Joe Biden e il futuro del Medio Oriente

Diversi canali di informazione hanno descritto l'inizio dell'era Biden come il ritorno dell'America sulla scena internazionale. In realtà la supposta discontinuità geopolitica tra le due amministrazioni (salvo specifiche eccezioni strategiche) appare solo una ricostruzione giornalistica.
Diversi canali di informazione hanno descritto l'inizio dell'era Biden come il ritorno dell'America sulla scena internazionale. In realtà la supposta discontinuità geopolitica tra le due amministrazioni (salvo specifiche eccezioni strategiche) appare solo una ricostruzione giornalistica.

L’inizio dell’era Biden è stato contraddistinto da alcuni provvedimenti di politica estera in ipotetica contraddizione con gli ultimi colpi di coda dell’amministrazione Trump. Tali provvedimenti hanno riguardato in particolare l’area del Vicino e del Medio Oriente. Una regione sulla quale, almeno negli ultimi venti anni, si è costruita la percezione globale degli Stati Uniti come potenza “imperialista” o come “esportatrice di democrazia e libertà” che difende l’“Occidente” ed i suoi “valori” contro la barbarie orientale.

Il presunto isolazionismo dell’amministrazione Trump, intervallando estreme manifestazioni di forza (l’assassinio del Generale iraniano Qassem Soleimani, il lancio della “Mother of All Bombs” in Afghanistan) ed azioni diplomatiche unilaterali (l’uscita dall’accordo sul nucleare con l’Iran e l’imposizione di nuove sanzioni a Teheran e Damasco, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e della sovranità israeliana sul Golan occupato) a dichiarazioni altalenanti e più propagandistiche che reali sul progressivo ritiro statunitense dalla regione, ha indubbiamente confuso quei mezzi di informazione “occidentali” che continuano a costruire il loro sistema di comunicazione sull’apparenza e sullo studio piuttosto scarso delle fonti. Chi scrive, sin dal 2016, ha sostenuto che l’amministrazione Trump non avrebbe fatto altro che mostrare il volto reale dell’America precedentemente nascosto dal velo umanitario del doppio mandato democratico di Barack Obama. Tuttavia, se proprio i popoli del Vicino e Medio Oriente sono stati capaci di guardare in faccia tale realtà (l’imposizione delle sanzioni alla Siria attraverso il Caesar Act, ad esempio, sta facendo più morti del terrorismo), in “Occidente”, anche grazie ad un’informazione complice, si è preferito da un lato sostenere la tesi isolazionista e, dall’altro, criticare gli aspetti tanto grotteschi quanto sostanzialmente innocui della passata amministrazione.

Ora, in questo contesto non si entrerà nel merito del movimento di truppe nordamericane tra Siria ed Iraq o dell’ingresso di navi da guerra nel Mare Cinese Meridionale. Tali operazioni avvengono nel silenzio dei mezzi di informazione occidentali già da diversi anni. Dunque, su questa base, a pochi giorni dall’insediamento della nuova amministrazione, non si può in alcun modo pensare di tracciare delle linee di discontinuità con il passato. Basti pensare che nell’istante immediatamente successivo all’annuncio del ritiro dalla Siria da parte di Donald J. Trump, diverse colonne di blindati statunitensi entrarono all’interno del Paese levantino via Iraq per “mettere in sicurezza” i pozzi petroliferi. Di fatto, il suddetto ritiro non è mai avvenuto e, con tutta probabilità, la nuova amministrazione non farà altro che rinforzare le posizioni nordamericane sulla sponda orientale dell’Eufrate anche per impedire ogni possibile ricostruzione del Paese attraverso lo sfruttamento delle proprie risorse.

Si è pensato di intravedere una linea di discontinuità rispetto all’era Trump nel rilancio del programma di aiuti alla Palestina tagliati dal precedente inquilino della Casa Bianca. A questo proposito il discorso si fa, almeno in linea teorica, più complesso. La studiosa del centro di ricerche palestinese Al-Shabaka Yara Hawari ha spiegato come aspettarsi un qualche cambiamento nella politica nordamericana verso la questione israelo-palestinese sia quantomeno ottimistico. La posizione oltranzista dell’amministrazione Trump, ancora una volta, non sarebbe altro che la tradizionale posizione degli Stati Uniti senza i fronzoli dell’ipocrisia umanitaria. I due principali schieramenti politici nordamericani, infatti, non hanno mai fatto mancare il loro sostegno incondizionato ad Israele. Lo stesso Joe Biden, a suo tempo, ebbe modo di sottolineare come l’aiuto americano ad Israele fosse il miglior investimento per la politica estera di Washington e che se non ci fosse lo Stato ebraico gli Stati Uniti ne avrebbero dovuto creare uno per garantire i propri interessi nella regione. Più o meno dello stesso avviso sono sia il vice-presidente Kamala Harris che il nuovo segretario di Stato, il “falco” Antony Blinken. Quest’ultimo, già convinto sostenitore dell’aggressione alla Siria nel corso dell’era Obama, ha inoltre garantito che l’amministrazione Biden si muoverà sulla falsa riga dei suoi predecessori sia per ciò che concerne la volontà di mantenere l’ambasciata nordamericana a Gerusalemme (altra scelta pensata addirittura nell’era Clinton e portata a compimento da Trump) sia per i cosiddetti Accordi di Abramo. Questi, infatti, sono fondamentali per la strategia geopolitica statunitense di costruzione di blocchi di interposizione tra l’Oriente (Russia, Iran e Cina in particolar modo) e l’Europa in cui si inserisce anche l’Iniziativa Tre Mari nella parte orientale del Vecchio Continente.

