioni nordorientali. 

Nel 1248, le due bande si separarono per forti contrasti sulla spartizione dei bottini – contrasti ovviamente degenerati nel sangue – e i mongoli si diressero ad ovest. Sconfitti a Piacenza dalle forze di Napo della Torre, ripararono nei territori superiesi ancora governati dal ConsuliumDominorum, quell’anno vicino a posizioni guelfe, mentre la fazione ghibellina era stata messa in minoranza. Nel XIII infatti, anche Superia non era immune alle divisioni tra papisti e filo-imperiali. Il partito dei ghibellini era capeggiato dalla famiglia dei Severo di Cantalupo, sul cui stendardo araldico appariva una chimera verde su campo bianco. La fazione guelfa aveva invece come alfieri i membri della famiglia dei Ballarini di Cola, e aveva sullo stemma una viverna gialla su campo rosso. La Chimera dei Severo con il corpo di leone e il busto e la testa di donna dalla chioma rossa contro la Viverna dei Ballarini, rettile dragonesco con artigli affilati e la coda a punta di lancia. 

In città tra le famiglie e i sostenitori erano botte da orbi. La Viverna stava per vincere, i suoi denti e artigli papalini affondavano nella schiena della Chimera imperiale, agonizzante. Nel frattempo, i cavalieri di Kadan, ormai allo sbando, senza più uno scopo ben preciso nelle vicende italiane così lontane dalle steppe mongole, squali fuor d’acqua, illogici e inferociti, saccheggiarono la campagna limitrofa in una nuvola di polvere e furia. Assalirono le mura cittadine a nord del Barbas, ma furono respinti. Non si arresero e si accamparono lungo il fiume. 

Kadan ricevette la visita dell’abate superiore Teone Hypnos, guida religiosa dei Fratelli di San Sebastiano, e alchimista bizantino dalla conoscenza sovraumana, uscito dalla città in incognito da un passaggio segreto che dal monastero sebastianino dell’ordine degli Scarlatti portava fuori dalle mura. L’alchimista bizantino Teone Hypnos detto “il messere ipnotico”, d’accordo con il ghibellino Ugo Severo di Cantalupo, tradì il Consulium Dominorum offrendo Superia al mongolo. Lo fece perché l’ordine degli Scarlatti era in grave pericolo: papa Innocenzo IV li aveva scomunicati e accusati di eresia. Alle parole e alle bolle papali presto sarebbe seguita la persecuzione armata. Il “messere ipnotico” Teone Hypnos ottenne in cambio da Kadan la garanzia che la città non sarebbe stata annientata e che la popolazione non avrebbe patito un barbaro saccheggio, fatta esclusione per i capi dei guelfi e le loro famiglie. Il khan, conscio che il suo nomadismo a lama sguaiata per Nord Italia aveva ormai i giorni contati, si convinse che quella fosse un’opportunità unica per lui e i suoi mongoli che l’avevano seguito fin lì. Sarebbe finito il tempo dei lunghi viaggi a cavalcare e depredare per mezzo mondo, e avrebbero trovato una nuova casa. 

In una fredda notte autunnale di luna piena, un’avanguardia mongola si infilò nel passaggio segreto sotterraneo, su indicazione dell’abate Teone, mentre uomini fedeli alla Chimera tagliavano gole alle sentinelle sulle torri. La porta occidentale fu spalancata. Un fiume di cavalieri e guerrieri appiedati della stirpe di Gengis Khan si riversò tra le piazze e le strade. In testa cavalcava Kadan dell’Orda Bianca. La città si destò con nuovi padroni, sovraeccitati dalla vittoria e dal bottino. Nonostante le rassicurazioni precedenti, i mongoli trucidarono senza pietà centinaia di persone, intere famiglie guelfe scomparirono sotto le spade, nel fiume, o con il fuoco. Il Consulium Dominorum smise di esistere, il conte Ruggero Ballarini di Cola fu spellato vivo. La sua pelle finì a rivestire uno sgabello di Kadan e alcune cinture, mentre il cranio fu tenuto per farne una coppa da festa da cui bere vino, con due rubini al posto degli occhi (sedile e cinture in pelle umana e cranio-boccale si possono vedere al Museo di Palazzo dei Marchesi nell’ala dedicata al tesoro marchesale).   

Fu così che un condottiero con gli occhi a mandorla giunto dall’Estremo Oriente diventò signore di una delle città più ricche e importanti d’Italia e d’Europa. Scelse di stabilirsi sull’isola fluviale che sorge alla confluenza tra il fiume Barbas e il torrente Borbera, in quel largo tratto ribattezzato lago Sanguis per il colore dell’acqua argillosa. L’isola di fronte alla città, il cui nome antico era isola di Orenzio, d’ora in avanti si sarebbe chiamata Isola del Mongolo. Furono eretti una fortezza e gli alloggi per i guerrieri di stirpe mongola, edifici purtroppo andati perduti. Adesso l’isola è famosa nel mondo per ben altre cose: dall’anno 2000 è diventata la Zona Vizio Libero Zetavielle (per tutte le informazioni sulla Zetavielle si rimanda alla lettura della sezione Quartieri: la Zetavielle – quando il proibito diviene permesso). 

Tornando ai fatti superiesi del turbolento medioevo in armi, apprendiamo dunque come Kadan sia divenuto a metà del XIII secolo padrone indiscusso della città. Per consolidare il potere e inaugurare una nuova e duratura discendenza, Kadan decise di mischiare il suo sangue guerriero con quello della nobiltà del posto. Fu così che impose a Ugo Severo conte di Cantalupo il matrimonio tra suo figlio Munke Khan e la dodicenne Ludmilla Severo, unione che fu patrocinata da Manfredi di Hohenstaufen, ultimo sovrano svevo di Sicilia e capo indiscusso di tutta la fazione ghibellina nell’Italia intera, che investì Munke e la sua discendenza diretta del titolo di marchese e signore di Superia. Dalla coppia nasceranno diciannove figli, e nascerà pure la dinastia degli Orda di Superia, per tanti secoli i grandi signori della città. 

Secondo marchese fu Tumuro (da Tumur, ferro in mongolo) che governò dal 1262 fino al 1289. Lo stemma della casata degli Orda ricalcò (e scippò) quanto era stato usato dal clan Severo di Cantalupo: la sagoma di una chimera verde con chioma rossa e fauci spalancate nell’atto di ruggire, su scudo bianco. Simbolo araldico tale e quale a quello dei Severo, se non fosse per quella swastikadella stessa tonalità rossa della chioma del mostro mitologico sullo stemma, e inserita sul busto della Chimera araldica come un tatuaggio, a testimonianza del passato, un dettaglio della propria memoria e delle proprie radici d’Asia. Svastica o svastika swastika, simbolo eurasiatico millenario, usato da induisti, buddhisti, e seguaci dello sciamanesimo siberiano e mongolo, emblema del sole, del movimento del tempo, dell’infinito, dell’universo. Un ricordo delle proprie origini di steppe dell’Asia Centrale s’inseriva adesso in una nuova dimensione, mediterranea, cristiana, bizantina, romana. E ci stupiamo assai per quei bizzarri scherzi della Storia, per quegli incroci casuali (o forse non sono casuali?) che talvolta si verificano lungo l’asse temporale, così quasi per burla, per dare ancora più interesse allo studio, che si intriga con incredibili misteri. È il caso della svastica, simbolo religioso importato dalla progenie di Gengis Khan fin qui, ma in queste terre non inedito: nel preistorico tempio degli Uri nella Grotta delle Urla scoperto dalla coppia di archeologi scomparsi Filippo e Luisa Modrone, tra i tanti simboli criptici che affrescano pareti e volta dedicati alla dea carnivora Oti, agli spiriti celesti delle stelle e della luna e alle dinastie delle sacerdotesse sovrane, ecco che spuntavano numerose croci uncinate dipinte in rosso scuro. Secondo gli esami scientifici svolti su minuscoli frammenti di quelle pitture rupestri, la tinta usata dagli Uri era una mescolanza di argilla e sangue umano. 

Nei primi anni del XIV secolo, ci fu un’altra importante scoperta su Monte Ossa: l’argento. Già da secoli si aveva il sentore che nella zona potesse esserci quel minerale in una certa quantità, visti i ritrovamenti di alcuni oggetti e monili appartenuti agli Uri. Durante i lavori per la realizzazione di vigne terrazzate, la terra cominciò a brillare. Un’ipnosi bianco-lucente attirò la città, incantandolafebbrile e febbricitante. Vaste zone di montagna sopra i 1000 metri d’altitudine vennero forate, e l’argento fu trovato in quantità eccezionali. Sembrava che sotto la pelle del monte ci fosse un corpo luccicante, celato sotto la roccia come un tesoro dell’alba dei tempi. Scavarono, e furono rinvenuti altri sepolcri delle vittime degli Uri, i cui teschi sembravano essere stati incisi con svastiche sulla fronte, ma le autorità non si lasciarono turbare, perché tutti i potenti di Superia erano molto eccitati davanti alla prospettiva di possedere un’immensa ricchezza sotto i propri piedi. I primi a beneficiarne furono naturalmente i marchesi Orda con l’esclusiva dello sfruttamento minerario, dato però in concessione per conto degli Orda anche ad altre famiglie che parteciparono al ricco banchetto d’argento, come gli alleati Severo di Cantalupo, i Del Pozzo, i Bastiano-Rovelli, persino gli scampati e perdonati Ballarini di Cola. Ma la famiglia che più si arricchì fu senza dubbio quella degli Uggero, divenuti conti grazie alla propria straordinaria fortuna economica, e che avrebbe partecipato attivamente nelle convulse cronache città. Un’incredibile prosperità abbracciò Superia, il Rinascimento era alle porte. 

