“Io so chi ha ucciso Mattei…”

Dialogo furibondo con Federico Mosso, autore di “Ho ucciso Mattei”. Tra finzioni e contraddizioni, una pista: dietro la morte del presidente dell’Eni il cosiddetto “Piano Demagnetize”
Dialogo furibondo con Federico Mosso, autore di “Ho ucciso Mattei”. Tra finzioni e contraddizioni, una pista: dietro la morte del presidente dell’Eni il cosiddetto “Piano Demagnetize”

In questo libro, che scava nelle contraddizioni e che, come tutti i romanzi autentici, impedisce il contraddittorio – è un panno pieno d’acido che ti tappa la bocca, fa barcollare i denti, irrita la gola, puoi solo piangerlo, verbo per verbo – c’è tanto deserto.La parola “deserto” ricorre trenta volte; “ucciso” venti; Licio Gelli soltanto una volta, in un momento centrale del libro, il crinale dell’intrigo. Il deserto attrae, come un magnete, gli eremiti. E gli imprenditori. Chi prega e chi lucra; chi vuole uccidere se stesso e chi uccide gli altri, il santo e l’assassino convergono nel deserto. Solo nel luogo dell’assoluta chiarezza sono giustificati gli intrighi, verrebbe da dire. Nel deserto sorgono i monasteri, come fuochi, dal deserto si estrae il petrolio. Di certo, Dio parla dal deserto, il deserto è la sua culla; di certo, il tentatore corrompe nel deserto. Ho ucciso Enrico Mattei comincia in “un deserto immenso, non si vede la fine”, con un tizio “in giacca cravatta” che “a vederlo così parrebbe l’ultimo uomo sul pianeta Terra”. In una scena piuttosto bella, a metà romanzo, Enrico Mattei è sopra una duna, guarda una stella cadente, “Illusione di una notte stellata nel mezzo di un deserto sconosciuto”, chiosa il narratore. Tra le facili metafore, scegliamo questa: il deserto è il luogo del miraggio, della morgana, dove tutte le cose si rivelano per ciò che sono, cioè nel loro contrario. La sabbia può essere acqua, il petrolio è preso per oro, il bene ha variazioni tanto cangianti da tradursi in male. Nel deserto si va per assaporare l’allucinazione: questo romanzo – che è una spy story, un noir, un romanzo storico, un libro metafisico, la pillola rossa di Matrix – alterna diversi toni, diversi modi, dall’agitato-non-mescolato al contemplativo, dal rude al ‘politico’, dal lirico al massacro, al gnostico. Federico Mosso è uno scrittore potente, che sa scoperchiare il delirio della Storia. Viene da Torino, città di re e di caffè, dove i viali, ampi, paralleli, rispecchiano la nobiltà del fiume e un desiderio aureo di eresia; da Torino, sempre, si vedono le Alpi, bianche, come il balbettio di un dio indeciso; spesso, la notte, la città regale sembra un deserto nordico; nessuno ha mai visto Mosso sobrio, lui giura di essere astemio. Contraddizioni, allucinazioni. Dopo aver letto Ho ucciso Enrico Matteo, per il tema, per lo stile, per il metodo, non si capisce perché non sia stato pubblicato da Bompiani, Feltrinelli, Adelphi. Per fortuna, lo ha edito Gog. Ah: ovviamente il libro termina nel deserto.

Mattei. Ancora. Perché?

Perché Enrico Mattei è una delle figure storiche più importanti della Prima Repubblica. Perché è così importante? Perché senza l’ENI e senza dunque Enrico Mattei il nostro glorioso “boom” economico non ci sarebbe stato, perlomeno non nella misura notevole in cui esso si è effettivamente realizzato nel tessuto economico e industriale d’Italia. Gli idrocarburi furono l’ossigeno vitale dell’industria nascente o rinnovata; senza un’indipendenza energetica nazionale o una chiara politica mirata a ciò, tutto lo sviluppo economico di uno stato ne è irrimediabilmente compromesso. Innegabile che una strategia di così ampia importanza – fondamentale – deve essere perseguita al livello più alto dallo Stato e non dal privato. Lo Stato si deve far carico di gestire in toto la pianificazione energetica nazionale e il suo svolgimento, con l’obiettivo ultimo, spiazzante nella sua semplicità, di far pagare il meno possibile le bollette alle aziende, agli automobilisti, ai cittadini tutti e dunque ai privati. L’intervento pubblico dello Stato è quanto mai essenziale. Perlomeno, questo fu l’esempio dell’ENI di Enrico Mattei tra i ’50 e i ’60 del secolo scorso, prima che lo uccidessero.

