Piazzale Loreto, 29 aprile

La stagione della caccia al fascista è aperta, a Piazzale Loreto la folla è in ipereccitazione e Joe ha un compito da svolgere
La stagione della caccia al fascista è aperta, a Piazzale Loreto la folla è in ipereccitazione e Joe ha un compito da svolgere

Milano, 29 aprile 1945

Il passaparola si è diffuso nelle vie, piazze, palazzi, come un virus. La domenica mattina di Milano è furore di popolino. La città urla e sbava rabbia. Sono sceso anche io a vedere, voyeur. Ho attraversato le vie del centro in bicicletta, dagli altoparlanti riciclati volano malinconiche e swing le strofe cantate da Natalino Otto in Solo me ne vò per la città, la colonna sonora della fine della guerra, per chi è sopravvissuto e si lecca le ferite. Clima di vendetta nell’aria: la stagione di caccia al fascista è aperta, il Testone è tornato in città.  

Solo me ne vò per la città

passo tra la folla che non sa

e non vede il mio dolore

cercando te

sognando te

che più non ho.

Ore undici passate a Piazzale Loreto, la folla è in ipereccitazione. Il grande assembramento si concentra a pochi metri dal punto dove l’agosto scorso i militi della Muti avevano fucilato quindici partigiani su ordine del capitano dell’SD Theodor Saevecke. Dopo averli ammazzati, li lasciarono marcire al sole, in pasto alle mosche. Il capitano Saevecke alloggiava all’hotel Regina. Predatore di ebrei e antifascisti, ci andava giù molto pesante. Era amico di quel sadico boia cocainomane di Pietro Koch. Saevecke era un frequentatore di “Villa Triste”. Saevecke è ora al sicuro in Svizzera. L’OSS lo vuole dalla nostra parte per le indiscutibili capacità di investigazione, controguerriglia e interrogatorio che il capitano possiede. Il primo contatto l’ho stabilito io, due giorni fa al confine. 

La calca preme, spinge, si arrampica sulle prime file, vuole vedere, vuole godersi lo spettacolo. Folla, torma, calca, ressa, fiumana, marea, moltitudine … il gioco dei sinonimi aiuta a sottolineare quella gigantesca massa isterica ed esaltata, assatanata, che brama una giustizia sommaria su chi è già al Creatore, ed è armata dal desiderio di lapidazioni postume. La folla inferocita è elemento che mi terrorizza, non esiste più il singolo ma l’insieme di braccia al cielo e corpi accalcati, frementi, assetati di sangue diventano un tutt’uno, un mostro dalle mille teste ringhianti. La massa umana spinge ondeggia suda grida. Porca miseria, perdo il borsalino risucchiato dal mostro di corpi in sussulto frenetico. Conquisto la seconda fila, posso vedere. Tra i civili sono presenti alcuni cineoperatori in divisa militare americana, tentano di riprendere la scena con le cineprese che traballano tra gomiti e spintoni. Il cordone di partigiani dalle facce tese fa fatica a contenere la gente che preme, curiosa e morbosa. Il cordone dei partigiani è in tensione come in un assurdo tiro alla fune con la folla. Tengono i mitra in alto, per mostrarli, come deterrente che non funziona. Dietro al cordone c’è il mucchio di cadaveri su cui spiccano quelli di Benito Mussolini e Claretta Petacci. Hanno gli occhi sbarrati verso il cielo e i volti gonfi e tumefatti. Qualche esteta della gogna spiritosa ha sistemato nella mano del Cesare caduto un’insegna d’ottone a mo’ di scettro.  Il mostro dalle mille teste ringhianti si raschia la gola e sputa: pioggia di saliva. Alcuni si sono portati dietro della verdura andata a male. La usano per scagliarla addosso al dittatore e all’amante, come si farebbe in un brutto teatro durante una squallida rappresentazione di pessimi attori, per dileggiarli. Una scena raccapricciante, disgustosa. Vorrei tornare indietro ma non ci riesco, sono schiacciato, in balia della folla. Incastrato lì in mezzo, ondeggio appoggiato su altri corpi in movimento, guardo i volti del mostro dalle mille teste ringhianti. Occhi sbarrati, ghigni sdentati, labbra morsicate dall’impazienza di accanirsi nel rito tribale collettivo per l’esorcismo nazionale. È lo sfogo di Milano. La metropoli è necrofila