Il Rinascimento – splendore e morte

Il secolo XIV fu fondamentale nella crescita economica del marchesato. L’argento, unito alla tradizionale industria laterizia e ai floridi commerci con tutte le signorie della Pianura Padana, portò una ricchezza senza pari ai superiesi. E non era finita. Gli Orda strinsero una vantaggiosa alleanza con la Repubblica marinara di Genova nel 1340. Il trattato di mutua bontà fu siglato sull’Isola del Mongolo dal marchese Cadàno III (Cadàno, nome italianizzato dal mongolo Kadan) con il primo doge di Genova Simone Boccanegra. Lo sbocco ai commerci che ne derivò fu estremamente ampio e proficuo, dal punto di vista economico ma certamente anche da quello politico. Inoltre, l’impronta bizantina della città, che non era scomparsa con l’ultima invasione, ma anzi, si era mischiata e stimolata dalla recente influenza mongola, fu sicuramente un punto a favore nell’avvicinamento strategico tra le due importanti metropoli. Dopotutto, Genova ambiziosa nel voler dominare il Mediterraneo orientale, strinse un forte legame con la dinastia imperiale dei Paleologi di Bisanzio e la presenza a Superia di poteri, famiglie e tradizioni ancora vicine a Costantinopoli permise un ulteriore accostamento all’Impero romano d’Oriente. Basti pensare che a Superia, nonostante il Grande Scisma sopraggiunto nella cristianità e che divise cattolici da ortodossi, il culto del patriarcato di Costantinopoli sopravvisse fino ad oggi, protetto anche dai non ortodossi, come un’ambasciata della chiesa d’Oriente nel mondo occidentale cattolico. Ne sono testimonianza i numerosi edifici religiosi ancora attivi, come la basilica di San Timoteo e delle sue reliquie (apertura al pubblico nei giorni non di funzione riservati ai fedeli – cappella delle orecchie di San Timoteo lun-gio 9-17) la già citata chiesa di Santa Isidora da Tabenna stolta in Cristo, ora in restauro, e la chiesa di San Serapione il defenestrato (apertura al pubblico nei giorni non di funzione, riservati ai fedeli). 

Così, Genova navigava e dominava in parte del Mediterraneo, arrivando ad espandere in modo esponenziale i propri commerci e a fondare colonie sulle coste italiane, francesi, spagnole, nordafricane, greche, bizantine, giungendo fino a quello che è stato definito come il “lago genovese”, ovvero il Mar Nero, controllato anche grazie a solide basi fortificate nella penisola di Crimea. In questa travolgente ascesa, la città ligure contava un partner fuori dal comune. Superia, oltre al supporto politico e militare, forniva a Genova una straordinaria piazza commerciale, con ramificazioni in termini di scambi che si estendevano ormai ben al di là dell’Italia settentrionale e delle Alpi, ma che raggiungevano tutti i mercati dell’Europa continentale. 

La potenza degli Orda e del marchesato crebbe esponenzialmente. L’abile marchese Cadàno III espanse i domini superiesi con la spada e la diplomazia. Scese in guerra contro il Ducato di Milano, Casale Monferrato e la contea di Asti. I territori del piccolo ma agguerrito stato arrivarono a comprendere Alessandria, Asti, parte dei territori meridionali del pavese e del piacentino. 

Superia, al pari di altre favolose città italiane come Firenze, Venezia, Roma, e in un certo senso ancor più di loro, incarnò quello che da lì a breve sarebbe stato identificato come Rinascimento. Superia ne fu una delle sue culle, anzi, come molti storici ritengono, fu il primo centro di quel grandioso movimento storico di arti, bellezza, potere. 

Superia si fece bella. Una buona porzione del centro cittadino come oggi lo vediamo è l’eredità diretta di quei tre secoli di splendore che vanno dal XIV fino al termine del XVI. In questa rapida rassegna storica che è solo il sommario di centinaia di volumi di storia cittadina, sarebbe davvero troppo lungo e pedante elencare tutti gli esempi architettonici ed artistici presenti e ancora ammirabili tra le vie e le piazze. Ci limitiamo a citarne solo alcuni, confidando nella curiosità del lettore e del visitatore a scoprire gli altri da sé, in un divertito gioco tra lui e la città, con le sue bellezze e i suoi segreti. Allora menzioniamo solo piazza della Chimera, con la grottesca fontana del mostro di Baccio Bandinelli; lo spettacolare Duomo di San Sebastiano Trafitto con tutto il rivestimento esterno in marmo nero mentre all’interno è trionfo di marmo bianco, e al cui progetto partecipò Michelangelo Buonarroti; il palazzo Uggero (da secoli sede della banca BCS Banco Commerciale di Superia, non visitabile); le tantissime case del quartiere dei Cento Mercati, che nel Quattro-Cinquecento diventò un vero e proprio dedalo di vicoli, piazzette, commerci; il Torrione del Tesoro disegnato dal Brunelleschi, sorta di “Fort Knox” antesignano, un deposito in cui si custodiva il tesoro degli Orda e della città; il palazzo dell’Arcivescovado; la statua di Benvenuto Cellini Ercole che uccide l’idra dove nelle fattezze di Ercole è rappresentato il marchese megalomane Tumuro IV della dinasta degli Orda; e ancora la piazza ottagonale delle spezie; l’oratorio di San Michele Arcangelo con i centoundici mostri infernali scolpiti dal manierista fiammingo Giambologna; la chiesa di Sant’Ipazio divorato dai cani con il suo campanile del diavolo; le innumerevoli collezioni di dipinti e sculture custodite al Museo di Palazzo dei Marchesi e in altre gallerie … 

In parallelo alle arti fanno capolino altri fatti. Le miniere di argento portarono sì ricchezza e lustro alle grandi famiglie, ma anche forti divisioni che ben presto si acuirono. Le ambizioni della famiglia dei conti Uggero ne erano l’esempio più lampante. Si arrivò al punto che i loro forzieri contenevano più denaro di quelli dei marchesi dell’Orda, e i guai dunque non tardarono ad arrivare. Le due famiglie diventarono nemiche. La città si divise. Ambedue gli schieramenti corruppero con fiumi di marchesini d’oro le personalità del tempo per portarle verso la propria parte. Dalla fine del Quattrocento, fino alla fine del Cinquecento, quando la sfida terminò nel lago di sangue ricordato come “il massacro degli uggerini”, le due fazioni duellarono in politica, con concorrenza spietata nei commerci, nel mecenatismo sfrenato come simbolo di potere e prestigio per offuscare le collezioni dei rivali, e poi, come naturale conseguenza, con le spade. Per decenni non passava giorno o notte senza che avvenisse un agguato nei vicoli, una rissa, un omicidio a scopi politici. I quartieri della città diventarono zone di bande di una o dell’altra parte che spesso si scontravano in strada, con sincero odio e appassionata crudeltà. Ma fu a metà del Cinquecento che la rivalità raggiunse l’apice, con una forma di vera e propria guerra civile all’interno delle mura. Il potere del marchese megalomane Tumuro IV fu messo in discussione dal suo rivale il conte Oddolino Uggero, e quest’ultimo stava quasi per prevalere. La violenza divenne sistematica e radicale. Oddolino acuì ancora la tensione, riprendendo per sé e per le sue schiere lo stemma decaduto della Viverna, un tempo appartenuto a Ballarini di Cola, e simbolo proibito. Ordiani fedeli alla casata degli Orda con il vessillo della Chimera, con le vesti verdi, colore della propria fazione, si scontravano in battaglie cittadine contro gli uggerini con il vessillo della Viverna, in abiti color rosso mattone, come da appartenenza al clan. 

Messo alle strette, in serio pericolo di vita per lui e per la sua famiglia, Tumuro IV trovò in truppe mercenarie lanzichenecche la sua salvezza. Pagò oro e argento, e in grande quantità, quella protezione di mercenari prezzolati. La faida, ormai incancrenita e quasi accettata dai superiesi come una condizione di normalità, ebbe un punto di svolta alla fine del secolo, con il nipote del megalomane Tumuro IV, il marchese Vincislao detto il gigante che ritrovò appoggi vitali nel clero cittadino, con i misteriosi sebastianini e il loro potere occulto. Assieme all’abate Zenone dell’Ordine degli Scarlatti, erede della conoscenza dell’alchimista bizantino Teone Hypnos il “messere ipnotico”, e pagando profumatamente il condottiero germanico Friedemann detto “Tier – la Bestia”, Vincislao si decise a chiudere la partita, una volta per tutte. L’occasione giunse durante la tradizionale festa del solstizio d’estate quando tutte le case e i palazzi rimanevano aperti la notte intera, con canti e balli che invadevano le strade, nell’insonne euforia di vino e musica. Gli uggeriniabbassarono la guardia, e li fu fatale. Pensarono, a torto, che la festa del solstizio di quell’anno fosse come le volte precedenti: a riporre nel fodero le spade e a impugnare il boccale, cioè armistizio non scritto tra le parti, ma dettato dalle consuetudini. La notte del 21 giugno 1599 scattò la resa dei conti tra la Chimera degli Orda e la Viverna risorta degli Uggero. Mercenari e fedeli al marchese Vincislao attesero il segnale dato da fuochi d’artificio e uscirono dalle cantine dove si erano nascosti. L’intera popolazione era ubriaca e gli uggerini non facevano eccezione. Una lunga lista nera di nemici e loro fiancheggiatori era stata stilata meticolosa nei giorni precedenti. Non comparivano solo i nomi più eminenti della famiglia Uggero, capeggiata dal conte Licofrone II, ma centinaia di accoliti e simpatizzanti con tutte le loro famiglie, donne e bambini inclusi. Secondo i suoi piani di sterminio, Vincislao voleva porre fine al problema uggerino definitivamente. Tutta la città doveva essere ripulita dai rivali, nessuno avrebbe più osato nemmeno nominare il nome maledetto degli Uggero. Sistematicamente, uomini, donne, vecchi e infanti che comparivano nella lista furono cacciati uno ad uno, e trucidati nelle piazze, nelle abitazioni, nelle chiese dove avevano tentato di rifugiarsi alla ricerca di salvezza. Al concerto di grida terrorizzate si unì quello delle campane a morto, che non smisero di suonare fino al mattino seguente, quando il sangue dei massacrati aveva colorato il selciato delle strade, il marmo dei sagrati, il fiume Barbas. Fu strage immensa. 

Ancora oggi si festeggia a Superia il solstizio d’estate con una grande festa. Dal 1599 la tradizione ha però assunto una vena macabra, con costumi spaventosi, fiumi di vino locale Primaccio e Gotto, ed è usanza uscire di casa per unirsi alla baldoria con capi d’abbigliamento color rosso, a ricordare il lago di sangue versato dagli scomparsi uggerini. Dolce tipico della festa è la deliziosa crostata sanguissa con marmellata di fragole (si consiglia di assaggiarla nei mesi di bella stagione alla Pasticceria storica Albardo in via Del Lanzichenecco al numero 14).