Come l’hai scritto il romanzo. Cioè, da dove sei partito, qual è stato il primo fuoco, la primissima idea?

L’epopea con tragico epilogo di Enrico Mattei è un tema che mi frulla in testa da parecchio tempo, da anni. Mi avvicinai a questo percorso di approfondimento storico intorno al 2014-15 quando scrissi un capitolo di un mio libro su storie criminali italiane e complotti nostrani. Ma fu solo un primo approccio, un’esplorazione veloce e di superfice, senza scendere troppo in certi abissi. Ecco, mi rimase una grande curiosità insoddisfatta, volevo, dovevo saperne di più, molto di più. Desideravo nuotare in profondità, dove c’è meno luce, fino a raggiungere il buio. Questa era la mia ambizione: scrivere qualcosa di valido sull’argomento Mattei, non più un articolo o racconto breve ma un libro intero, di “fiction” che fosse però resa solida da tanto studio. Ora concedetemi il proverbio vagamente marinaresco tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e allora rimaniamo in ambito scherzosamente marittimo: io in quel mare agitato volevo navigarci, anzi, volevo calarmi giù, sotto alle onde in burrasca, e sprofondare fino a tastare le rocce vergini delle fosse oceaniche. Detta così sembra un gioco sospeso tra fantasia e realtà, tra pulsioni d’immaginazione letteraria e ricerca storica, una specie di seduta spiritica con i fantasmi di Jules Verne ed Emilio Salgari a bordo del Nautilus; Ventimila leghe sotto i mari accarezzati dai tentacoli di orrendi mostri marini. Dunque l’idea era di scrivere un romanzo storico dalle forti tinte noir su Enrico Mattei, imprenditore dello Stato ucciso da forze oscure. Va dato atto al giovane editore Lorenzo Vitelli di GOG a darmi la prima spinta a muovermi in tal senso. È lui che senza preavviso mi ha spinto fuori dalla barca GOG per farmi cadere in mare. Poi, mentre annaspavo tra squali e gorghi, mi ha buttato gli attrezzi del mestiere, cioè un vecchio e arrugginito scafandro da palombaro, con il tubo di gomma per l’aria mezzo sforacchiato e che odorava di pessimo grog. È stata un’avventura letteraria durata da fine 2018 a tutto il 2020: prima fase studio dunque esplorazione, seconda fase ancora studio quindi esplorazione approfondita, terza fase scrittura in apnea trattenendo il fiato cioè Una discesa nel Maelström, quarta fase incastro ovvero tappare falle nello scafandro per evitare di finire affogati, quinta fase revisione con lama sguainata in lotta furibonda con un calamaro gigante, sesta fase dove finalmente l’Egregio Editore mi ha lanciato una cima per issarmi nuovamente a bordo, settima fase di pulizia e taglio&cucito dove con la squadra GOG abbiamo ripulito il testo come mozzi sul ponte stonando canzonacce piratesche, e poi ci siamo messi sottocoperta a mozzare con mannaia le parti superflue del mio romanzo tra le crudeli risate della ciurma, ma non mie, anzi. Ora siamo nella fase in cui sto cercando di scassinare la cambusa per darmela a gambe con il tesoro. A parte tutti gli scherzi: scrivere un romanzo, anche con aspetti storici approfonditi e dalle tinte tragiche e violente, è un’attività davvero seducente. Tutto sta nel soddisfare la propria curiosità, che nel mio caso è vorace e non sta mai zitta. Il mistero sull’omicidio del nostro grande Enrico Mattei è una trama oscura così affascinante da conquistarmi totalmente, senza darmi tregua né giorno né notte. Questo romanzo io dovevo scriverlo, in primis per me stesso, per tentare di scoprire alcune verità.

