Bascapè ’62

Come ho ucciso Enrico Mattei
Come ho ucciso Enrico Mattei

Tra la provincia di Milano e Pavia, 27-28 ottobre 1962

Un poco riscaldato dalla stufa, accendo la lampada in ferro rosso della scrivania. Non c’è alcun bisogno di parlare e quindi non apriamo bocca. Il tempo freddo viene scandito dalla lancetta dei secondi dell’orologio a muro alla parete.  Alle sei e trenta squilla il telefono sulla scrivania occupata dall’agente napoletano. Risponde e si raddrizza istintivamente sulla schiena. All’altro capo ci deve essere un suo superiore, presumo Allavena. La spia mette la mano sulla bocca alla cornetta, per celare i borbottii, le affermazioni smozzicate, le parole in codice. Dopo quaranta minuti, tre sigarette e un’aspirina, il telefono squilla di nuovo ed è un trillo che suona come l’esplosione di un bomba. Salto sulla sedia. L’orologio alla parete segna dodici minuti dopo le sette della sera e la telefonata è rapidissima. La spia del Vesuvio con l’assurdo riporto sul cranio eccessivo alza la cornetta, la tiene all’orecchio un paio di secondi, il tempo necessario per ascoltare una breve frase cifrata e la riattacca con un gesto quasi solenne, lasciandola cadere dai polpastrelli sulla bachelite nera dell’aggancio da un’altezza di dieci centimetri, per enfatizzare una certa atmosfera drammatica. 

«È caduto». 

Noi tre barbe finte ci guardiamo negli occhi. Uno strano dialogo tra muti; parliamo con le pupille.

«È caduto». 

Due parole riecheggiano in testa tra le pareti interne del cranio. Icaro è precipitato. La trappola esplosiva di centodieci grammi di Comp B ha funzionato, l’ordigno ha compiuto il suo dovere. Cerco di controllare il tremolio alla mano, non voglio che i due colleghi lo notino. Ho come l’impressione che la vista cambi in nitidezza, luminosità e profondità. Non è che vedo peggio, sfocato o doppio, ma vedo diverso. Sembra che i colori cambino di intensità. Il rosso delle lampade sulle scrivanie mi appare più violento. Le misure della stanza si allargano. Lo spazio si amplifica. I contorni si dilatano. Le lacrime d’acqua delle gocce di pioggia che scivolano sulle finestre disegnano geroglifici egizi simboleggianti divinità della notte e porte per regni extraterrestri. La spia napoletana si allunga sulla sedia, la sua testa si fa fuso, un arnese bislungo e vivente dotato di occhi a feritoia e bocca romboidale. Effetti allucinatori della forte febbre che sento salire lungo il collo e le tempie? Mi passo la mano sulla fronte che scotta, mi massaggio veloce le palpebre. 

«È caduto». 

Dio mio, ho fatto precipitare l’aereo di Enrico Mattei. 

Ci alziamo dalle sedie trentacinque minuti dopo le sette e due altre telefonate lampo del tizio con riporto. Il collega in occhialini chiama a rapporto i suoi. Uomini in borghese e altri con tute blu della SNAM circondano le due spie come se fossero calciatori attorno agli allenatori prima di una partita importante. Mi sento un intruso, e difatti l’agente segreto con accento napoletano mi mette alla porta e me la chiude in faccia. Siamo collaboratori nello stesso affare ma apparteniamo a due squadre differenti. Io agente speciale agli ordini diretti degli americani, loro agenti dell’italiano SIFAR. Ma non me la prendo di certo per quell’esclusione dalla riunione, anzi, che gli spioni dei servizi militari si diano pure tutte le arie che vogliono, si diano pure un tono per convincersi di essere importanti e indipendenti. Il SIFAR rispetto all’Agenzia non conta un cazzo; sono solo soldatini regionali di un fronte vasto come il mondo. Il SIFAR è un piccolo pedone di una casella nella grande scacchiera. Loro piccolo pedone, noi regina bianca. 

La riunione del SIFAR nella palazzina SNAM di Metanopoli dura dieci minuti. Gli agenti corrono eccitati per le scale verso auto e furgoncini. Sento dire che il Morane-Saulnier presidenziale è caduto più a sud, nella campagna del pavese, mezz’ora di auto da lì e a trenta chilometri circa dalla pista di Linate su cui sarebbe dovuto atterrare attorno alle sette di sera. Mi infilo al volo nella stessa auto che mi ha portato qua con i due tizi di prima. Adesso però, evitiamo di riempire l’aria con cazzate tanto per dire, procediamo con le bocche chiuse per la strada fradicia di pioggia autunnale incolonnati con altri mezzi. Passiamo di fronte al palazzo di vetro degli uffici ENI di San Donato, un iceberg grigio-blu che nella sera tetra e piovosa sembra essere già listato a lutto. Mi bruciano gli occhi e ho brividi influenzali. Lo sguardo si fissa sul movimento dei tergicristalli che cantilena cigolii sul parabrezza bagnato, tra i bagliori rossi degli stop dell’auto che ci precede. Ci inoltriamo nelle strade di campagna aperta avvolta dalla cupa bruma di una sera uggiosa nella Bassa padana sollevando con le ruote l’acqua di larghe pozzanghere. Un tuono romba nell’oscurità di nubi e nera pianura. Imbocchiamo uno sterrato viscido e molle tra file di pioppi alti e smilzi. Mi chiedo dove diavolo siamo. Un punto su una mappa della provincia di Pavia, un angolo di campagna anonima simile ad un milione di altri: terra piatta, campi, letame, pioppi, zappaterra, vacche, cascine fangose, monotonia secolare. Mi ricordo di quella volta che mi ero fermato ad abbronzarmi davanti al rogo del pozzo n.21 di Cortemaggiore, in quel grottesco Natale di fiamme ’50, nella notte del drago Tarantasio risvegliatosi dalle profondità della terra. Dodici anni fa: ancora giovane alle calcagna del Gran Visir in ascesa verso il firmamento dell’economia nazionale, e anche lui, il mio nemico, era giovane. La spia contro il corsaro. E guarda qua fino a dove ci siamo spinti… 