L’età moderna: la leggenda di frate Kāla e il desiderio di indipendenza  

Dopo la resa dei conti tra i nemici storici, il secolo XVII si aprì in relativa tranquillità. La capitale del marchesato continuò a perseguire la vocazione dell’arte e del bello. Caravaggio vi soggiornò quasi un anno, dipingendo il suo capolavoro La sofferenza di San Sebastiano trafitto da cento frecce, che si può ammirare nella cappella del 1610, costruita limitrofa al Duomo di marmo nero intitolato anch’esso al santo patrono della città. Caravaggio, fuoriclasse di pittura e di guai, fu costretto a scappare dalla città di notte, camuffato con la cappa scarlatta da monaco sebastianino, inseguito dalle guardie della milizia del marchese Vincislao imbufalito e da altre dozzine di creditori e ceffi in cerca di vendetta mortale. La sua grave colpa fu quella di avere ammazzato due uomini durante una sera di bagordi e balordi all’osteria del Gatto Matto, innaffiata di vino, allietata di bagasce, rovinata dal gioco. Per un litigio dovuto su una vincita al gioco della Morra, vietatissimo, spuntarono le lame. Caravaggio impetuoso artista iracondo non si tirò di certo indietro e si gettò su due altri giovinastri biscazzieri scavezzacollo, scannandoli. Fu duplice omicidio per futili motivi, un pesante crimine che andava ad aggiungersi ad una lista di malefatte e violenze già alquanto ragguardevole. 

Dopo oltre quattro secoli l’osteria del Gatto Matto è ancora in attività in vicolo Merisi al numero 9. I suoi interni scuri con le volte basse e i mattoni a vista anneriti dal fumo di migliaia e migliaia di candele che qua hanno scandito un tempo non troppo smanioso di cambiare, conservano il tavolaccio attorno al quale si consumò la tragica rissa. Prima di lasciare la locanda, il killer Caravaggio con il pugnale incise sul legno del tavolaccio il proprio cognome MERISI, come se avesse voluto mettere una firma all’impresa appena compiuta. Consigliamo ai visitatori di fermarsi a mangiare in quel luogo storico (Osteria del Gatto Matto, www.gattomatto.com Tel 0666-8715714; pranzo-cena chiuso il lunedì – prenotazione tavolo degli omicidi con firma di Caravaggio con largo anticipo e sovrapprezzo di 50 euro a persona. Specialità della casa lumache al brodo di zafferano).

Nel 1630 arrivò la peste, ma differenza dell’ecatombe che soffrirono le altre grandi città settentrionali, la popolazione superiese ne uscì miracolosamente incolume. Leggenda vuole che a salvare i superiesi fosse stata la magia di un altro strano attore facente parte di quella cerchia di personaggi eccentrici di cui la Storia cittadina ne è davvero ben fornita: l’ambiguo frate Kāla. 

Frate Kāla, probabilmente nato con il nome di Basilio, secondo i racconti popolari visse per 166 anni e a cavallo di tre secoli, il XV, il XVI e il XVII. Gli storici ridimensionano l’esagerazione ad un secolo di vita, dal 1530 circa fino intorno al 1630, ma sono dati soggettivi, non basati su documenti ufficiali. Fu monaco itinerante dell’ordine degli Scarlatti di San Sebastiano Martire; grandissimo viaggiatore, intraprese lunghi e lontani periodi fuori dall’Italia e dall’Europa. Fu ambasciatore del marchesato presso la Sublime Porta ottomana, da Costantinopoli si diresse verso la Mesopotamia, la Terra Santa, e l’Egitto dei pascià. Soggiornò a Iṣfahān, capitale persiana dai minareti azzurri, presso la corte safavide del Gran Sophi, visitò le città del vasto impero Moghul in India, si inoltrò nella valle di Katmandu, oltrepassò il tetto del mondo himalaiano. Esplorò il Tibet, studiò il buddhismo e arti magiche ad esse correlate. Fu ospitato nel monastero perduto della Swastika Celeste per nove lunghi anni di ricerche, studi e meditazione. La sua missione spirituale e di conoscenza aveva l’obiettivo di scoprire correlazioni tra l’ermetico mondo del sapere tibetano e quello custodito dai suoi fratelli monaci scarlatti della Lux Mundi di Superia, ricollegandosi agli studi del suo predecessore Teone Hypnos “il messer ipnotico” e addirittura cercando punti di contatto con il mistero, arcaico e terribile, degli Uri. Al suo ritorno in patria, Basilio, supposto che quello fosse il suo vero nome, si fece chiamare frate Kāla: in sanscrito Kāla è il tempo, ma può essere interpretato anche come il destino, il colore nero, l’oscurità, la morte. Andò a vivere nella stessa abitazione che fu del suo maestro Teone Hypnos, nella Casa dell’alchimista bizantino (Casa Museo dell’alchimista bizantino mar-dom 10-17 con visita guidata) sita in piazza della Luna d’Argento e dove c’è la statua di frate Kāla incappucciato che mostra solo il mento. 

Secondo la leggenda, quando la pestilenza arrivò in Nord Italia a mietere le prime vittime, frate Kāla offrì i suoi servigi al marchese Vincislao II. Il monaco scarlatto avrebbe salvato i concittadini versando una pozione, un antidoto segreto nelle cisterne d’acqua da cui gli abitanti avrebbero bevuto così risultando immuni dalla malattia. In cambio chiese però un carro colmo di marchesini d’oro (l’antica valuta di Superia), che gli sarebbero serviti per fondare un’importante scuola alchemica di arti magiche e occulte in seno alla Lux Mundi dell’ordine sebastianino degli Scarlatti, e che sarebbe stata secondo i progetti del frate un centro e crocevia per tutte le correnti esoteriche di ogni fede e paese, anche i più remoti. Vincislao II, ricordato come “il dissoluto”, accettò il patto e il popolo fu salvo. Ma non mantenne la promessa, e fece arrestare il monaco accusandolo di stregoneria. Messo al rogo in piazza della Chimera, dove solitamente venivano eseguite le pene capitali, proprio nel momento in cui le fiamme stavano per avvolgere la tunica scarlatta del frate, ecco che il suo corpo svanì nel nulla, in uno sbuffo di fumo color dell’argento, e la cappa vuota avvampò senza frate Kāla. Come per magia nera, riapparve il giorno successivo sul campanile della chiesa di Sant’Ipazio divorato dai cani, campanile che da quel giorno di leggenda e stregoneria, fu ribattezzato dai superiesi come il campanile del diavolo. Verità o mito popolare, rimane però il fatto che l’unica vittima accertata di peste nera della città di Superia fu il marchese Vincislao II detto il dissoluto. 

Nel Seicento il governo del piccolo ma ricco Stato rimaneva saldamente in mano agli Orda. Obiettivo del marchesato era quello di mantenere la propria indipendenza. Uno dei fattori che aiutò molto la nazione superiese a mantenersi autonoma fu senza dubbio l’opera finanziaria del Banco Commerciale di Superia (oggi BCS, banca ancora attivissima in Italia e in Europa), fondato nel 1400 dal banchiere ebreo Ezechia Dazlen. L’istituto, che curava i depositi e soprattutto i debiti delle famiglie più in vista della città, Orda inclusi, diventò presto una delle istituzioni bancarie più influenti del Nord Italia per poi allargare il proprio giro d’affari all’intero continente. Nel XVII secolo agli eredi Dazlen si unirono altre due famiglie di banchieri, i Pavia e i Sesterzi, proprietari di due altre banche cittadine, che si fusero in un’unica, florida potente entità del denaro. Grandi opere pubbliche superiesi ed estere, spese militari, assoldamento di truppa mercenaria, industria, opere d’arte, guerre, liquidità alle casse dei regni in difficoltà economica: il Banco del triumvirato Dazlen-Pavia-Sesterzi finanziava affari e prestava denaro ovunque. La città assunse così la dimensione di cassaforte per i prestiti per le dinastie di mezzo mondo, e ciò le garantì quell’indipendenza che essa cercava, ancora più della spada e degli intrighi degli Orda, molto di più a dire il vero, grazie ad abili alleanze dei banchieri con le nazioni più grandi e potenti in funzione dell’oro che essi prestavano loro. 

Un esempio concreto di cosa potevano fare i forzieri del triumvirato lo si vede con i propri occhi, passeggiando nella piazza centrale per antonomasia, piazza Marchesa Teodosia. Lì, dove c’è ancora la bizzarra statua di Vincislao I che cavalca il drago scolpita dal Giambologna, e dove si rimane come sommersi dalla bellezza maestosa del Palazzo dei Marchesi dell’Orda dalla facciata in marmo bianco e le colonne dei portici che si stringono verso il basso e  che danno l’impressione di  candidi denti aguzzi che mordono il terreno o i passanti non graditi, e i cui lavori di costruzione incominciarono con Vincislao I detto il gigante e finirono solo oltre un secolo più tardi con il regno della marchesa Teodosia soprannominata la superba. La reggia, considerata una delle più originali, sontuose, e belle di tutto il mondo, prosciugò le casse marchesali, e indebitò pesantemente i sovrani. La bancarotta della famiglia e la fine della dinastia fu scongiurata solo grazie alla straordinaria abilità politica della marchesa Teodosia la superba (1644-1727), considerata non a torto come una delle donne più intelligenti, risolute, sofisticate ma anche spietate di tutta l’età barocca. Teodosia, che salì al trono dopo aver avvelenato suo marito Vincislao III detto l’imbelle, unì l’abilità diplomatica e politica alla propria spregiudicatezza. Maestra di veleni e congiure, forte della propria posizione di sovrana di banchieri ricchissimi che l’appoggiavano incondizionatamente, tolse di mezzo qualsiasi ostacolo al potere della propria casata, e che consolidò con giuste alleanze strategiche e accorti matrimoni dei suoi nove figli e figlie con i rampolli delle grandi dinastie: con i Savoia, con gli Asburgo, con i Borbone di Francia, Spagna, Napoli. Con Teodosia, Superia mise le radici per una condizione di decisa e sicura indipendenza che sarebbe durata fino all’unità con il Regno d’Italia, avvenuta con il plebiscito del 1861. 

I secoli XVIII e XIX: illustri visitatori, Napoleone e l’Unità d’Italia

Il Settecento fu epoca altrettanto ricca di personaggi e accadimenti come i secoli precedenti. Alcune delle personalità più emblematiche dell’epoca ebbero modo di visitare e soggiornare nella capitale del marchesato, e in certi casi Superia fu loro fatale. 

Il seduttore settecentesco Giacomo Casanova tra le sue molte peregrinazioni in lungo e in largo nelle città e nelle coorti di tutta Europa, giunse in città ed ebbe l’ardire di sedurre la marchesa Sofia, consorte del marchese Orenzio II detto il cornato e sfuggì per un pelo alla vendetta del marito imbufalito. 