Mattei. Ancora. Chi l’ha ucciso, secondo te?

La mia opinione è che Enrico Mattei sia stato ucciso da elementi CIA facenti parte del Directorate of Plans,sezione operativa o braccio armato dell’intelligence americana altresì conosciuto come Clandestine Services, in combutta con frange dei “nostri” servizi segreti militari. Ho messo le virgolette su “nostri” perché alcuni ufficiali dell’intelligence italiana rispondevano agli USA ancora prima che alla Repubblica, come avrebbero dovuto fare. Mi riferisco ad un piano ben preciso: DEMAGNETIZE – ovvero quella strategia segreta per una serie di operazioni politiche, paramilitari e piscologiche per ridurre la presenza del partito comunista in Italia. Con “demagnetizzare” si intende l’opera volta a ridurre l’“attrazione magnetica” che le idee comuniste esercitano sulla popolazione italiana. “Demagnetizzare” può assumere un concetto ben più ampio del mero contenimento delle forze comuniste italiane, ovvero il campo di azione DEMAGNETIZE si allarga per arginare quelle componenti di potere non gradite a Washington (come Mattei che comunista non lo era di certo), nonché per condurre operazioni segrete di “difesa attiva” per il riassestamento di uno Stato e dei suoi organi di potere, con l’obiettivo di mantenere il controllo, politico, economico e militare, sullo Stato stesso. In Italia il piano DEMAGNETIZE ha assunto la forma di patto segreto tra CIA e servizi segreti SIFAR senza passare però sotto il controllo delle istituzione della Repubblica Italiana. Quando il generale Giovanni de Lorenzo, sponsorizzato dal direttore CIA Allen Dulles, viene promosso a capo del SIFAR nel 1955, la CIA gli impone di sottoscrivere la continuità del piano, escludendo il governo italiano vista la natura strategica e segreta del patto tra servizi segreti, ritenuto essere di vitale importanza per la tenuta del blocco occidentale in Europa. Il governo italiano è tenuto all’oscuro essendo evidente che questo piano può interferire con la sovranità nazionale. Nel momento in cui de Lorenzo sottoscrive il patto, il SIFAR, cioè il primo organo di difesa e d’intelligence dello Stato italiano, si lega in modo indissolubile ai servizi segreti americani. Ed è a mio avviso un legame di palese sudditanza. DEMAGNETIZE: sembra un patto con il diavolo; protezione dal pericolo comunista, d’accordo, ma a quale prezzo? Al costo della rinuncia della sovranità nazionale. Ecco queste considerazioni possono essere utili per capire l’humus in cui si è concepito e realizzato l’attentato contro Enrico Mattei, figura ritenuta essere pericolosissima nel difficile gioco geopolitico dell’equilibrio della guerra fredda. E ricordiamo anche chi sostituì il condottiero Enrico Mattei: il mandarino Eugenio Cefis, scaltro discreto affarista d’alto bordo, già vicino all’intelligence americana (OSS) durante la seconda guerra mondiale, molto probabilmente rimasto legato alla CIA, e secondo una nota dei servizi segreti militari SISMI vero ispiratore e padrino della loggia massonica P2. La macchina che ha portato all’esplosione dolosa dell’aereo di Mattei ebbe i seguenti componenti: esecutivi (CIA) – sostitutivi (Cefis) – di repulisti, cioè depistaggio e occultamento prove (SIFAR). Infine, il fatto che l’ordigno fu piazzato in Sicilia non è un caso. Sbarco in Sicilia ’43, Cuba… legami indicibili tra servizi segreti americani e mafia siciliana e italoamericana non sono mia invenzione. Il terreno siciliano, preparato dagli “amici”, era ideale per un’operazione del genere. Enrico Mattei si ritrovò investito da una “tempesta perfetta”: tanti, troppi nemici in Patria e all’estero. Mattei amatissimo e odiatissimo. Demagnetize Enrico Mattei.

Enrico Mattei (1906-1962)

Perché hai usato la forma letteraria e non quella saggistica. E poi: è Pasolini il tuo mentore?