Dunque, il “ritorno agli affari” tra Washington e le istituzioni palestinesi (tra l’altro ampiamente corrotte e corruttibili quando non direttamente ostaggio delle Monarchie del Golfo) non può essere considerato come essenzialmente positivo. Se da un lato può offrire sollievo almeno per una minoranza della popolazione palestinese, dall’altro, continuerà a funzionare nella modalità dello scambio tra soldi e nuove concessioni politiche unilaterali sempre volte a favorire le istanze sioniste a discapito di quelle palestinesi. Un simile discorso si può facilmente applicare anche all’accordo sul nucleare con l’Iran. Teorici delle relazioni internazionali come il “realista” John Mearsheimer hanno ribadito la necessità per gli Stati Uniti di tentare un ipotetico ritorno all’accordo o, almeno, un nuovo approccio nei confronti di Teheran. Va da sé che, anche in questo caso, le concessioni economiche garantite dall’accordo all’Iran erano studiate sia per impedire lo sviluppo delle capacità di deterrenza nucleare e missilistica di Teheran, sia per garantire una penetrazione occidentale all’interno del Paese che avrebbe potuto consentire (perlomeno nel lungo periodo) una decostruzione dall’interno della Repubblica Islamica. Non sorprende che, già prima della firma di tale accordo, un centro di ricerche strategiche israeliano produsse un piano per la destabilizzazione interna dell’Iran sfruttando le minoranze etniche e religiose: ovvero, una sorta di Piano Yinon applicato alla Repubblica Islamica dall’emblematico titolo “How to hurt Iran without airstrikes”.

Ora, a prescindere dal fatto che i termini dell’accordo non venivano rispettati già negli ultimi periodi dell’amministrazione Obama, sarà importante capire come Joseph Biden potrà tentare un riavvicinamento all’Iran. Questo, per la strategia USA, sarebbe fondamentale in primo luogo per potersi concentrare sui nemici principali: la Russia (l’improvvisa accelerazione del circo informativo atlantista sul caso Navalny in questo senso è emblematico) e la Cina con i suoi progetti di cooperazione eurasiatici che necessitano una costante opera di sabotaggio. E, in secondo luogo, per garantire una maggiore concentrazione di forze di intelligence anche sulle piuttosto turbolenti dinamiche interne. Tale tentativo di riavvicinamento, dunque, non potrà che essere graduale. Un segno importante in questo senso è stato comunque già lanciato con la parziale riduzione del regime sanzionatorio imposto negli ultimi giorni della presidenza Trump alle forze yemenite di Ansarullah (vicine a Tehran) e con la promessa di interrompere il sostegno logistico all’aggressione saudita allo stesso Yemen e di ridurre la vendita di armamenti alle Monarchie del Golfo (un’altra eredità delle precedenti amministrazioni Obama e Trump). C’è da dire che difficilmente (e giustamente) l’Iran, per quanto sottoposto a pressioni, potrà accettare senza reali garanzie di rimozione completa del regime sanzionatorio nei propri confronti un accordo con una controparte dimostratasi ampiamente inaffidabile. Di conseguenza, non sarebbe affatto una sorpresa se le operazioni di guerra ibrida nei confronti della Repubblica Islamica venissero portate avanti con costanza anche dalla nuova amministrazione, seppur in modo meno evidente e smaccatamente propagandistico rispetto al trumpismo.

Di fronte ad una situazione domestica alquanto instabile, molti teorici e strateghi nordamericani hanno sottolineato la necessità di una ricostruzione interna attraverso l’unico collante ideologico della società statunitense: l’idea eccezionalista del “destino manifesto”, della superiorità morale rispetto alle altre nazioni del globo. Tuttavia, per rinvigorire tale sentimento è necessario un nemico (o la creazione di un nemico). Tale nemico è e rimane (così come per l’amministrazione Trump) la Cina: l’unica potenza realmente capace di rappresentare una minaccia ed una alternativa al comunque decadente sistema globale nordamericano. Sta crescendo infatti, anche tra i democratici, il partito di coloro che hanno iniziato a guardare alla Russia come un potenziale “alleato” strategico in chiave anticinese qualora Putin e la sua cerchia dovessero uscire di scena in tempi brevi lasciando spazio ad una piuttosto ampia “quinta colonna” occidentale costituita da oligarchi e politici di orientamento liberale di varia natura (soluzione che rimane comunque improbabile nel breve periodo).

Non potendosi comunque permettere uno scontro militare diretto con la Cina, resta da capire quale soluzione verrà adottata per contenere ed evitare la proiezione geopolitica di quest’ultima. Uno dei tratti fondamentali del progetto infrastrutturale della Nuova Via della Seta è il corridoio sino-pakistano. I rapporti tra Stati Uniti e Pakistan sono rapidamente deteriorati negli ultimi anni anche a fronte di un notevole impegno statunitense nel rafforzamento tecnologico e militare dell’India, già considerata nell’era Obama alla stregua di “major defense partner”. Joseph Biden, quando nel 2007 era ancora un candidato alle primarie democratiche, dichiarò che il Pakistan è lo Stato più pericoloso del mondo. Anche alla luce del tentativo di distensione con l’Iran, non sarebbe affatto sorprendente se venisse preparata una guerra su commissione proprio in una regione che rimane lo snodo cruciale tra le direttrici Nord-Sud ed Ovest-Est del continente eurasiatico.


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