Il Barone di Münchhausen si stabilì qui in età avanzata, prendendo casa in un bel palazzo della città vecchia. Con sé portò un bagaglio di storie incredibili, di imprese favolose, di avventure per mari per terre per cieli. La propria fama di cavaliere dell’impossibile crebbe presto in proporzione ai resoconti delle sue peripezie pazzesche con cui intratteneva ospiti illustri della corte marchesale, ma anche persone semplici e umili incontrate per strada, a cui attaccava bottoni micidiali, e diventò una personalità molto amata nel marchesato. Lo scrittore tedesco Rudolf Raspe incontrò il barone a Superia nel 1783 e raccolse tutti i suoi racconti nel suo libro Le avventure del barone di Münchhausen, compreso l’episodio dell’arrivo a Superia del barone in groppa ad una palla di cannone ottomana sparata dal palazzo del sultano di Costantinopoli e che rimbalzò sopra le teste dei francesi che nel 1780 assediavano le mura di Superia, mettendoli in fuga. Sempre secondo la leggenda, il marchese Cadàno V lo nominò gran cavaliere delle guardie della Chimera e gli consegnò simbolicamente le chiavi della città, forgiate in oro massiccio. Nella deliziosa piazzetta dedicata al Barone di Münchhausen è stato eretto il celebre monumento equestre con il cavallo lituano tagliato a metà che fa riferimento a quando il suo destriero fu affettato in due parti nel corso di un duro scontro contro i turchi, e ambedue le parti dell’equino continuarono a vivere di vita propria: la parte anteriore con in groppa il barone, la parte posteriore a scalciare inferocito gli ottomani. Il cavallo fu poi rincollato con una mistura di unguento e lauro, cosa che provocò un’inaspettata crescita di una pianta di lauro sulla schiena del fedele destriero lituano e che regalò al cavaliere un’insolita protezione da pioggia e sole. L’originale monumento equestre è stato inserito nel famoso dipinto metafisico di Giorgio de Chirico La Torre Rossa, quadro novecentesco di cui purtroppo sono andate perdute le tracce. 

Giuseppe Balsamo in arte Cagliostro, dopo le vicende parigine dello scandalo della collana, arrivò in città nel 1786. Con sotterfugi da avventuriero qual era, riuscì a introdursi nelle logge massoniche e dei circoli aristocratici dediti allo spiritismo e alla magia facendo leva sul suo ascendente affabulatore. Si spinse oltre, sbirciò le pagine di testi proibiti, interrogò incauto le sacre conoscenze dell’Ordine degli Scarlatti, e osò aprire porte che dovevano rimanere chiuse. Cagliostro fu ritrovato cadavere una mattina nel suo studio in vicolo dell’alambicco, in una smorfia atroce con la lingua blu fuori dalle labbra viola, tra cocci di strani flaconi e oggetti ancor più bizzarri, a pochi metri da piazza della Luna d’Argento dove avevano dimorato frate Kāla e il predecessore Teone Hypnos. Qualcuno l’aveva strangolato, e per aggiungere orrore all’orrore, gli aveva inciso sulla fronte una swastika con la punta di un pugnale.

Wolfgang Amadeus Mozart, inaugurò il teatro dei Khan (così chiamato per ricordare le origini asiatiche della dinastia degli Orda, e difatti non mancano tra gli interni i richiami esotici di draghi d’oro e di palchi in vernice rossa ceralaccata – per programmi della stagione, visite guidate e acquisti biglietti consultare il sito www.teatrodeikhan.it). Correva l’anno 1791 e il compositore austriaco si trovava a Superia per la sua unica data del suo quarto e ultimo viaggio italiano, scritturato dal marchese Cadàno V che aveva voluto a tutti i costi che il grande artista onorasse con la sua presenza e la sua musica il nuovo teatro appena ultimato. Il 30 settembre andò in scena la prima rappresentazione de Il flauto magico e fu successo immediato. Il pubblico del bel mondo cittadino rimase folgorato dalla scenografia monumentale e visionaria, di un fantasioso antico Egitto esoterico, che sotto una trama solo in apparenza da fiaba fanciullesca, conteneva elementi occulti e massonici: la figlia della Regina della Notte, templi arcani, il Regno del Sole e quello della Luna, prove d’iniziazione per la ragione e la conoscenza. Erano suggestioni che ricordavano agli spettatori la storia ammantata di magia, mistero e leggenda di Superia. Ma un fulmine a ciel sereno rovinò l’eccellente riscontro e la rinata speranza per rilanciare economicamente la propria carriera guastata da depressione e da gravi ristrettezze di borsello. Mozart si ammalò poco dopo aver lasciato il marchesato e morì a Vienna nella notte del 5 dicembre 1791. 

La fine del XVIII secolo fu caratterizzata dalle vicende politiche con la Francia. La guerra con i francesi del 1779-1780 (di cui si è fatta veloce menzione con la stramba avventura di Münchhausen), fu dettata principalmente dagli interessi esorbitanti che i banchieri del Banco Commerciale avevano imposto sui prestiti fatti a Luigi XVI, con conseguente pignoramento di un grosso deposito in oro che la corona borbonica deteneva nello stesso istituto, e che era stato bloccato a titolo di garanzia per nuovi ingenti crediti. Invero, la guerra si risolse presto e in maniera quasi incruenta con un accordo di natura economica; il famoso assedio in cui sarebbe intervenuto il Barone di Münchhausen a cavalcioni di una palla di cannone turca fu poco più che un accampamento militare a titolo di intimidazione. L’attività creditizia nei confronti della Francia continuò anche a seguito della rivoluzione del 1789 e della nascita della repubblica che tanto terrorizzava le monarchie d’Europa. I banchieri superiesi invece, ne approfittarono, prestando denaro alla giovane République ad alti interessi, come erano soliti fare. Fu questa sorta di alleanza monetaria, questo rapporto debitore-creditore che influenzò più di altro la vivace politica estera del piccolo stato in quel momento storico. Se ne ebbe la prova con le due campagne d’Italia del generale còrso Napoleone Bonaparte (1796-1797 e 1800). In ambedue, l’integrità territoriale del marchesato di Superia rimase intoccata. Di più: tra l’élite culturale e aristocratica della città si diffuse un acceso bonapartismo, anche in funzione di neonati ideali per la creazione di un unico stato italiano. Superia offrì sempre a Bonaparte il suo aiuto incondizionato, non solo in termini di apporto finanziario, ma anche di truppe sul campo. I Dragoni della Marchesa Simona, i granatieri verdi, gli squadroni ussari della guardia a cavallo della Chimera: furono i reparti militari che affiancarono la grande epopea imperiale napoleonica in pressoché tutte le campagne militari dell’Empereur dalle api d’oro. Il contributo di sangue nelle tante battaglie fu davvero molto alto per il marchesato; persino il marchese Federico dell’Orda detto l’irruente ci lasciò le penne, affogando nelle gelide acque del fiume Beresina durante la rovinosa ritirata di Russia del 1812. 

La definitiva sconfitta di Napoleone portò un periodo di lunga crisi per il piccolo ma audace ex-alleato. Con la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna del 1815 Superia subì una cospicua riduzione dei propri territori, non solo per quelli acquisiti grazie all’alleanza con Bonaparte, ma anche per quelli precedenti. Fu ridotta poco più che una città-stato. Le miniere d’argento di Monte Ossa, che ancora fornivano importanti entrate, furono requisite come indennità di guerra da compagnie minerarie inglesi e gestite per loro dal triumvirato delle tre famiglie Dazlen, Pavia e Sesterzi del Banco Commerciale, che dimostrarono così come i potenti banchieri riuscivano sempre, e a prescindere dai fatti storici che vedevano scorrere dalle loro finestre di palazzo Uggero, a cavarsela e a trarre vantaggio da ogni situazione. Le dinastie cadono, il triumvirato rimane, si diceva e si dice in città. I marchesi dell’Orda entrarono nella loro fase di declino: gli ultimi tre sovrani, i marchesi Vincislao IV “il marchese roulette” (per via del gioco d’azzardo), Orenzio III “il marchese lupanare” (per via delle assidue frequentazioni nei bordelli) e il tossicodipendente e poeta Ludovico Tumuro “il marchese oppio” (per via della passione con la droga) non furono assolutamente in grado di ribaltare la cattiva sorte degli Orda, anzi, ne velocizzarono l’epilogo. La dinastia, che aveva avuto i suoi albori di sangue dalle lontane steppe mongole e che aveva governato per ben sei secoli, finì con la morte dell’oppiomane e pazzoide Ludovico Tumuro, avvenuta dopo una notte di bagordi estremi nella sala indù di palazzo dei Marchesi. Ludovico non aveva discendenti diretti, suo fratello Lubaldo s’era arruolato nella legione straniera per sfuggire ai creditori, e sua sorella Caterina era stata internata in manicomio. Rimanevano i rami famigliari dei cugini, ma il triumvirato delle famiglie, da anni vero padrone del governo, e che aveva strozzato il patrimonio rimanente della famiglia con prestiti a tassi vampireschi, decise di mettere la parola fine alla casata. Il 20 giugno 1845 terminò il regno dei marchesi dell’Orda. Superia, ridotta ad un microstato retto dal potentato bancario in combutta con gli inglesi, perse totalmente la sua secolare influenza sui destini dell’Italia settentrionale. Dall’altro canto, ciò fu di forte impulso a nuovi sentimenti patriottici e risorgimentali: moltissimi furono i patrioti superiesi volontari nelle guerre d’indipendenza e nelle fila garibaldine in camicia rossa. Presto i Savoia raggiunsero un accordo con il podestà Servio Turacciolo, una sorta di reggente di facciata, e con il trattato di Finale Ligure del 1860 si stabilirono i termini dell’annessione di Superia con il sabaudo Regno di Sardegna, che da lì a poco sarebbe diventato Regno d’Italia. Infine, con il plebiscito del 1861, Superia era ufficialmente città italiana. 

Autonomia, industria e la Belle Époque

Nel trattato di Finale, anche se Superia perse definitivamente la sua indipendenza retta da una monarchia secolare, furono inseriti dei chiari punti che sancivano un ampio grado di autonomia, soprattutto in materia fiscale ed economica. Furono clausole di autodeterminazione di cui ne vediamo ancora oggi gli effetti: caso più eclatante è stata la sperimentazione – unica in Italia – della Zona Vizio Libero Zetavielle sull’Isola del Mongolo, area cittadina in cui si può fare praticamente qualsiasi cosa vietata dalla legge italiana vigente nel resto del Paese. 