L’auto sobbalza sulle pozzanghere, arranca nel terreno melmoso, gli pneumatici schizzano fango e ghiaia e rischiamo di rimanere impantanati. Fari di altri mezzi ci abbagliano. Girano i lampeggianti della polizia tra i rami appesantiti dalle foglie morte e infradiciate in valzer di luci blu. Allo scroscio continuo della pioggia pesante e del ronzio del motore si aggiungono voci, indicazioni urlate, imprecazioni nervose, strilli di sirene nei paraggi. Vedo figure camminare ai bordi dello sterrato zuppo, claudicanti per il fango viscoso. Ci fermiamo anche noi sul ciglio. Quando metto i piedi fuori dall’auto, sprofondo nel terreno. Ore 20.30 nel fango. Il pantano mi avvinghia le scarpe di cuoio che dovrò buttare, mi afferra per le caviglie. Sento i calzini farsi spugne. Starnutisco immediatamente, la febbre peggiorerà di certo, potrei beccarmi una polmonite. Ho ancora il completo blu poco pesante che indossavo nella tiepida Sicilia, adesso totalmente fuori luogo. Goccioloni gelidi mi scivolano tra il collo e il colletto della camicia puzzolente di sudore e strisciano sulla linea della colonna vertebrale come lumache che lasciano al passaggio una fredda scia umida, facendomi rabbrividire e tremare. Uno degli agenti di Allavena, mosso da pietà, mi cede il suo ombrello. Mi presta anche una torcia elettrica. In quell’impasto di acqua e terra procedo cauto un passo alla volta, sarebbe tragicomico se le scarpe mi si sfilassero, mangiate dalla melma appiccicosa. Siamo nel mezzo di un’enorme pozzanghera vasta dozzine di ettari. Maledetta campagna lombarda d’autunno, è un mare di melma nel panorama autunnale e contadino. 

Laggiù c’è una luce che si distingue tra fari e lampeggianti, la seguo, tutti la seguono. Ci troviamo in un campo rettangolare circondato dai comunissimi pioppi padani, ordinati in alti filari, e in prossimità di uno dei lati corti c’è una buca, un cratere da cui spuntano frantumi. È caduto un meteorite in Val Padana, è caduto Icaro in un campo agricolo del pavese. Fermo un vigile del fuoco con il cappuccio gocciolante del giaccone di tela cerata e che salta con gli stivaloni sulle pozze per avvicinarsi ai rottami fumanti; gli chiedo come si chiama la località dove ci troviamo. Dintorni di Bascapè, piccolo paese della provincia di Pavia, mi dice lui teso in viso. Bascapè… questo nome che nessuno conosceva da oggi in poi sarà famoso. Bascapè stanotte caput mundi. 

Affondando fino ai polpacci nel campo credo coltivato a rape, traballante per tenermi in equilibrio sotto l’ombrello, raggiungo il groviglio di rottami fumanti illuminato dal carburante incendiato. Pompieri, carabinieri, tecnici SNAM, alcuni veri, altri finti, si stringono attorno al rogo, al cospetto della pira del Gran Visir. Un gruppetto di contadini sotto gli ombrelli se ne sta poco in disparte. Anche loro rapiti dalla visione e coi grugni instupiditi da quelle fiamme basse che per magia ardono sulla superficie d’acqua al fondo della buca. Gli zappaterra lumbàrd con il fango alle ginocchia sono al cospetto di un cippo funerario durante una funzione pagana nella nebbiosa provincia padana. Solo un paio di ore fa quell’ammasso di ferraglia che ancora arde nel pantano era un moderno ed elegante jet civile per capitani d’industria, e ora è solo una “cosa”, un groviglio ferroso incandescente e ritorto su sé stesso. Chiunque fosse a bordo non può essere sopravvissuto ad un incidente del genere. Le parti del jet si sono ammatassate tra loro, indistinguibili: carlinga, pezzi di motore, forse un’ala, forse il timone. Inebetito pure io, febbricitante e incantato dalle fiammelle, sono davanti a uno scarto di fonderia, un’orribile composizione di fango, metallo, fuoco, e certamente pure di carne umana, rimasta incastrata nell’intrico lì sotto. La buca dove ancora ardono i resti dell’aereo è profonda meno di un paio di metri ed ha una circonferenza direi di quattro metri così ad occhio. Il carburante ha irrorato la fossa, la superficie brucia a fiamme basse sull’acqua. Ma il serbatoio principale non è esploso, altrimenti si sarebbe alzata una colonna di fuoco, invece l’incendio ormai debole sta scemando, tra poco l’acqua lo spegnerà. Il primo fotografo sulla scena è un fotoreporter che si identifica ai poliziotti con il nome di Carlo Mantovani, e che dice di abitare in zona. Bel colpo per lui, ha battuto la concorrenza e si farà un sacco di soldi con quegli scatti. Il flash della macchina fotografica sfolgora la voragine per immortalarla. Le sue fotografie verranno di sicuro molto interessanti. Potrebbero essere immagini contenenti dettagli delicati se esaminate centimetro per centimetro con la lente d’ingrandimento. Potrebbero essere immagini premature del luogo dell’incidente. Sarebbe bene mandare qualcuno di fiducia ad acquistare le foto, prima di vederle sui giornali. 

Gli uomini in stivali di gomma con i nasi sotto i cappucci incerati sondano i dintorni, si domandano dove sia il grosso dell’aereo. Non sanno e non capiscono che la maggior parte del jet di Mattei è tutto lì accartocciato nel cratere che ho di fronte. Loro non conoscono il Morane-Saulnier come lo conosco io; se sapessero questi sbirri, questi carabinieri in affanno nel fango, cosa so io; se sapessero questi ispettori chi sono io; se sapessero questi brigadieri cosa ho fatto io. Accarezzo d’istinto il manico curvo dell’ombrello, ho l’impressione di avvertire sui polpastrelli la stessa materia sfiorata la scorsa notte… quella fusoliera liscia e aerodinamica, i bulloni freddi, la chiave inglese, i fili elettrici, il plastico modellabile come l’argilla per gli scultori. Rimango ipnotizzato dalle suggestioni proiettate dalla mia testa e dalle lamiere che fumano vapore denso mentre si raffreddano sotto l’acqua piovana, piantato lì immobile nel campo di rape diventato palude, come uno spaventapasseri idiota. Minuto dopo minuto, goccia dopo goccia, sto realizzando cosa ho compiuto. 