Ho scelto la forma letteraria per via della libertà che essa mi ha dato, rispetto ad un saggio storico o biografico che invece avrebbe richiesto ben altri rigore e disciplina. Il mio è un romanzo storico ovvero inserisco elementi di fantasia (personaggi, scene, azioni) su uno sfondo storico (ambiente, fatti, figure realmente vissute) che ho cercato di dipingere quanto più verosimile possibile. Dunque, attraverso una prova di fantasia, ho voluto calarmi nei panni dell’antieroe, del cattivo, ovvero nel killer al soldo della CIA che ha portato a compimento l’attentato dinamitardo in cui ha perso la vita Enrico Mattei. Voglio così tentare di capire quali sono state le ragioni per arrivare a tanto, il movente. Cui prodest? Ecco, il punto di partenza per capire il mio romanzo è proprio la ricerca del movente e spiegando esso, sviscerandolo, si può avere un panorama ampio per trovare i possibili mandanti dell’omicidio Mattei.

Su Pasolini: no, non è il mio mentore. Mi sono avvicinato all’Opera pasoliniana proprio in occasione della stesura di Ho ucciso Enrico Mattei. Ammetto la mia ignoranza, perché prima dell’inizio dei lavori, di Pasolini conoscevo solo biografia, aforismi vari e spicci, alcune interviste e gli articoli raccolti in Scritti Corsari. Ora conosco di più. Quel di più è l’enigma Petrolio, un enigma che non può essere risolto completamente perché incompiuto e al cui interno si celava il misterioso capitolo Lampi sull’ENI, forse trafugato perché conteneva parole pericolose sulla vicenda Cefis-Mattei. Colgo l’occasione per ritagliare un pezzetto del mio romanzo, precisamente quando la spia Joe si ritrova davanti agli occhi lo scritto originale del poeta appena massacrato all’Idroscalo:

“Le pagine sotto ai miei occhi non sono per niente semplici. Cerco, con grande difficoltà, a raccapezzarmi in un fiume di parole in parte manoscritte e in parte dattiloscritte. Il poeta stava lavorando da tempo a un romanzo immenso, che nei suoi intenti originali sarebbe dovuto essere lungo qualcosa come duemila pagine. Era arrivato fino a scriverne cinquecento. Ma non sembrano compiute, ma solo una bozza di bozza, un corposo e criptico fascicolo di appunti, di pagine solo in parte numerate, il cui contenuto è appesantito da note dell’autore, da correzioni e da numerosi segni a penna. Un magma ribollente pensieri, storie, allegorie. Petrolio inizia così:

Appunto 1

Antefatti

…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………(1) (1) Questo romanzo non comincia.

Curioso, bizzarro, enigmatico. Non è un romanzo come gli altri, assolutamente. È un progetto, non un opera realizzata; un miscuglio di schemi, di idee partorite e non ancora stese, di saggi brevi mescolati tra loro, un lungo esperimento alchemico di parole e suggestioni. Visioni, perlopiù, organizzate, anzi disorganizzate anarchiche in una danza vorticosa di deformazioni astratte. È un feto di una creatura letteraria che forse tra qualche tempo, se il poeta non fosse finito ammazzato, sarebbe diventato un monumento compiuto. Ma la vera rivelazione è un’altra, e la scopro quando torno indietro nella bozza ermetica del poeta, verso pagina 100. Di nuovo, le mani attaccano a tremare. Scintillano le parole sul foglio; ho finalmente trovato il tesoro maledetto di Pier Paolo Pasolini.

Appunto 21

Lampi sull’ENI

….”

Domanda frivola. Il libro che ha forgiato la tua giovinezza, quello che hai sul comodino, quello che hai gettato dalla finestra (per poi andarlo velocemente a riprendere, visto che è tremendo ma inesorabile). 

Non è una domanda frivola, anzi. Primo libro letto in vita mia alle scuole elementari è stato Il giornalino di Gian Burrasca di Vamba. Gian Burrasca giovane punk futurista. “Moio per la Libertà!”: un importante romanzo deformativo. Lettura mica tanto infantile: ti insegna sin da subito un gusto per la ribellione e per pensare con la propria zucca, anche a costo di guai. Poi ancora con le braghe corte ho continuato a galleggiare tra le nuvole con Salgari, con i primi libri di Storia (mia grande passione), con l’universo immaginario di Tolkien e via via a crescere o decrescere tra avventure e disavventure e grandi imprese e disastri e amori e crimini e terrori e guerre e viaggi intercontinentali talvolta pure extraterrestri ed extracorporei. Gite nello spaziotempo, che da quando ho imparato a leggere non smetto di concedermi.