Comunque, l’Unità d’Italia, unita ad uno speciale regime fiscale, portò grandi vantaggi per l’imprenditoria locale. Furono attratti molti investimenti nazionali ed internazionali. Le antiche fornaci produttrici di mattoni e laterizi che sorgevano lungo la sponda settentrionale del Barbas a ridosso della città vecchia si ammodernarono, diventando grandi industrie al passo coi tempi. Il quartiere delle fornaci si espanse verso occidente, sorsero nuovi impianti, a dozzine. Una selva di comignoli e ciminiere apparve in brevissimo tempo nel panorama di Superia, caratterizzandolo. Decine di migliaia di lavoratori giungevano da ogni parte d’Italia in cerca di un impiego ben retribuito. Superia era di nuovo metropoli all’avanguardia, una delle più importanti della giovane nazione. Oltre alla tradizionale attività industriale laterizia dell’argilla, altre fiorenti manifatture crebbero. Ne è esempio lampante il birrificio Rüger, fondato dall’industriale svizzero Leopoldo Rüger. La birra Rüger, con la sua caratteristica livrea delle bottiglie e poi delle lattine color indaco acceso e l’onnipresente stemma superiese della chimera araldica, fu la birra più bevuta in Italia fino agli anni ’90 del secolo scorso quando entrò in un periodo di crisi dettata da una concorrenza internazionale sempre più agguerrita. Nonostante la perdita della propria posizione, il birrificio sopravvive ancora; nel suo stabilimento si dà lavoro a migliaia di operai e impiegati. Leopoldo Rüger e i suoi discendenti furono molto interessati all’arte e diventarono celebri collezionisti. Si può ammirare la straordinaria collezione di arte moderna nella galleria Rüger nell’omonimo palazzo in corso Gabriele D’Annunzio, che vanta opere romantiche, impressioniste, simboliste, futuriste e surrealiste dei più grandi autori. La galleria, ciclicamente, ospita eventi e mostre di rilevanza mondiale (galleria Rüger, tutti i giorni dalle 9.00 alle 18.00). 

A cavallo tra i secoli XIX e XX, grazie al forte sviluppo industriale ed economico, il volto della città cambiò. La media e l’alta borghesia andarono ad abitare alle pendici di Monte Ossa: alle ville nobiliari di villeggiatura costruite nei secoli precedenti, si andavano così ad aggiungere ville liberty (di cui alcune davvero di raro pregio), e il fianco della montagna sopra Superia diventò un esteso quartiere residenziale immerso nel verde, e considerato tutt’ora come sobborgo d’élite (esclusione fatta per la parte più occidentale più a ridosso della zona industriale, che negli ultimi decenni ha sconfinato andando quasi ad inglobare un’estremità del quartiere residenziale). 

Il quartiere merita una visita. Può essere davvero piacevole con la bella stagione addentrarsi tra i viali e le strade collinari, alla scoperta di ville e scorci sopra la città, lontani dal caos del centro e dal traffico, nel fresco del verde (per una gita tra le ville di Monte Ossa può essere una valida soluzione affittare uno scooter o per più sportivi una bicicletta). 

Ma in quel periodo di notevole energia fu soprattutto la sponda meridionale del fiume Barbas ad essere interessata e stravolta dall’eccezionale crescita urbana d’inizio Novecento. Lì, s’iniziò la costruzione della colossale nuova stazione ferroviaria, Porta Futura, ultimata nel 1930. La struttura è considerata un capolavoro dell’art déco. In contemporanea con i lavori della stazione, furono realizzati altre importanti opere come l’immenso cimitero monumentale conosciuto come l’Isola dei Morti (orario invernale lun-sab 9.00-16.00; dom 8.00-17.00; orario estivo lun-sab 9.00-18.00; dom8.00-19.00; attenzione a non smarrirsi!), e i nuovi spazi residenziali intorno alla medievale Torre Rossa, edificio risalente all’anno mille e che è l’unica torre sopravvissuta di una cinta muraria esterna voluta all’epoca dal Consulium Dominorum e che ispirò moltissimo l’artista italiano Giorgio de Chirico per i suoi lavori di pittura metafisica. Non a caso, quell’area, che forse è riduttivo chiamarla con un semplice quartiere vista la notevole estensione, è conosciuta come il Quartiere Metafisico. 

Il Novecento furioso 

Il Novecento si inaugurò con il piacevole rumore di una bottiglia di spumante stappata, ma fu illusione destinata a svanire. In parallelo alla fioritura industriale e all’ascesa di una classe imprenditrice alto-borghese illuminata e dalle considerevoli possibilità economiche, Superia attirò letterati ed artisti. Fu fucina di idee e correnti. Nei numerosi caffè del centro si incontravano scrittori, poeti, pittori, scultori, musicisti. Il Caffè dell’Alcova fu aggregazione per gli esponenti dannunziani del decadentismo e poi per nazionalisti, interventisti, irredentisti e altri facinorosi di varia natura (il Caffè del Vate ex Caffè dell’Alcova si trova in corso Gabriele d’Annunzio). Mentre il Caffè della Saetta fu uno dei maggiori luoghi d’incontro del movimento futurista, dove troppo spesso le serate finivano in rissa (Caffè della Saetta in piazza Filippo Tommaso Marinetti nel Quartiere Metafisico – da provare assolutamente la cioccolata aerocingolata e le polibibite F a N t a S i O, la Giostra d’Alcol del pittore Enrico Prampolini e l’Avanvera dell’ingegner Cinzio Barosi). 

Ci fu spazio anche per lo sport. Nel 1903 veniva fondata la squadra di calcio Superia F.C. (primo presidente fu Leopoldo Rüger industriale della birra, ora è di proprietà della famiglia Martuzzi dei cementifici e acciaierie), e nel 1907 la Fortitudo A.S. (primi proprietari furono gli industriali dell’argilla Nappone e dopo anni di difficoltà economiche la squadra è passata nelle mani della banca BCS). 

Se da un lato la prima guerra mondiale portò un’ulteriore e solida crescita industriale per via delle importanti manifatture che contribuirono allo sforzo bellico (acciaierie Martuzzi in primis), d’altro canto fu causa di innumerevoli lutti. Non solo ragazzi di leva parteciparono al carnaio: moltissimi furono i giovani interventisti volontari superiesi che partirono per le trincee orientali, e tante volte senza fare ritorno. La fine della guerra portò nuove gravi difficoltà. Le strade erano affollate di reduci senza un futuro, disoccupati, incattiviti dalla guerra, restii a rientrare nei quieti ranghi di una vita civile per loro ormai impossibile. Nel 1919 e negli anni seguenti, dopo la creazione dei Fasci italiani di combattimento in piazza San Sepolcro a Milano, movimento politico precursore del fascismo nascituro che da lì a poco verrà ad opera e rivoluzione del futuro Duce Benito Mussolini, la città fu come pervasa da un forte sentimento nazionalista, e con maggior impeto che negli altri centri italiani; sentimento che trovò nel fascismo una sua naturale ragione, organizzazione e bandiera. 

Nei mesi concitati precedenti l’ascesa del fascismo al potere, Superia e la sua provincia furono scosse da gravi agitazioni di piazza, e i morti per motivi politici furono numerosi. A scaldare la situazione già di per sé incandescente fece l’ingresso uno strano e sinistro personaggio arrivato da molto lontano: il barone Roman von Ungern-Sternberg, soprannominato il “barone pazzo” o il “barone sanguinario”. Ungern, un uomo che tale non era, fu feroce controrivoluzionario durante la guerra civile russa che insanguinò l’ex gigantesco impero degli zar in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, che vide contrapposti i bolscevichi alle forze bianche di monarchici, menscevichi, cosacchi e contingenti stranieri. Il barone era a capo di una formazione militare molto eterogenea che pareva essere uscita fuori dal romanzo Cuore di Tenebra di Joseph Conrad, ma in una versione siberiana ed asiatica ancora più allucinata e maniaca. Misticismo buddista, idee medievali, odio totale per il comunismo e il progresso capitalista, visioni di morte e sciabole cosacche furono alcuni degli ingredienti che andarono a comporre un pericoloso ordigno innescato tra le montagne della Mongolia. Già, la Mongolia, rieccola nella nostra storia: con il suo bizzarro ma spietato esercito di cento razze e cento divise, Ungern conquistò la capitale Urga, alleandosi con il Buddha vivente Bodg Khan contro cinesi, rossi, la disprezzata modernità, il mondo intero, la Storia, il tempo. Riuscì a diventare dittatore di Mongolia salendo al folle rango di dio della guerra. In ultimo, dopo mille peripezie, omicidi e miraggi esoterici, cadde in mano dei bolscevichi, tradito e detronizzato dai suoi stessi soldati ormai stanchi di tutta quella pazzia. Lo portarono in catena a Novosibirsk, in Siberia, per condannarlo a morte e fucilarlo. Ma grazie ad un colpo di mano di un pugno di suoi fedelissimi guerrieri tibetani, il barone fuggì dalla prigionia prima di essere messo al muro dal plotone di esecuzione. Riuscì a nascondersi e vagò verso sud, protetto da quattro tibetani, dalle tenebre della notte, dal suo fanatismo senza condizioni. Tornò in Mongolia, nel luogo remoto dove aveva sotterrato il tesoro della sua Divisione Asiatica di cavalleria, e ne prese una parte con sé. Oltrepassò il confine con la Cina, da lì giunse in Nepal e poi India, e a Bombay s’imbarcò su una nave bastimento battente bandiera italiana. Avvistò il porto di Napoli nel settembre del 1922. Per quel personaggio demoniaco uscito da un cortocircuito storico, un’anima dannata e perduta in epoche scomparse, una nuova vita stava per iniziare. Un lupo ferito con il pelo macchiato di sangue, fuggito dalla steppa, trovò riparo a Superia. Si fece conoscere ben presto. Grazie all’oro mongolo acquistò una grande villa su Monte Ossa (benché molto rovinata dal tempo e dall’incuria, la casa è ancora in piedi ed appartiene ai discendenti Ungern-Sternberg del ramo italiano). Entrò in contatto con i circoli esoterici cittadini, e si avvicinò alle straordinarie conoscenze gelosamente custodite dalla Lux Mundi dell’ordine degli Scarlatti di San Sebastiano Martire. Benché laico e straniero, fu uno dei pochissimi privilegiati esterni all’ordine ad aver accesso a quelle stanze chiuse della biblioteca dell’Università Scarlatta dove si trovano i testi segreti, nonché in quella altrettanto impenetrabile nel palazzo dei conti Severo di Cantalupo. In qualità di portatore vivente e incarnante di quel mistico crocevia di fedi (cristianesimo ortodosso di rito bizantino, buddhismo tibetano e sciamanesimo di Siberia e Mongolia), Ungern ebbe l’onore di raccogliere le eredità dei leggendari monaci Teone Hypnos e frate Kāla. Con il barone sanguinario, un nuovo tassello veniva posto nello sconfinato mosaico dei misteri di Superia. Lui, cavaliere nero protagonista di una grande allucinazione asiatica, un uomo con gli occhi da lupo, sbarrati su indicibili visioni di fuoco, e le cui palpebre non si chiudevano mai, aveva un anello con sé: un monile di rubino con l’effige di una swastika, che appartenne a Gengis KhanDi nuovo compariva nelle cronache quel simbolo, la swastika del sole e del tempo, il marchio impresso sulla città dai tempi remoti degli Uri e che per oscure forze del destino ritornava a marchiare la storia di Superia, per l’eternità. Il barone fondò poi un circolo esclusivo la cui appartenenza per i membri doveva rimanere assolutamente segreta: Il Club degli Insonni, una cerchia elitaria di uomini e donne che si fanno portatori di un’etica eccentrica, mistica e guerriera allo stesso tempo, e che si eleggono come gli ultimi rappresentati di un’assurda e antistorica visione di Ancien Régime mischiando studi archeologici ed esoterici con pratiche che sono precluse a chi non è socio, perché a noi comuni mortali non è dato sapere. Pare che Il Club degli Insonni esista ancor oggi, e anche se ci sono alcune leggende metropolitane e inquietanti dicerie che ruotano attorno al circolo fondato dal “barone sanguinario”, si sa poco o nulla a riguardo sull’identità dei soci, su dove si riuniscano e soprattutto su cosa diamine combinino. 