Qualcuno scivola e urta il mio ombrello, uno schizzo di acqua fredda mi bagna gli occhi e mi desta dallo strano torpore di pensieri e febbre. La fossa dove s’è piantato l’aereo è a un metro circa dal filare di pioppi sottili, alti, sinistri. Al di là degli alberi c’è una stradina, una carrareccia diventata rigagnolo e ancora oltre un canale d’irrigazione parallelo alla via, una roggia che straborda acqua. Dietro alla roggia, c’è una bassa siepe di cespugli disordinati che delimita un altro campo dove se ne stanno in riga dozzine di pioppelle. Tra le piante si muovono lucciole artificiali. Le torce elettriche sono tante laggiù, e ordini urlati penetrano il muro di pioggia. Voglio avvicinarmi al campo, ma proprio quando sto cercando un passaggio per raggiungere l’altro lato del canale, la mia attenzione viene catturata da due militi volontari della Croce Bianca di Milano chini in mezzo alla stradina di confine tra i campi. Mi avvicino ai volontari del primo soccorso, uno invoca la Madonna, sconvolto nella voce. Guardo anche io. Vicino ai resti di un’ala c’è una mano tagliata di netto. È una mano sinistra senza pollice, e ha un anello d’oro infilato all’anulare. Credo sia un pezzo di Mattei

Sulla stessa stradina inciampo sul ruotino di prua, privo però del copertone di gomma. Lo lascio lì, non avviso nessuno. Lo troveranno senza il mio aiuto. Riesco a passare al di là della roggia, nel campo delle pioppelle in fila. Illumino quello che sembra un siluro inesploso ma è uno dei due serbatoi alari rimasto pressoché intatto. Un carabiniere dice che cento metri più avanti ha trovato una ruota. Mi indica il punto. Vado a vedere, trovo anche io la ruota. È integra, con il copertone ancora gonfio e con attaccato il braccio del carrello troncato di netto. Ruota del carrello integra: significa che il carrello si è staccato in volo e non si è accartocciato con l’impatto al suolo dell’aereo. Questo reperto può dare grattacapi nella prossima ricostruzione dei fatti per illustrare all’Italia la dinamica dell’incidente. In volo deve essere andata così, in una manciata di secondi senza prendere fiato: poco prima delle sette di sera il pilota Bertuzzi comunica alla torre di controllo di Linate che è prossimo all’atterraggio, aziona quindi il famoso comando carrello abbassato tac e quindi bagliore improvviso d’esplosione, il quadro strumenti scoppia in faccia al pilota Bertuzzi e al Gran Visir Mattei, terrore nei cieli, urla-sangue-ustioni-mutilazioni-fuoco nei capelli, corto circuito, l’avionica scintilla, friggono i comandi, vampa di fuoco in quota, strumenti in avaria, incendio a bordo, il Morane-Saulnier modello MS-760 Paris I-SNAP perde i pezzi tra le nuvole, gli uomini al suo interno pure, il carrello non fa in tempo ad abbassarsi completamente che le sue ruote si staccano e precipitano per fatti loro come d’altronde numerosi altri componenti del jet. Infine, capolinea: schianto frontale nel pantano di Bascapè. Morte. Porca miseria, mi sa tanto che aveva ragione il povero Etienne, che il diavolo se lo pigli. Avrei dovuto usare meno Comp B, il Morane-Saulnier si sarebbe schiantato al suolo comunque perché ingovernabile con gli strumenti fusi e in tilt, ma senza frammentarsi ancora in volo. Ma volevo essere certo del risultato: nessun sopravvissuto. Eh, ho lasciato una bella gatta da pelare agli “spazzini” per le pulizie di terra. Saranno contenti i ragazzi di Allavena… le barbe finte del SIFAR avranno da spezzarsi la schiena con i resti e poi con l’immane attività di inquinamento e depistaggio tramite quotidiani, testimonianze, perizie e l’inevitabile commissione che verrà istituita nelle prossime ore per far luce sulla prematura scomparsa dell’italiano più famoso al mondo. Posso dare qualche suggerimento utile per chiudere la faccenda, devo sforzarmi a tenere gli occhi aperti qua attorno, in questo girone di fango, ferro e ossa. Sarà una notte lunga e fradicia. 

Torno verso la fossa con il rottame principale al bordo del filare di pioppi. Ne ammiro ancora le fiammelle ostinate sulla superficie dell’acqua. Le nove passate, continua ad arrivare gente al sabba con delitto di Bascapè: nugoli di giornalisti, soccorritori, bifolchi curiosi, funzionari ENI, agenti di polizia, investigatori di varie forze e questure, ufficiali dell’Aeronautica militare. Appare il pubblico ministero di Pavia, Edgardo Santachiara, per stilare il primo verbale. Tra le vetture che intasano la pista di fango si fa largo una berlina nera. Dal sedile posteriore esce un uomo molto alto in cappello a tesa larga e impermeabile scuro. Apre l’ombrello e rimane fermo sul ciglio a guardare la scena di formiche agitate consapevoli di trovarsi nell’ora storica al centro del mondo. Bascapè come Cuba. Gli esseri umani annaspano nella melma, gridano, si muovono scoordinati in ogni direzione, cercano di fare qualcosa ma non sanno cosa, vanno avanti indietro con pale, barelle, torce; ecco mentre regna la concitazione caotica e tutti girano come trottole, l’unico immobile è l’uomo alto in contemplazione dal bordo del pantano. Distinguo la sua figura scura perché delineata dalla luce dei fari dei mezzi imbottigliati. Alto, immobile, nero. È dritto come un corazziere, imponente ed elegante anche sotto la pioggia, in quel caotico pantano. Mi viene da sorridere, l’ho riconosciuto. Il personaggio misterioso guarda lo spettacolo della fine del suo nemico, ammira la caduta di Icaro, l’ex Gran Visir Mattei. L’uomo muove il braccio destro, estrae qualcosa dalla tasca dell’impermeabile. Per un istante il suo volto nero si illumina con il bagliore di una fiamma d’accendino che gli accende la sigaretta tra le labbra. Mi ricorda una maschera da fauno luciferino.