Il cordone dei partigiani si spezza sotto la pressione degli scalmanati. Vengo spinto in avanti. Il mostro dalle mille teste ringhianti è anche millepiedi: tante scarpe prendono a calci i volti dei morti. Il Testone è definitivamente sfigurato. Il suo volto si schiaccia, si snatura, diviene poltiglia. Il mio ex-capo, l’ex capo di tutti, è a pochi passi da me ridotto a immondizia, a feticcio decomposto per lo stupro violento, per la lapidazione funebre. L’amata amante Petacci è calpestata dalla furia, e il suo cadavere sussulta sotto i colpi del millepiedi. Le sue vesti a brandelli sono tirate su senza pietà né pudore, per mostrare a tutti con crudeltà plebea la sua onta di prima puttana del tiranno. Si assiste ad una gara di vergogna; nella corsa alla bassezza più bassa i fuoriclasse sono le bestie che si sbottonano la patta delle braghe e si tirano fuori l’uccello per pisciare sul mucchio di ossa e carne vuota. Nel coraggioso assalto contro i morti una donna posseduta da fervore estrae una pistola, e spara cinque colpi sul Testone inerme e irriconoscibile. I partigiani saltano come se avessero mortaretti sotto i piedi. Le strappano l’arma, lei strilla contorcendosi isterica che l’ha fatto per vendicare i suoi cinque figli uccisi. L’eccitazione ormai è animale e priva di ragione. Le prefiche della cerimonia di gogna funebre raggiungono l’estasi nevrotica. I partigiani hanno perso il controllo, sparano in aria raffiche di mitra, ma nessuno si spaventa, in diciannove mesi di guerra civile la gente si è abituata a quel suono malvagio. Una squadra di pompieri interviene con le manichette. Spruzzano un potente getto contro il mostro dalle mille teste ringhianti. Infradiciano la folla per raffreddare i bollenti spiriti. Scivoliamo l’uno sull’altro, spastici trogloditi eroici combattenti della libertà con le gambe all’aria, zuppi patetici guerrieri nemmeno dell’ultima ora, ma del dopo. Chissà quanti di questi nobili signori e di queste fiere dame sono davvero antifascisti. Chissà se una parte di questa folla sanculotta non fosse mischiata lo scorso 16 dicembre nell’ultima marea fedele stretta attorno al suo Duce, romanamente sbracciata, fascistissima. Milano abbracciava Mussolini, in un ultimo trionfo, con un affetto d’illusione e d’addio. Milano pareva amarlo anche nell’ora buia. E allora tutto questo scempio? Un atto di schizofrenia; dall’amore all’odio puro in un magico schiocco di dita; o forse più volgarmente una manifestazione di codardia, la lavanderia collettiva delle coscienze del giorno dopo, al sicuro, senza rischi. 

Finalmente ai margini della piazza, fuori dalla calca impazzita, mi accendo una sigaretta. Io che scelgo di stare sempre dalla parte dei vincitori, sono come loro, ho solo tradito prima, per calcolo e tornaconto. Anzi, peggio di loro. Non vilipendo cadaveri ma pianto pugnali alla schiena dei vivi. 

I pompieri hanno lavato i cadaveri. Ora li stanno issando per i piedi sulla pensilina del benzinaio. Distinguo Mussolini, la PetacciPavolini. Il guercio Barracu, con la benda nera da pirata di Sardegna, vola in terra. I cadaveri in bella mostra a testa in giù, così esposti per placare il voyerismo pervertito della piazza, ricordano bestie al macello. Alla piazza lo spettacolo della macelleria piace. 