Il barone Roman von Ungern-Sternberg si sposò nel 1925 con una discendente della casata degli Orda (da un ramo cadetto della stirpe del marchese Federico l’irruente, caduto in Russia), Clotilde dell’Orda di Superia. In qualche modo così, due mondi affini e che avevano ambedue retaggi con la lontana Mongolia di guerrieri e Buddha reincarnati, si riunirono sotto l’egida dello spirito di Gengis Khan. Certe cose possono capitare solo qua … sospirano i superiesi con quel loro modo di fare divertito e allo stesso tempo orgoglioso di appartenere ad una storia così ricca e singolare. 

Il barone Ungern tornò poi a far parlare di sé durante la seconda guerra mondiale, prima però la città vide le grandi trasformazioni urbane volute dal regime. Il Quartiere Metafisico, sulla sponda meridionale del Barbas, fu al centro di questi ambiziosi progetti tra i ’20 e i ’30 del XX secolo. L’università nuova, lo stadio intitolato al calciatore campione superiese Ennio Bosco morto volontario nella guerra civil di Spagna, il cosiddetto quartiere dei tribunali, i colonnati dei titani, i massicci ampliamenti alla stazione ferroviaria di Porta Futura, il palazzo dell’ora o casa metafisica di Giorgio de Chirico di fronte alla medievale Torre Rossa: sono alcuni esempi delle opere presenti in quel vasto e particolare spazio urbano ribattezzato Quartiere Metafisico da un suo estimatore d’eccezione, il pittore Giorgio de Chirico, che poi nel dopoguerra si stabilirà proprio qui. Il Quartiere Metafisico è stato definito dal celebre artista come “l’architettura dell’onirico”. 

Con la tragedia della seconda guerra mondiale e le numerose sconfitte si arrivò alla caduta del fascismo con la fatidica riunione del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 e il successivo armistizio dell’8 settembre. L’Italia si spaccò in due: a nord la Repubblica di Salò con i tedeschi, a sud il Regno con gli anglo-americani. Superia diventò una base fondamentale del nuovo regime, considerando anche il diffuso appoggio della popolazione al nuovo e ultimo corso fascista, in parte dovuto anche per la lunga antipatia che si nutriva per la casa reale dei Savoia, e nonché per la decisa spinta sociale repubblicana che qua attecchì più che in altri centri e provincie. Ma se non si può negare che la città fu, in una certa parte e generalizzando, fascista fino al definitivo crollo, non si può nemmeno dimenticare che qua le persecuzioni ai danni degli ebrei furono decisamente contenute rispetto al resto dell’Italia settentrionale, e ciononostante la forte presenza tedesca durante gli ultimi due anni di guerra. Sicuramente, il potere del triumvirato delle tre famiglie Dazlen, Pavia e Sesterzi del Banco Commerciale influì molto nell’arginare i progetti nazisti di deportazione e sterminio. Il Banco, ancora ufficialmente di proprietà del triumvirato fino al 1942, fu poi affidato a prestanome di facciata, ma il vero comando e l’accesso agli immensi patrimoni bancari fu mantenuto sempre dalle tre famiglie. Persino nell’ottobre del 1943, quando per volere germanico l’istituto fu formalmente nazionalizzato, il BCS rimase segretamente e saldamente in mano ai vecchi proprietari rifugiatesi in Svizzera ma dotati di un’eccezionale rete di agenti e funzionari che agivano in loro vece e sotto i loro ordini. I Dazlen, Pavia e Sesterzi, rappresentanti più illustri della comunità ebraica cittadina, garantirono alle altre famiglie ebree della città una sicura protezione dietro compenso di denaro, a seconda delle possibilità economiche di ciascun nucleo famigliare, senza lasciare fuori nessuno, neanche i più umili del ghetto. La “lista Dazlen”, come fu chiamata, permise a migliaia di ebrei di rifugiarsi nelle frazioni di montagna che ancora esistevano sopra la città, sulle alture di Monte Ossa, protetti da ufficiali e burocrati di regime corrotti e conniventi, ma anche da numerosi sinceri altruisti. La zona tradizionalmente abitata dagli israeliti superiesi nel quartiere dei Cento Mercati detta il quadrato israelitico si svuotò, rimanendo deserta fino alla fine della guerra, quando i legittimi proprietari fecero ritorno nelle proprie case attorno alla sinagoga delle maioliche azzurre (sinagoga delle maioliche azzurre, apertura per visite dei non ebrei solo su appuntamento; scrivere a rabbinoaronnecoen@gmail.com). 

Qualche riga fa, abbiamo parlato anche dell’eccentrico e fanatico barone Roman von Ungern-Sternberg, diventato superiese dopo la sua rocambolesca fuga dall’URSS. Personalità conosciuta in città (ma anche guardata con timore e sospetto) fu sempre fonte di preoccupazione per le autorità fasciste. Quello strano russo dal sangue baltico-teutonico e dal truce passato, esaltato e affascinato da oscure conoscenze che molti non capivano e che mal tolleravano, non era figura controllabile. Costantemente spiato dagli agenti della polizia segreta OVRA, fu messo sotto sorveglianza speciale e confinato per un periodo sulle Alpi valdostane quando si scoprì che stava progettando un piano per assaltare l’ambasciata sovietica a Roma. Con l’alleanza con il Terzo Reich di Adolf Hitler, il barone vide una nuova occasione per rinnovare certe sue tenebrose visioni. La svastica nazista, simbolo rapito al mondo millenario di differenti mistiche orientali, ora veniva riproposta dal totalitarismo nazionalsocialista per la sua corsa verso il riscatto germanico in Europa. Per Ungern, quelle nere schiere che marciavano compatte e inarrestabili sotto la bandiera con la croce uncinata rappresentavano un possibile ritorno in occidente dei suoi ideali di gioventù. Credeva che la svastica del nazismo trionfante potesse essere un chiaro segno del destino da lui anticipato vent’anni prima al galoppo tra le steppe mongole, quando a spada sguainata invocava un ritorno di una tradizione guerriera che spazzasse via bolscevichi, banchieri ed ebrei dalla faccia della terra. La svastica, dalla notte dei tempi dei crudeli Uri tatuata sulla pelle di Superia, viaggiava lungo l’età dell’uomo tra episodi di tenebra e leggende, fino ad arrivare nel Novecento furioso con le vesti di potente simbolo incendiario di un nuovo impero totalitario. Il barone, invecchiato solo sui documenti ma non di certo nello spirito e nella sua assoluta esaltazione, ne fu folgorato. Con lui, una piccola parte di studiosi laici e religiosi della Lux Mundi scarlatta si scisse dalla dottrina ufficiale, la cui riservatezza durante i secoli fu la prima condizione per la sua tutela, per appoggiare invece platealmente il nazionalsocialismo e il Terzo Reich. Fu fondata una scuola di “mistica della guerra”, per cui Ungern scelse come nome la lettera dell’alfabeto “U”. La U di Ungern, la prima lettera del terribile nome del suo fondatore, ora veniva di nuovo ricamata in seta nera su gialli stendardi che richiamavano il colore della religione buddhista. Nel gruppo della U nera si arruolarono giovani estremisti, intellettuali pazzi, fanatici hitleriani, aristocratici decaduti, psicotici credenti di un nuovo ordine ghibellino, creature della notte. Ai corsi di “teologia della spada” e “gerarchia della razza”, agli studi sul “monachesimo guerriero”, e alla “nobiltà del sangue”, venivano alternati rigido addestramento militare e giochi di guerra alquanto realistici. La scuola della U venne tollerata dalle autorità fasciste per un certo tempo, (anche per il fatto che il gruppo della U forniva volontari di guerra molto motivati e fanatici fino a rasentare la follia), ma poi nel 1941 fu chiusa e alcuni suoi membri arrestati per sedizione; lo stesso Ungern, inseguito da un ordine di cattura, si diede alla latitanza, nascondendosi per tanti mesi nella lugubre Grotta delle Urla a Monte Ossa, quel macabro luogo che fu tempio dei cannibali Uri. Quando i nazisti calarono in Italia a seguito dell’armistizio dell’8 settembre ’43, il barone fece ritorno in città aiutato dai servizi segreti delle SS di Heinrich Himmler, che era un ammiratore del barone. La scuola della U nera fu riaperta per disposizione formale della Kommandatur tedesca che si era insediata nel palazzo degli Orda in piazza Marchesa Teodosia. Gli uomini della U entrarono ufficialmente nelle Waffen-SS, inquadrati nella “U” Brigade der SS con al comando il Brigadeführer Roman von Ungern-Sternberg. Insegne della formazione, la U e la Chimera. Il reparto, che ebbe il suo battesimo del fuoco nel fronte orientale dove combatté distinguendosi a Kharkov, fu impiegato con gravi perdite in Normandia, e infine fu molto attivo nella controguerriglia antipartigiana tra Liguria, Emilia, Piemonte e Lombardia. Per tutti quei seicento giorni della cupa e tragica avventura di Salò, il potere a Superia fu conteso dal barone e dal suo antagonista italiano, il segretario del Partito Fascista Repubblicano di Superia nonché federale e podestà Michele Garresio che lottò, non senza grandi difficoltà, per mantenere un’autorità italiana sulla gestione della metropoli. Le due fazioni, quella nazista-ungerniana e quella fascista-repubblicana, finirono per confrontarsi con le armi, lasciando sulle strade parecchi morti; una piccola guerra nella guerra. 