I vigili del fuoco montano un riflettore e lo puntano acceso verso la fossa. Sotto la fredda luce artificiale, il rottame si fa d’argento. Origlio le discussioni tra i capannelli di giornalisti, pompieri e poliziotti che già fanno congetture e ricostruzioni della prim’ora: l’aereo si è disintegrato in volo, è sicuro che sia andata così. Guardate i resti metallici poco più grandi di rami spezzati.

«Come è avvenuto l’incidente? Le ridotte proporzioni dei rottami e l’ampiezza della zona su cui sono disseminati fanno pensare più ad un’esplosione in volo che ad uno schianto contro il terreno. Inoltre il residuo maggiore si leva in un breve campo quadrato delimitato ai quattro lati da filari altissimi di pioppi: più precisamente vicino al lato meridionale. Ebbene, almeno per quello che si può constatare nella semioscurità alla luce balenante e alterna dei riflettori, i pioppi sembrano tutti intatti. Danno cioè l’impressione che il rottame sia piombato dall’alto come un meteorite».

Sì, sì, l’aereo è esploso, almeno in parte, in cielo e non in terra. 

Scuoto la testa, bisogna intervenire lesti a fornire altre verità prima che si diffondano sospetto e notizie pericolose sulla dinamica dell’incidente

Si organizzano le ricerche dei rottami e dei resti umani. L’unico riflettore illumina quel che può, gli uomini si dispongono a ventaglio per battere il terreno con le torce seguendo più direzioni. Mi ci metto anch’io. Un capitano dei carabinieri mi ordina brusco di identificarmi. Gli porgo sotto la luce il tesserino di Oreste Lucciani, maggiore dell’Arma in forza al SIFAR e il capitano mi fa il saluto militare. Apprendo che le vittime sono tre: Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi, e il giornalista americano William McHale che aveva seguito il Gran Visir nella sua ultima trasferta siciliana per intervistarlo. Non c’entrava nulla il corrispondente del TIME, ma in guerra, anche se anomala, segreta, a bassa intensità e sucia, è inevitabile che ci siano vittime innocenti. L’amico K e The Engineer non saranno contenti della morte accidentale e non voluta del loro connazionale ma sanno bene che in queste cose i danni collaterali capitano spesso. La copertina TIME per l’uomo dell’anno ’62 non sarà più dedicata alla faccia di Enrico Mattei.  

Setacciamo il fango a tentoni. Due pompieri trovano la bombola d’ossigeno, intatta. Partecipo ad una macabra caccia al tesoro. I puntini luminosi delle torce si sparpagliano nei campi. I brandelli di tessuti umani bruciati sono sparsi ovunque. C’è puzzo di carburante e di carne arrostita. Lo scroscio monotono della pioggia incessante è interrotto da grida nelle tenebre. 

«Un piede! Quaggiù, venite!»

«Qua, c’è un braccio!»

«Ho trovato qualcosa, una giacca… Cristo Santo, è un busto umano!»

Raggelo, sono io che li ho fatti a pezzi quei tre. Un agente della questura di Milano vomita tra i pioppi. Il pm di Pavia Edgardo Santachiara circondato da ispettori e ufficiali stila una prima lista di resti rinvenuti: 

«Che macello, che macello. Allora, ore 22, 22 e dieci, di sabato 27 ottobre 1962, appezzamento di terreno che da Bascapè conduce ad Albaredo. Durante le prime operazioni di recupero dei resti umani delle vittime rinveniamo: un piede sinistro con callo, tre dita, una mano priva di pollice con anello d’oro all’anulare, una porzione di naso con attaccata un pezzo di gengiva superiore con i denti incisivi, una parte di spalla avvolta da residui di un maglione di lana, alcuni frammenti di colonna vertebrale, un braccio tranciato tra spalla e gomito, tracce di cuoio cappelluto e materia cerebrale, un avambraccio, un paio di occhiali, un tronco umano dentro una giacca grigia e una camicia azzurra; ecco sappiamo che quel busto è del pilota Irnerio Bertuzzi perché nel taschino della camicia abbiamo rinvenuto la sua patente di guida. Ah, poi c’è questo: cassa e quadrante in oro di un orologio marca Omega modello… per favore illuminate meglio… modello Constellationmi pare; le lancette dell’orologio sono ferme sulle ore… sulle ore 18.57». 