Libro sul comodino, appena ultimato: Le Benevole di Jonathan Littell, un romanzo storico che ti agita il sonno, un libro al contempo sublime ed atroce, ripugnante e grandioso. Non lo dimenticherò facilmente.

Dalla finestra ne volano parecchi di libri: occhio di sotto! Libri che spesso spiccano il volo sono quelli di Stephen King di cui amavo molto i racconti brevi di una volta, nel suo antico periodo credo agitato da alcool e cocaina. Tutta quella capacità di raccontare il delirio e l’angoscia con eccezionale bravura e black humour l’ha persa lungo la strada della ricchezza e della fama, per diventare il bravo e buon scrittore sobrio, hollywoodiano, moralista. Bah. Talvolta mi ostino a comprare qualche suo ultimo romanzo, e nel mezzo mi accorgo che mi sto facendo due palle così. Allora occhio di sotto, vola King! E però poi scendo giù in strada a recuperare il tomo d’autogrill, perché anche se mi stavo facendo due palle americane così voglio sapere come diavolo finisce quella storia. Eccolo lì il furbacchione miliardario delle grandi masse lettrici: ormai sa confezionare un prodotto industriale d’intrattenimento che per quanto ci possa sembrare sciatto si fa consumare ugualmente. È un meccanismo rodato e calcolato che ti spinge a consumare quello che c’è scritto su quelle pagine. Non so, come una sigaretta accesa per noia o una lattina di Coca-Cola aperta sul treno per sorseggiarla svogliati senza gustarla. Le finisci ambedue, senza stare troppo a rifletterci su.

L’Italia è la terra della bellezza e degli enigmi, terribili (come lo è la bellezza). Non è che stare a Torino – la città dei satanisti, del graal, della sindone, dei Savoia e degli eretici – abbia influito sulla tua scrittura nottambula?

Certamente! Ti confesso che io scrivo nei sotterranei del Cimitero Monumentale di Torino, rigorosamente a lume di candela e protetto da varie innominabili forze delle tenebre, tra cui il fantasma bombarolo di Pietro Micca, sorseggiando intrugli a base di Nebbiolo e bagna càuda. No, in realtà no. Conduco un’esistenza abbastanza tranquilla e sono cattolico. Sai che secondo me tutta questa aurea di Torino satanassa le è stata affibbiata all’indomani della Breccia di Porta Pia, nel settembre del 1870, quando i bersaglieri di Vittorio Emanuele II tolsero il trono temporale a Pio IX? Piemontesi sacrileghi, ammazzapreti, alleati di Belzebù! Secondo questa tesi, come dire, di propaganda politico-spirituale, gli anatemi lanciati dal clero di Roma al barbaro invasore senza Dio invasato da vino Barbera ed eccitato dalle gonne delle monache, avrebbero effetti ancora oggi sulla sinistra nomea di Torino, terra sabauda di anticristi usurpatori di sacri poteri. Potrebbe essere una spiegazione: Torino diventata città satanista come effetto delle invettive vaticane per aver calpestato lo Stato Pontificio. Anche se… Anche se poi ti trovi a camminare in quelle strane notti di lockdown in strade metafisiche deserte, in una scenografia da Profondo Rosso – silenzio, una misteriosa metropoli addormentata e sospesa in un’altra dimensione – e pensi alle parole del pittore Giorgio de Chirico “Torino è la città più profonda, più enigmatica, più inquietante, non d’Italia ma del mondo” e avverti qualcosa, un’ombra tra i portici, un urlo dal sottosuolo e allora sai che quella notte scriverai di complotti, assassini, spie senza volto fino a farti diventare gli occhi crepati di rosso, attraversando le tenebre fino a quando il timido sole d’inverno non sarà alto sopra la Mole Antonelliana.

Sì, a Torino, nel cuore della notte, c’è qualcosa che ti sussurra.

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