La città patì inoltre i devastanti bombardamenti anglo-americani dell’agosto e settembre del 1944 che provocarono oltre 11.000 vittime civili accertate, oltre che a gravissimi danni al patrimonio artistico. Superia fu l’ultima città italiana ad essere liberata, il 2 di maggio del 1945. Dal 25 a quella data fu difatti combattuta la battaglia di Superia tra americani e gli ultimi difensori che rifiutarono la resa, anche dopo la notizia dell’esecuzione di Benito Mussolini, del truce spettacolo di Piazzale Loreto a Milano e del suicidio di Adolf Hitler nel Führerbunker di Berlino. I quartieri del centro furono teatro di scontri violentissimi, che causarono migliaia di morti di ambo le parti. I più accaniti furono le SS di Ungern, che nonostante la sconfitta fosse ormai inevitabile e palese, continuarono a dar battaglia, spinti da una furia cieca, irrazionale e disperata. Nella notte tra il primo e il 2 di maggio, il barone Ungern-Sternberg lasciò il suo rifugio negli enormi sotterranei che si estendevano sotto il palazzo dei Severo di Cantalupo e quello dei Rüger, dove si era asserragliato con gli ultimi fedelissimi. Vestito in alta uniforme da parata salì in groppa al suo destriero nero Luzifer, sguainò la sciabola e si lanciò tra le braccia della morte. I fanti americani che furono testimoni della scena, ricordano di uno spettro a cavallo che d’improvviso saltò fuori dalle fiamme che lambivano un’ala di palazzo Rüger, e che si gettò contro i carri armati Sherman fermi nella piazza durante una notte illuminata dal rosso degli incendi. Gli americani non potevano credere ai loro occhi. Un cavaliere pazzo galoppò dal medioevo o dall’inferno, e li stava caricando come avrebbe fatto un guerriero mongolo settecento anni prima. Cavallo e cavaliere, furono stesi con le mitragliatrici. Secondo quando ha riportato il tenente di fanteria John Patterson, che conosceva la lingua italiana, «un uomo magro come un chiodo agghindato come per una parata giaceva sul selciato con gli occhi grigi iniettati di sangue e sbarrati verso la luna. Le sue ultime parole pronunciate in italiano e che ancora oggi mi turbano, furono una follia spaventosa e angosciante, dei versi di una bizzarra e malvagia profezia: “Scorgo navi e carri di fuoco all’orizzonte … Il mio regno finisce così come ebbe inizio: con un bagno di sangue. Ogni guerra è santa … ora io so! Ora conosco finalmente i segreti di Superia … e il terribile mistero della svastica eterna”». 

Il dopoguerra e Superia oggi

La vocazione industriale cittadina fu la prima artefice della ricostruzione. Naturalmente il privilegiato regime fiscale a carattere speciale, che fu mantenuto, permise di essere a supporto di una nuova corsa dell’imprenditoria locale. Gli impianti industriali sul lungofiume risorsero moderni. Nuovi stabilimenti crebbero come funghi nella zona industriale fino ad invadere la parte occidentale del quartiere residenziale di Monte Ossa. Alcuni esempi di importanti aziende che si svilupparono dopo la guerra e durante il boom economico italiano: i già citati cementificio e acciaierie Martuzzi nonché il birrificio Rüger, poi i caseifici riuniti Rolandi, la GlobeMachineproduttrice di macchinari di precisione e di armi da guerra, gli impianti di materiali plastici Novaplastik, le Fornaci Superiesi S.p.A., la Manifattura Tabacchi delle sigarette Marchesi, Castrone delle macellerie Gildo Castrone e dei salumifici Gildo Castrone (diciotto punti vendita in città, 312 in Italia, 1.548 in tutto il mondo). 

L’attività finanziaria capeggiata dall’antico Banco Commerciale riprese più forte di prima la sua epopea economica, si diramò sul territorio nazionale e in quello estero, divenendo uno degli istituti di credito più solidi e importanti d’Europa. Tanti sono stati i grandi affari in cui il BCS è stato coinvolto: finanziamenti all’industria, cospicue partecipazioni nelle proprietà delle principali aziende italiane (FIAT, Montedison, Pirelli solo per citarne alcune delle più note), prestiti multimiliardari a soggetti privati ma anche pubblici. Spesso però la sua reputazione è stata scalfita da numerose inchieste sul suo operato non sempre trasparente: affari ambigui, scandali o semplicemente voci e dicerie che si sono avvicendate di pari passo con la storia dell’istituto finanziario superiese.   

Nel secondo cinquantennio del Novecento quindi, Superia modellò i propri connotati in due facce diverse della stessa medaglia. Da un verso Superia si rifece bella, bellissima; una delle città d’arte più seducenti d’Italia, che per storia, fascino, opere, estetica, ricchezza di attrazioni si può inserire tra gli altri illustri nomi di Roma, Venezia, Firenze (secondo molti è la più bella tra le belle, al primo posto dei luoghi da visitare nel Bel Paese). Dall’altro lato invece perseguì il suo percorso di sviluppo industriale, collocandosi per diritto e per merito tra le altre tre metropoli del boom: Torino, Genova e Milano. Nuove fabbriche in periferia significavano nuovi posti di lavoro e come gli altri grandi centri del nord, e anche qui si assistette ad un imponente fenomeno migratorio dalle regioni più povere del Mezzogiorno. Furono intrapresi numerosi progetti urbani per edificare periferie residenziali, come il villaggio sociale Rüger con i condomini verdi degli anni ’50, o come il successivo e molto discusso complesso Le Ruote costruito dall’architetto pazzo Rodolfo Huck nei ’70, un gigantesco formicaio umano diventato tristemente noto come esempio di degrado urbano e ambiente ideale per disagio sociale e criminalità. 

Sì, perché a Superia i problemi non mancano. Nonostante si tratti di una delle metropoli più affascinanti al mondo, perlomeno nel suo centro e nelle sue aree storiche come sono Monte Ossa e il Quartiere Metafisico, diversi suoi sobborghi limitrofi alla zona industriale sono da decenni considerati come quartieri pericolosi. La nomea di città violenta è rimasta anche in epoca contemporanea. Assieme all’immigrazione dal sud, arrivò anche mischiata tra le folle dei lavoratori onesti la criminalità organizzata siciliana e calabrese. Dai ’60 all’inizio dei ’90 del secolo scorso, la delinquenza cittadina vide l’assoluto predominio del clan dei catanesi, un esercito di malavitosi che con mano armata gestivano tutto il malaffare; dalla prostituzione alle bische, dalla ricettazione all’estorsione, fino al business miliardario della droga. Soprattutto nella sua fase finale a metà degli ’80, non c’era giorno che in cronaca nera non comparissero crimini e fatti di sangue legati alle molteplici attività illegali del clan dei catanesi, longa manus dei boss siciliani legati ai corleonesi. Ma faide interne sfociate in sanguinose guerre di mafia, gli arresti eclatanti, e il fenomeno del pentitismo decapitarono le colonie di cosa nostra in città lasciando spazi vuoti subito occupati dalle cosche calabresi della ‘ndrangheta. Anche dal punto di vista della violenza politica extraparlamentare, Superia ebbe da dire la sua. La colonna superiese delle Brigate Rosse si fece alquanto notare durante gli anni di piombo: 36 vittime accertate, tra cui i clamorosi omicidi dei giudici Porta e Artuso, del colonnello dei servizi segreti Viviani, dell’industriale Giulio Rügerrapito e poi rimasto ucciso durante uno sciagurato blitz delle forze dell’ordine, senza contare la scia di feriti e gambizzati, nonché il famoso rapimento di Gianni Agnelli. E l’estremismo di destra non fu di certo da meno con la sua forte presenza nella curva ultras del Superia F.C., in particolare il gruppo radicale e sovversivo “Ungern Division” che si rifaceva (e si rifà visto che il gruppo è ancora attivo anche se dichiarato illegale) alle gesta del barone sanguinario. Purtroppo sono noti gli innumerevoli episodi di teppismo di cui si sono macchiati le due tifoserie superiesi rivali del Superia e della Fortitudo, acerrime nemiche.  Dopo l’escalation degli anni ’80, l’apice dei ’90 e un periodo di relativa tranquillità dettata da una tolleranza zero nel primo decennio del secolo attuale, le frange più estremiste delle due curve sono tornate sul piede di guerra, come confermano alcuni recenti brutti fatti di cronaca in concomitanza con le partite di calcio. Il tifo cittadino ha fatto molto parlare di sé in maniera negativa, anche per via degli innegabili legami con la criminalità organizzata ed è capitato che alle risse con corpi contundenti si passasse alle armi da fuoco, e ai cadaveri sui marciapiedi. Per l’ennesima volta nella storia della città, due delle icone del luogo, la Chimera (stemma oltre che della città anche della squadra del Superia) e la Viverna (eletta a simbolo della squadra della Fortitudo) sono tornate a lottare tra loro. Altro caso efferato fu la terribile storia della banda Ludwig e degli orrendi fatti di sangue legati ad essa che scioccarono l’opinione pubblica italiana dalla metà degli anni ’80 fino al 1990, quando ci fu l’epilogo della gang nazista e del loro allucinante progetto criminale con la strage del Banco Commerciale avvenuta durante la finale del campionato mondiale di calcio di Italia ’90, nella sera in cui tutta la nazione era distratta dall’impresa degli azzurri per la conquista della Coppa del Mondo. 