Qualcuno si sente male, è una conta da macelleria umana. Ci sono tracce di cute, sangue e cervello persino sui pioppi. Già, i pioppi: nessun albero è stato tranciato dalla caduta dell’aereo, i filari sono integri. Nuovo grattacapo: se un aereo precipita intero è presumibile che slitti sul terreno prima di finire la sua corsa e quindi che provochi danni a quello che incontra, come degli alberi nel nostro caso di Bascapè. Voglio dire, il Morane-Saulnier modello MS-760 Paris pesa tre tonnellate, che se cadono dalle nuvole trancerebbero almeno un paio di questi pioppi dal tronco sottile nella loro corsa senza controllo. Un jet che precipita combina un disastro pari ad una bomba incendiaria; mozzerebbe e incendierebbe gli alberi. Sulla scena in cui mi trovo è chiaro che l’aereo sembra essersi disintegrato in volo e non a terra. I pezzi di carne umana alla brace sparpagliati ovunque in un raggio di cento metri dal rottame principale sono ulteriore prove di un’esplosione lassù a mille metri di altezza. Cazzo, sono davvero troppi centodieci grammi di Comp B; ho sì eliminato il Gran Visir ma ho lasciato una quantità di tracce impressionanti, spero che l’amico K e Max Corvo non siano furibondi con il sottoscritto e che il mio premio non sia in discussione. Ammetto con me stesso: ho commesso un errore di valutazione nel quantitativo di esplosivo, ora è un pasticcio. Diceva giusto Etienne La Mort quando mi dava del connard, del coglione. Sessanta, settanta grammi erano sufficienti ma volevo andare sul sicuro… Lo studio di fattibilità per l’Executive Action dell’operazione Icaro al punto e) diceva: e) Grado di occultamento che la soluzione scelta permette ed esige affinché si possa ottenere il risultato desiderato senza che in ALCUN MODO emerga il coinvolgimento diretto o indiretto dell’Agenzia o di chicchessia sia legato ad essa. S’intende occultamento a livello nazionale ed internazionale – la soluzione perfetta è l’incidente indiscutibile. L’incidente diviene indiscutibile grazie a 1) al tipo di lavoro svolto nel momento stesso dell’esecuzione 2) alla successiva e tempestiva attività di occultamento che segue l’esecuzione. L’occultamento a regola d’arte interviene immediatamente dopo l’esecuzione per “aggiustare” laddove il lavoro di esecuzione ha lasciato inevitabili e previsti indizi del suo passaggio e/o commesso errori e/o lasciato tracce non contemplate in fase di pianificazione. 

Porca miseria non è di certo un delitto perfetto. L’incidente non è indiscutibile, anzi. Il lavoro da me svolto nell’hangar dell’aeroporto di Catania non è stato chirurgico come volevo. Ma non è questo il momento per frignare; confido nell’attività di occultamento dei servizi militari, già all’opera per la delicata attività preposta all’ “aggiustare” il mio errore. Se si vorrà dire – e quello che si vorrà dire sarà legge – che il jet è precipitato al suolo intero e non esploso in cielo, il SIFAR deve agire sin da ora. 

Ci sono dei testimoni dell’esplosione in cielo, dei contadini che abitano nelle cascine qua vicino. I giornalisti li circondano, mosche sul miele coi taccuini aperti con l’inchiostro che si sbava sotto la pioggia. Mi unisco al nugolo; tra i cronisti ci sono ufficiali dell’Arma e dell’Aeronautica militare. Ci sono anche i due agenti che mi hanno accompagnato. Siamo tutti con le orecchie dritte. Nel mezzo ci sono quattro persone sotto gli ombrelli, con gli stivali di gomma nella mota. Lineamenti rozzi, nodosi, nasi grossi e bitorzoluti: facce da zappatori. Parlano semplice e con rustico accento lombardo, son gente umile di campagna. Per la prima volta nelle loro piccole vite, sono al centro di attenzioni mai provate prima, sono sotto gli occhi di tutti; pendiamo dalle loro labbra come se ascoltassimo oracoli dagli stivali di gomma inzaccherati di fango. 

Nomi: Mario Ronchi, sua moglie Elide Sofientini in Ronchi, sua suocera Gesuina Marini vedova Sofientini, abitanti della cascina Albaredo, e la signora Margherita Maroni, residente in via Crivelli, a Bascapè. 

I cronisti scrivono i nomi. Le spie pure. Per prime parlano le donne della cascina Albaredo, madre e figlia. 

Elide Sofientini

«Un rumore, un gran rumore in cielo… credevamo che fosse scoppiata la guerra coi russi, e che cadessero le bombe, sapete quella brutta cosa di Cuba…». 

La vecchia Gesuina Marini si fa il segno della croce: 

«Sì, sì, un frastuono enorme in cielo. Uno scoppio!»

Elide Sofientini

«Ai rombi ci siamo abituate, perché sopra di noi gli aeroplani si preparano all’atterraggio all’aeroporto di Linate: ne sentiremo cinquanta o sessanta al giorno; ma quello di ieri era un rombo diverso, un frastuono enorme poi trasformato in sibilo. Credevamo che l’aeroplano ci cadesse sulla testa, e dopo il sibilo abbiamo sentito uno scoppio. Immediatamente, attraverso i vetri della finestra sono entrati i bagliori dell’incendio. Siamo andate sull’aia, ma non abbiamo avuto il coraggio di proseguire verso l’incendio perché pioveva a dirotto». 

I cronisti scribacchiano. Gli ufficiali parlottano. Interviene il contadino Ronchi. 

Mario Ronchi

«Avevo appena terminato la cena, poi ho sentito un gran tuono e sono uscito sull’aia. Mi è parso strano quel tuono perché anche se pioveva non mi pareva tempo da nubifragio. Così sono corso sull’aia e ci sono rimasto, con una paura tremenda. Il cielo era rosso, bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutte attorno. Sulle prime ho pensato a un incendio, poi ho capito che doveva trattarsi di un aeroplano. Si era incendiato e i pezzi stavano cadendo ora sui prati, sotto l’acqua. Mi sono infilato gli stivaloni, ho afferrato una lampada e sono corso verso il luogo in cui il fuoco era più grande e faceva più paura. Pensavo di poter soccorrere qualcuno, ma mi sbagliavo. I passeggeri erano bruciati, dovevano essere tre o quattro, non si capiva bene. Sono subito corso ad avvertire i carabinieri di Landriano e ho guidato sul posto il brigadiere con i suoi uomini».

I flash dei fotoreporter accecano il contadino Ronchi sotto l’ombrello. Uno dei due agenti del SIFAR sussurra qualcosa nell’orecchio del collega. Anche la signora Margherita Maroni di Bascapè dice la sua. 