Mezzogiorno, nuova agitazione attorno a un autocarro scoperto. Sul mezzo c’è un trofeo ancora vivo. Mi avvicino ad un partigiano con il fazzoletto rosso e chiedo informazioni. Il prigioniero in tuta da ginnastica è il gerarca caduto in disgrazia Achille Starace. Il partigiano mi dice che l’hanno pizzicato mentre faceva jogging come tutte le mattine, come se nulla fosse. Forse se l’aspettava di esser preso, non ha protestato, docile, quasi volesse finirla in quel modo. L’hanno portato in giro per la città con l’autocarro scoperto in triste parata. Il suo volto è pesto dalle botte e lurido di sporcizia: l’hanno bersagliato con sacchetti di merda. Mi fa quasi pena Starace, il bersagliere di Gallipoli, il ginnico, il rompicoglioni della disciplina fisica. Soprannominato Claretto Petacci, geometra del saluto romano perfetto, si divertiva a fare il paroliere autarchico del vocabolario italianizzato. Un crapulone di regime, il cagnolino del Testone che invece lo disprezzava dandogli calci. Quante pernacchie che si è attirato contro, l’Achille. Attilio il mio maestro all’OVRA lo chiamava “Achille il cagacazzi” e faceva delle imitazioni buffe e noi giù a ridere. Noi dell’OVRA seguivamo Achille il cagacazzi dal ’38. Già in pessima luce, aveva firmato la sua condanna politica quando durante la disastrosa campagna di Grecia andava a dire di qua e di là che Mussolini sbagliava, che la guerra sarebbe finita male, malissimo. Lo disse anche al re nano. Il Testone lo venne a sapere e si imbufalì, cacciando dalla sua corte lo stupido Starace. Fummo noi dell’OVRA a spifferare al Testone le indiscrezioni su Starace. Spifferare al Testone era una delle tante attività del nostro mestiere, ovvio, eravamo spioni. 

Povero Starace, lo mettono al muro. Si pulisce il viso. Cocciuto, prima di dare le spalle al plotone di esecuzione fa il saluto romano al Duce appeso. Poi grida e riesce a farsi sentire in tutta la piazza brulicante ansiosa di ghigliottina: 

«Fate presto, invece di picchiare e di insultare un uomo che state per fucilare!»

Lo abbattono sotto la scritta VIETATO FUMARE del distributore di carburante. Credo che in fin dei conti sia contento di morire così, vicino al suo padrone. 

Qualcuno mi afferra per la manica della giacca. È Earl! Mi ha riconosciuto in mezzo al bailamme molesto ed è balzato giù da una jeep di una squadra di ricognizione americana per venirmi incontro. Non lo pensavo a Milano. Ci raggiungono facendosi largo tra la gente Max Corvo e il suo collega “the Kingfisher”, pure loro qui alla mostra degli orrori di Piazzale Loreto. Che bella rimpatriata d’aprile. Ci stringiamo tra noi quattro a parlare, mimetizzati dalla folla, una piccola isola di cospiratori navigati in mezzo al mare del popolo. Parlottiamo in inglese e a bassa voce. Ci confidiamo le rispettive novità sui nostri “assistiti”, sul principe Borghese, su Saevecke, su quell’elegante finocchio di Dollmann.

Di punto in bianco Earl mi prende per un braccio e mi indica il distributore di benzina diventato banco di macelleria. Hanno appeso Starace al posto di Barracu corsaro sardo dall’occhio nero. 

 «Sì, Earl, ho già visto tutto».

Gli dico, sorpreso di quel gesto improvviso di Earl. Ma lui mi fa: 

«No Joe, non intendevo quello. Guarda oltre, guarda bene il distributore di benzina».

È un distributore Standard Oil, la compagnia petrolifera fondata da Rockefeller. Capisco dove Earl vuole andare a parare. Si riferisce al mio nuovo incarico e al dossier AGIP che mi è stato consegnato una settimana fa. Ramo strategie energetiche: una delle tante caselle del prossimo gioco dell’oca. Earl con quel suo modo di fare guascone e canagliesco mi fa l’occhiolino. Max Corvo scatta delle foto ricordo di Piazzale Loreto. The Kingfisher si pulisce gli occhiali e mi studia di sottecchi con la sua solita aria da giovane professorino di Yale. Io rimango a fissare il distributore Standard Oil e la pensilina con la carne appesa. Finisce oggi il mio vecchio mondo. Nuove sfide compaiono all’orizzonte. Earl mi sorride, tra i denti ha i resti della colazione. 

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