Per quanto riguarda il tema dell’ordine pubblico, evidente problema endemico di Superia, vista la sua storia molto poco pacifica, non ha giovato la decisione della giunta comunale d’inizio millennio di convertire l’Isola del Mongolo nella discussa Zona Vizio Libero Zetavielle. L’isola subì tremende devastazioni durante la seconda guerra mondiale, per colpa degli indiscriminati bombardamenti aerei alleati e durante i terribili giorni della battaglia di Superia. Dell’antico castello degli Orda e degli altri edifici degni di nota, è rimasto ben poco. Negli anni ’60 vennero stanziati fondi per ricostruire quello che era andato perduto, seguendo con scrupolo i progetti, le tecniche e l’utilizzo dei materiali originali. Purtroppo nel 1987, nella notte della festa del solstizio d’estate, tutto andò perduto nuovamente e questa volta in modo definitivo. Un grave incendio doloso avviluppò l’isola, divorandola. Ci furono vittime, per fortuna poche rispetto all’entità del disastro. Fu un attentato del gruppo terrorista Ludwig ad un locale da ballo sull’isola, rivendicato tramite un volantino delirante, come era loro triste consuetudine. Per lungo tempo si discussero progetti di riqualificazione, naufragati sul nascere. Si arrivò infine alla proposta avallata e sponsorizzata da un gruppo di imprenditori per rendere l’Isola del Mongolo sede di una sperimentazione per il consumo di droga, per il gioco d’azzardo e per la prostituzione libera; tutti vizi altresì considerati illegali nel resto del territorio nazionale. L’isola come un refugium peccatorum. Con l’avallo del governo italiano di allora, nella notte di San Silvestro tra il 31 dicembre 1999 e il primo gennaio 2000, a cavallo tra due secoli e due millenni, ci fu il taglio del nastro della Zona Vizio Libero, subito soprannominata Zetavielle. E fu così, che la già famosa Superia, luogo di arte, incanto e mistero, diventò famosa anche per altro. La Zetavielle attrae ogni anno centinaia di migliaia di giovani da tutto il mondo. Per evitare ressa e situazioni pericolose, il comune ha deciso di controllare l’accesso con un numero di pass giornalieri limitati, che vengono venduti all’ingresso. La sicurezza sull’isola è affidata a vigilantes privati, stipendiati dai gestori e proprietari delle attività “ludiche” della zona, come i coffee shops, i coca bar, le oppio house, gli svariati bordelli per tutti i gusti, le sale da gioco, e tanti altri luoghi di perdizione aperti per soddisfare i nottambuli più curiosi, i viziosi più impenitenti, i tossicomani più raffinati.  

A questo punto, l’autore di questa sezione di storia della città della presente guida di viaggio, si permette un consiglio al lettore. Superia è ben altra cosa e ben altra bellezza rispetto alle turpi e poco sane offerte della Zetavielle ma se il viaggiatore non può proprio fare a meno di una gita nel peccato, o solo per sbirciare un po’, si raccomanda la massima prudenza e di leggere con estrema attenzione la sezione Quartieri: la Zetavielle – quando il proibito diviene permesso di questa pubblicazione Lonely Planet. 

Ma ad ogni modo, sia che veniate a Superia per ammirare i suoi tesori, per farvi catturare dalla sua atmosfera leggendaria o per rincorrere paradisi artificiale, non rimarrete indifferenti, noi ve lo giuriamo, perché state per entrare nella città più favolosa del Mondo. Superia non è una città come le altre, Superia è un altro mondo fatto di sogno. 

Bibliografia e cinematografia essenziali sulla città di Superia in ordine alfabetico

– A passo d’oca – il tifo organizzato a Superia, di Alessandro Pingipane, indagine sul mondo ultras delle curve superiesi, Edizioni Super, Superia, 2019.

– Ager Sanguinis e l’invasato Cipriano, di Cesare Maria Vincifuoco, Garzanti, Milano, 1962.- Annales Urorum, di Claudio Ennodio, Roma, I secolo a.C. 

– Archeopazzia: il brutalismo radicale di Rodolfo Huck, di Livia Busto e Carlo Manicò, Gruppo Editoriale Urbania, Superia, 2009. 

– Argento, argilla, acciaio: storia industriale di Superia, di Luigi Monforto, Rüger Editori, Superia, 1985.

– Demalis Superiae, di Publio Ceciliano, Roma, I secolo d.C.

– De Vermis Mysteriis, dell’alchimista Ludwig Prinn, Bruxelles, XV secolo. 

– Federico dell’Orda detto l’irruente, biografia di Giulio Cavagna, Mondadori, 2018. 

– Giorgio in città – quando de Chirico sognò Superia, di Oddone Rovelli, Gruppo Editoriale Urbania, Superia, 1990.

– Gli Orda: storia di una dinastia, di Franco Cardini, Giunti, Firenze, 1999. 

– Gli ultimi dissoluti, tre biografie sulla fine degli Orda, di Federico Sortino, Rüger Editori, Superia, 2011.

– I Banchieri del destino: il triumvirato del BCS, di Giovanni Collo, Mondadori, Milano, 1989. 

– I viaggi di frate Kāla, di Enrico Poli, Edizioni Super, Superia, 2022. 

– Il Club degli Insonni, con riferimento al capitolo “Ungern” di Federico Mosso, GOG, Roma, 2018. 

– Il Re del Mondo, di René Guénon, Adelphi, Milano, 1977. 

– Il Rinascimento superiese – bellezza e mistero, di Benvenuto Pigna, Rüger Editori, Superia, 2004. 

– Il segreto del monaco rosso, film horror di Dario Argento ambientato tra le strade notturne di Superia, Italia, 1979.  

– Italica Noir con riferimento al capitolo “Ludwig Odia”, di Federico Mosso, CerabonaEditore, Torino, 2016.

– Kadan, film storico su Kadan Khan e l’Orda mongola, con la regia di Ermanno Olmi, Italia, 1970. Pellicola interpretata da Vittorio Gassman e vincitrice di due premi Oscar: uno come miglior film straniero, l’altro come miglior attore, assegnato a Gassman. 

– La Chimera, romanzo best seller di Attilio Grosso, Bompiani, Milano, 1981. 

– La città nata in sogno, di Lucrezia Rossi Toffani, Einaudi, Torino, 2007. 

– La Cucina di Superia, ricette, sapori e prodotti tipici a cura di Don Riccardo Cinghiale, RügerEditori, Superia, 1956. 

– La Notte del delirio. Quando l’Italia impazzì di gioia, di Alessandro Pingipane Edizioni Super, Superia, 2018. 

– La Notte del Solstizio, film sul massacro degli uggerini di Luchino Visconti, Italia/Francia, 1972. 

– La Regina della Luna di Monte Ossa – civiltà e culti millenari degli Uri, di Filippo e Luisa Modrone, Rüger Editori, Superia, 1868.

– Le avventure del Barone di Münchhausen, di Rudolf Erich Raspe, Londra, 1785.

– Le leggende d’argento, miti e memorie superiesi raccolte da Matilde Roccavilla, Edizioni Super, Superia, 2019. 

– Le novelle superiesi, raccolta di racconti di Gabriele D’Annunzio durante il suo periodo superiese, Mondadori, Milano, 1903. 

– Lo strano caso di Superia – la città onirica tra le due guerre, di Indro Montanelli, Rizzoli, Milano, 1967. 

– Ludwig, alfieri di morte, di Oreste Pallavicini, Feltrinelli, Milano, 1991. 

– Ludwig, svastica e orrore, puntata su Ludwig del programma RAI Blu notte – Misteri italianicondotto da Carlo Lucarelli, Italia, 2008. 

– Metafisica Metropolitana, di Giovanni Nossenzo, Luca Silenzi, Pietro Univero, Gruppo Editoriale Urbania, Superia, 2000. 

– Napoléon le libérateur, di Giacomo Fermi d’Ottone, Libreria Europa, Superia, 1797.

– Nella città oscura, romanzo di Curzio Malaparte, Vallecchi, Firenze, 1939. 

– Nobis hæreditatem, testo di esoterismo e occultismo dell’abate Zenone dell’Ordine degli Scarlatti, Superia, fine XVI secolo. 

– Notti magiche: il grande sogno collettivo di Italia’90. Documentario RAI con la regia di Paolo Sorrentino del 2010, vincitore lo stesso anno del Leone d’oro alla 67ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. 

– Onirica, film sperimentale di Federico Fellini a metà tra la cartolina audiovisiva e il documentario artistico sulla città di Superia. Alla scenografia partecipò Giorgio de Chirico. Italia, 1960. 

– Osterie nella città del diavolo, guida enogastronomica a cura di Mario Rastrel e Stefania Torta, Edizioni Super, Superia, 2023. 

– Porta Futura e altre visioni, epopea architettonica e urbana di Superia. Vari autori, Gruppo Editoriale Urbania, Superia, 2021.

– Ruote grigie, di Laura Montini e Cristina Vurra, documentario d’inchiesta sociale sul complesso popolare Le Ruote, Superia, 2015. 

– San Sebastiano di Caravaggio, saggio di Vittorio Sgarbi, Rüger Editori, Superia, 2009.

– Secreta Lux Mundi, dell’alchimista bizantino Teone Hypnos detto “il messere ipnotico”, Superia, XIII secolo. Il volume primo dei Secreta è l’unico accessibile agli studiosi e giunto fino a noi. Altri otto volumi sono custoditi nelle stanze segrete dell’Università Scarlatta dell’ordine di San Sebastiano Martire. 

– Serramanici sul Barbas, storia criminale di Superia, dalla vecchia mala superiese del quartiere delle fornaci fino a Ludwig, di Gianni Gedda, Rüger Editori, Superia, 1992. 

– Storia degli Uri, di Filippo e Luisa Modrone, Rüger Editori, Superia, 1874. 

– Storia di una città fantastica, di Federico Sortino, Rüger Editori, Superia, 2020. 

– Superia, guida turistica a cura di Alessandra Brandi e Lucia Mistrale, storia della città a firma di Federico Sortino, collana guide EDT/Lonely Planet, EDT Edizioni di Torino, 2023. 

– Superia, ultima raffica, storia della battaglia di Superia, di Stanislao Laggio, Rizzoli, Milano 1994. 

– Teodosia la superba, di Andrea Patrasso, Torino, 2021. 

– The great Solstice, documentario musicale sul leggendario concerto dei Pink Floyd del 21 giugno 1989 in piazza Marchesa Teodosia, durante la tournée A Momentary Lapse of Reason Tour. Italia/UK, 2019. 

– Theologie des Krieges und Schwertkult, di Hans Kurt Baumann, Thule Ausgaben, Berlino, 1938. 

– Tractatus de occultas scientias, di frate Kāla, Superia, 1612. 

– U: l’avventura nera di Ungern, di Francesco Marte, Rüger Editori, Superia, 1984.  

– ZVL Narcotic Island: an ultimate dope & sex guide, guida turistica internazionale ai piaceri proibiti della Zona Vizio Libero di Ritchie Hall, Penguin Random House, New York City, 2023.  

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