Margherita detta Rita Maroni

«Stavo lavando i piatti sotto il portichetto in cortile e ho sentito un rumore che mi sembrava un camion o un aereo che volava basso e come sotto sforzo: un aereo non normale. Sono immediatamente rientrata in casa e ho chiamato mio marito, ma mio marito era stanco e non mi ha dato retta. Io sono quindi subito tornata fuori e ho fatto in tempo a vedere in alto, ma sotto le nubi, un punto di luce che si frantumava in tante scintille, una vampata verso la cascina Albaredo. La luce e le scintille sono quindi venute giù. Si è poi sentito un tonfo sordo per terra: un “boom muto”. Dopo questo “boom muto” ho visto venire su un chiarore, un “chiaro” dalla stessa direzione dalla quale avevo sentito il tonfo sordo. Quel “chiaro” mi sembrava una lucciola, delle stelle filanti. Lì per lì non ho pensato che potesse essere un aereo ma quello che ho visto mi ha spaventata». 

Un cronista di Milano con esagerato accento meneghino la incalza per avere la conferma: 

«Mi scusi Signora. Ma è proprio sicura che l’aeroplano si è incendiato in volo? Ha visto davvero tutte queste scintille tra le nubi?»

Margherita detta Rita Maroni, offesa: 

«In cielo, in cielo! Ricordo benissimo, ci vedo benissimo, lo scoppio è avvenuto in cielo, le fiamme scendevano a terra come stelle filanti o piccole comete».

Gli inviati della RAI si fanno avanti nel pantano, chiedono direttamente ai testimoni oculari di intervistarli per la televisione. Il contadino Ronchi sembra essere ben contento di andare in tivù. Lo zappaterra è diventato famoso. I due agenti SIFAR bisbigliano tra loro. Il cerchio di persone si apre. Sento un rumore di piedi pesante nel pantano, uno splash più forte degli altri. Una grossa figura arranca nella melma avvolto da una cerata da marinaio del Mar del Nord. Sembra un orso. Viene per un momento illuminato dal riflettore. Assomiglia al regista americano Orson Wells, ma è un noto investigatore privato che lavora per pezzi grossi, gente del calibro di Rockefeller, Valletta, l’Aga Khan. L’orso deambula fino alla strada dove s’è improvvisato il parcheggio. Seguo con lo sguardo l’orso in cerata da marinaio. Si avvicina alla berlina scura che ho notato prima. Il finestrino posteriore si abbassa. L’investigatore privato conferisce con il suo padrone. 

Stanco morto, influenzato, fradicio, bollito, chiedo ad uno degli agenti di Allavena le chiavi dell’auto, voglio riposarmi un po’, visto che non se ne parla proprio di farmi accompagnare adesso a Milano. Hanno da lavorare. Prima di raggiungere la macchina vedo un gruppetto di giornalisti attorno ad un ufficiale dell’Aeronautica militare. Spiega a quei fessi che la frammentazione dei resti umani è dovuta sicuramente alla conseguenza dell’improvvisa depressurizzazione che si èsviluppata all’interno dell’abitacolo del velivolo provocando la deflagrazione dei corpi. Menzogna, la macchina dell’occultamento si muove nel pantano di Bascapè. Spie e militari diffondono il passaparola: l’aereo di Enrico Mattei è caduto al suolo per un guasto, incendiandosi nell’impatto. È piombato giù avvitandosi su sé stesso, in una caduta perpendicolare al terreno. Gli incidenti succedono, soprattutto con il cattivo tempo. Non c’è stata esplosione in volo, nossignori. Incidente, una tragica fatalità. Questa è la verità. Di verità ne esiste solo una. La verità è quella che si fa credere. Il passaparola si diffonde tra i pioppi. Al diavolo, recupero dalla mia valigia un maglione che indosso e una giacca di tweed da usare come coperta e mi stendo sul sedile posteriore con i denti che battono dal freddo. Chiudo gli occhi un attimo. L’udito si rilassa con il ticchettio della pioggia sulla carrozzeria e le voci ovattate che vengono da fuori. La verità… l’ho ammazzato io… 

Una folata di aria gelida mi investe e mi desta. La portiera lato guidatore è aperta e seduto davanti a me c’è uno degli agenti del SIFAR in impermeabile che si alita sulle mani e se le sfrega per scaldarsele. È il trentenne con gli occhiali appannati e la faccia stravolta. Lascia aperta la portiera due minuti per fare uscire l’aria puzzolente: la mia puzza. Sembro un barbone. Entra in macchina anche l’altro, il quarantenne con osceno riporto di capelli lucidi dalla pioggia e tenuti appiccicati a strisce bagnate alla calvizie. Il tizio con riporto marcio porta con sé due tazze di caffè per me e il suo socio. I pompieri sono attrezzati con fornelli da campo, offrono tazze calde alla folla zuppa di Bascapè. L’agente sul sedile del guidatore si corregge il caffè con la grappa che tiene nella fiaschetta da cacciatore e poi me la porge. Accetto volentieri. Il fumo caldo di caffè e grappa mi avvolge la faccia e i sorsi mi fanno sentire un po’meno straccio. Il buio è ancora quello della notte. La pioggia persiste. Tipico tempo della Bassa Padana in autunno: una merda. Ma che ore sono? Quasi le sei del mattino, sono crollato a pezzi in un sonno profondo per diverse ore. Parliamo a lungo noi tre, colleghi per necessità operativa, e i nostri fiati e le nostre sigarette appannano i vetri fino a nasconderci completamente da chi sta fuori. Non racconto loro di certo i dettagli del lavoro svolto la scorsa notte all’hangar di Catania ma sanno benissimo che il Morane-Saulnier è in parte esploso in volo, basta osservare la scena del disastro per rendersene conto. L’agente con gli occhiali elenca una serie di punti; preciso, ragioniere. 

«Primo: i resti umani. I resti umani raccolti verranno trasportati all’Istituto di medicina legale dell’Università di Pavia questa mattina. Nessun medico legale o anatomopatologo è stato chiamato sul luogo della sciagura, non devono partecipare ad alcuna ricognizione. Questo perché prima del tavolo dell’autopsia i resti verranno lavati e disinfettati. Eventuali tracce saranno deterse. Ai dottori di Pavia verrà messa fretta. Fiato sul collo. Si darà per scontato che pilota, giornalista e presidente siano le vittime di un incidente aereo per un guasto meccanico. Si chiederà loro di svolgere l’autopsia medico-legale rapidi e senza alcuna ricerca che non sia mirata esclusivamente agli effetti conseguenti ad un violentissimo impatto con il terreno causato da un’avaria improvvisa del mezzo. Nessun sospetto, nessuna riflessione. Morte per schianto. Incidente. 

Secondo: i rottami dell’aereo. I rottami dell’aereo come per i resti umani verranno prontamente lavati e disinfettati a fondo. Saranno trasportati negli hangar dell’Aeronautica militare di Linate a disposizione della Commissione d’indagine. Altro sito indicato per le future perizie è l’ORM – Officina riparazioni motori dell’Aeronautica militare, a Novara. Importante che rimangano sotto la custodia dell’Aeronautica militare. Altrettanto importante è che passate le bufere sul caso e varie inevitabili inchieste di lupi solitari della magistratura si provveda alla definitiva distruzione dei resti. Per compiere ciò, e per evitare sospetti in seno all’Aeronautica militare, si potrà fare in modo che la SNAM di San Donato Milanese richieda questi rottami cosicché la stessa SNAM li vada a gettare insieme ad altri rifiuti, per confonderli, mischiarli, renderli irriconoscibili e successivamente provveda alla fusione dei pezzi per smaltirli. 

Terzo: la Commissione. La Commissione ministeriale d’inchiesta è stata già nominata questa notte dal ministro della difesa Giulio Andreotti. I dieci nomi sono stati indicati dall’Aeronautica militare e da voi della CIA …».

I due tizi del SIFAR si volgono verso di me, quasi sorridono nella penombra. La giovane spia quattrocchi continua precisino nel compilare la lista della spesa. 

«La Commissione è pro forma. L’esito della relazione finale d’indagine è già scritto: incidente. I lavori dei dieci membri della Commissione procederanno singolarmente, cioè ognuno si occuperà del settore di cui è esperto. Non sono stati scelti di certo per la propria competenza quelli lì. Si incontreranno poche volte, e con superficialità. Quindi sarà un lavoro volutamente scoordinato, ascientifico, inaffidabile. Insomma una patacca, ma una patacca infiocchettata da serietà istituzionale. Ripeto: il diktat è l’incidente.

Quarto: i testimoni. I testimoni oculari sono due: Mario Ronchi e Margherita Maroni. Hanno già rilasciato interviste, anche televisive con quelli della RAI. Oggi andranno in onda sul telegiornale pomeridiano. Non possiamo agire in tempo per evitare la messa in onda, ma da domani pomeriggio in poi posso garantire che quei filmati imbarazzanti non saranno più ascoltabili. Taglio e cucito, in gergo. Ora, occorre pensare a tappare la falla, a riparare il danno fatto dalle dichiarazioni dei due contadini. Bisogna azzittirli quei due. Con Ronchi penso che non avremo troppi problemi. Ho capito il tipo: cagasotto e corruttibile. Facile, quindi. Tra qualche ora lo andiamo a prendere e lo portiamo alla SNAM di San Donato Milanese. Ce lo lisciamo un po’, una promessa di denaro o di impiego alternata ad una minaccia, e vedrete che il Ronchi cambierà totalmente quello che ha cianciato ai giornalisti. Maggiori problemi li darà la Maroni. Anche lei l’ho inquadrata: cocciuta, orgogliosa, onesta lavoratrice. Ma anche qua a mio avviso non c’è troppo da preoccuparsi né tantomeno da prendere iniziative radicali. Ignoriamola, come se non esistesse e non avesse detto nulla. Se la donna non verrà convocata a deporre, non lo farà di certo di sua iniziativa. Che torni pure a coltivare l’orto e cucinare rape nel suo anonimato. 

Quinto: i giornali. I quotidiani oggi usciranno con la notizia della morte di Enrico Mattei a margine delle notizie che vengono da Cuba. Mattei è importante, ma il rischio della terza guerra mondiale di più, dal punto di vista dell’informazione. Gli articoli odierni che parleranno della tragedia di Bascapè saranno di sgomento, costernazione, e si chiederanno giustamente che cosa sia successo sopra Linate. Parleranno di esplosione in cielo. Invece da domani, la solfa cambierà. I giornalisti riporteranno quello che gli investigatori diranno loro, gli investigatori riporteranno quello che diranno gli ufficiali dell’Aeronautica militare, gli ufficiali dell’Aeronautica militare riporteranno quello che noi diremo loro. Sappiamo tutti come funzionano queste cose, non c’è bisogno che mi spieghi; voi della CIA lo sapete meglio di noi provincialotti del SIFAR…».

I due tizi del SIFAR tornano a volgersi verso di me, per guardarmi di sbieco con antipatica diffidenza. Sappiamo tutti come funzionano queste cose… certo. Qualcheduno al vertice ordina, i servizi eseguono, le spie diffondono l’unica e sola verità dei fatti, le forze dell’ordine e la magistratura raccolgono quella verità per non avere problemi e perché è comodo, i mezzi d’informazione trasmettono il verbo dell’unica verità alle masse, e le masse credono. Infezione dell’informazione a cascata. Poi ovvio che spuntano i rompicoglioni, i giornalisti missionari, i curiosoni che non si fanno mai i cazzi loro, gli impiccioni in cerca di pubblicità, i paladini della giustizia, i cavalieri della morale della domenica, i cretini dell’onestà. L’Italia ne è piena, troppa libertà. Ma sono problemi secondari da aggiustare alla bisogna, in queste settimane è importante che il coro collettivo della verità sia ben intonato. 

Il tizio del SIFAR con il riporto a strisce unte mi domanda con accento polemico in un mezzo idioma napoletano: 

«Secondo te cosa è successo lassù in cielo? Dicci nu poco. Simmo curiosi di sapere cosa diresti tu annanze a tutto ‘sto burdell ca’ avit fatto voi».

I due spioni di Allavena, il giovane contabile e il partenopeo con calvizie mi fissano torvi. Brutti stronzi vi faccio trasferire all’ambasciata italiana in Congo a farvi mangiare dai cannibali. Ma questo non è il momento per litigare. Rimango tranquillo, mi schiarisco la voce e rispondo al ragioniere e al napuli

«Il jet Morane-Saulnier con a bordo il presidente dell’ENI Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale si alza in volo dall’aeroporto Fontanarossa di Catania alle ore 16.57 di sabato 27 ottobre 1962. Verso la Pianura Padana il tempo si fa brutto, è una sera orribile per volare. Il Morane-Saulnier procedeva troppo in alto. 6.000 piedi invece di 4.000 che è l’altitudine prevista per iniziare la manovra di discesa prima dell’atterraggio. Un errore umano del pilota, si suppone. Il comandante Irnerio Bertuzzi attraversa un momento non facile, aveva delle preoccupazioni, si era innamorato di una ragazza che non era sua moglie. La storia sentimentale èappassionata ma tormentata, capace di distrarre e turbare anche un asso di vecchia data come Bertuzzi. Irnerio era tra le nuvole, e non solo con il suo jet, ma con la testa. Dunque, il pilota del presidente, prima di scendere a Linate, in mezzo ad una bufera, si rende conto di volare troppo alto. Tenta di rimediare gettandosi verso la quota giusta, ma sbaglia ed è il disastro. L’incidente è da attribuire alla perdita di controllo in spirale destra. Non è stato possibile accertare le cause che hanno determinato tale perdita di controllo. L’aereo non è esploso in cielo, si è schiantato al suolo perché fuori controllo. Non si conoscono però le cause precise: forse lo stato d’animo poco lucido del pilota, il tempo da lupi, un guasto meccanico del mezzo. Una delle tre o tutte e tre, una vale l’altra, sono tutte buone spiegazioni. In un primo momento sono circolate voci di un sabotaggio, nate evidentemente dalle minacce che non molto tempo fa l’ingegner Mattei aveva ricevuto dall’OAS. Ma poi esse non hanno trovato alcun fondamento dopo i primi accertamenti. L’aereo non è scoppiato in volo: la profonda buca nel terreno testimonia che esso è finito al suolo ancora intero. È stata la caduta a farlo esplodere. L’uomo più potente d’Italia è morto perché è precipitato nel fango di Bascapè in una sera di tempesta per una tragica fatalità. È il destino, che ci volete fare. Fine. Non luogo a procedere – il fatto non sussiste. Fine».

I due agenti del SIFAR si scambiano uno sguardo, ridono e poi i simpaticoni mi fanno un applauso un po’ per congratularsi un po’ per sfottermi. Mi promettono che tra due-tre ore mi accompagneranno a Milano. Prima però devono assolutamente recuperare una valigetta tra i resti dell’aereo, la ventiquattrore del Gran Visir Enrico Mattei, che ancora non è saltata fuori. Ok, mi rendo conto della sua importanza, posso aspettare ancora. 

Esco fuori per sgranchirmi le gambe. Piove ancora, porca miseria, il diluvio universale padano. Sogno un lungo bagno caldo. I pompieri offrono altro caffè e biscotti. Auto e mezzi che vanno e vengono scivolando nel fango. Lentamente, il cielo si rischiara, da nero sfuma in grigio piombo. Ore otto di una schifosa mattina a Bascapè. Alla fossa lavora un piccolo escavatore tra gli infermieri in camice bianco. I vigili del fuoco azionano una motopompa per prosciugare dall’acqua la buca. Nel canale due contadini, immersi nell’acqua fino alla cintola, ispezionano il fondo della roggia con le falci. Un medico protesta con alcuni uomini in tuta dell’ENI. C’è chi cerca resti umani e c’è chi cerca la valigetta del Gran Visir. Riconosco un volto tra gli uomini in tuta dell’ENI. È il capo della stazione CIA di Milano Carlo Rocchi, soprannominato “Carletto”. Carletto il “collega” italiano dell’Agenzia che non vedevo dai tempi della trasferta americana di Fort Abenaki. Carletto mi riconosce, io lo riconosco, facciamo finta di niente. Abbiamo compiti diversi, attività separate e non comunicanti. Non sapevo che l’amico K avesse coinvolto pure lui nell’affare. Sono tante le cose che non so: so di non sapere, e la cosa mi angoscia. 

Un braccio ricoperto di fango sbuca dalla fossa. Porge a Carletto la valigetta di Mattei, sporca ma integra. Carletto l’afferra e si dirige verso la strada. Lo seguo a distanza. C’è trambusto, un formicaio umano, riesco a non farmi notare. Carletto raggiunge un’auto nera ferma con il motore acceso. Il finestrino posteriore si abbassa, una mano dall’interno afferra la valigetta. L’auto è la stessa berlina nera che ho visto ieri sera. L’autista mette in moto e la berlina s’allontana lenta e schizzata di fango nell’ingorgo di fuoristrada, autoambulanze, autopoliziotte, con il clacson pigiato per farsi largo. La berlina va di fretta, il passeggero ha da pensare al suo nuovo regno statale del cane nero a sei zampe.

Cerco i due tizi del SIFAR per farmi portare a casa: non ne posso più. Li trovo alla fossa. Mani in tasca, osservano funi e braccia che estraggono dal fango qualcosa di grosso. Guardo anche io. È un sedile, nero perché bruciato. Sul sedile qualcosa è legato ad una cinghia, a quella che era la cintura di sicurezza del seggiolino dell’aereo, anch’essa carbonizzata. Con cura e pietà, alcune mani in guanti in lattice puliscono quel qualcosa legato allo schienale. Guardiamo tutti in silenzio: è una parte di scheletro umano, annerito dalle fiamme; qualche costola e un pezzo di colonna vertebrale. 

Contengo un conato a stento, mi si inumidiscono gli occhi, avverto l’ipersalivazione in bocca. Distolgo lo sguardo per non vomitare davanti a quelli del SIFAR, mi volto verso le cime grigioverdi dei pioppi tristi. 

Ho ucciso Enrico Mattei.

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