L'Afghanistan di Tiziano Terzani

"Lettere contro la guerra" dimostra che un'analisi geopolitica intellettualmente onesta è necessaria all'impegno umano per la pace. Una lezione di giornalismo.
"Lettere contro la guerra" dimostra che un'analisi geopolitica intellettualmente onesta è necessaria all'impegno umano per la pace. Una lezione di giornalismo.

Concluso lo scambio epistolare con Oriana Fallaci, Tiziano Terzani fece ritorno in India ma non proseguì verso il suo eremo. L’Undici Settembre aveva scosso Anam, il senza nome. Difficile cercare dentro, calmare la mente inanzi alla fiammella di una candela; perfino dove il telefono, la corrente elettrica o l’acqua in casa non potevano più distrarre. Nelle migliori condizioni per scrivere bene, da pensionato, senza contratti, scadenze o rimborsi rimborsi spese, Terzani decise di scendere «in pianura»: per cercare le ragioni degli altri, in Pakistan, in Afghanistan. Così, furono spedite le Lettere contro la guerra: da Peshawar, Quetta, Kabul, da Delhi, dall’Himalaya.

A Peshawar, folle di rifugiati in stracci annunciano la catastrofe imminente. Gli americani hanno già cominciato a bombardare l’Afghanistan. In esodo da Kabul, Kandahar, Jalalabad, almeno un milione e mezzo di persone corrono sulle montagne, aggiungendo la propria insicurezza alimentare a quella dei sei milioni di donne, uomini e bambini che già stentavano prima dell’Undici Settembre. Intanto, il tuono arriva lontano. La guerra al terrorismo rende insicuro il mondo. Nei paesi mussulmani, i vecchi regimi vacillano al crescere dei movimenti fondamentalisti. La frontiera tra India e Pakistan arroventa. Sale la tensione tra israeliani e palestinesi. Al bazar dei racconta-storie circolano menzogne. L’Undici Settembre: un’operazione del Mossad. Le lettere all’antrace: opera dalla Cia. Le stesse notizie false, oggi fake news, che attraversavano anche i media occidentali.

Pacchi di dollari, paracadutati oltre confine, adulterano forse qualche verità. Capi tribali e religiosi, ancora in esilio, parlano di pace nell’anfiteatro cittadino e del futuro dopo i talebani; Terzani li scruta in compagnia un vecchio amico pashtun che conosce i proverbi: «un Afghano si affitta ma non si compra». Altri manifestano a favore dei talebani dopo la preghiera di mezzo giorno: «Quando un melone vede un altro melone, ne prende il colore». La cerca continua allora verso i villaggi. Due ore di macchina da Peshawar: lontano secoli. I pashtun sono ancora la stirpe guerriera che ha sconfitto l’Impero Britannico, minoranza in Pakistan, maggioranza in Afghanistan. Per loro, la Linea Durand è il confine che non esiste.

Lettere contro la guerra (Tea) di Tiziano Terzani

Parole di odio, fanatismo, ignoranza. Tutti pensano che la guerra sia contro l’Islam. Parlare di terrorismo, di Osama bin Laden, non convince nessuno. Tanto meno il “dottore” che ha raccolto venti giovani nel suo ambulatorio: vogliono andare a combattere. Mentre vicino, nella piccola madrasa, bambini intonano versetti del Corano nella lingua del Profeta. Neppure il maestro comprende l’arabo; cardiopatico, padre di cinque figli, si prepara a partire comunque, farneticando di sistemare bombe e piantare la bandiera dell’Islam in America. Per fortuna, la minaccia non pare credibile quanto il fanatismo. Qualcuno vaneggia addirittura di mani celesti, pronte a fermare i missili.

Un villaggio lontano secoli? In un certo senso. Paradossalmente, oriente e occidente si specchiavano distorti proprio in luoghi come quello. Tra le prove sulla colpevolezza di Bin Laden ancora da mostrare, i bombardieri già in volo e la retorica bellicista, Terzani aveva già scorto il fondamento irrazionale di quella guerra. Oltre l’analisi economicistica del futuro oleodotto afghano e la retorica sui diritti umani: il demone della vendetta.

«La verità è che quelli di New York sono i “nostri” bambini, quelli di Kabul invece… sono i bambini “loro”. E quei bambini loro non ci interessano più».

Corriere della Sera, 31 ottobre 2001; Lettere contro la guerra

Il viaggio verso Quetta comincia da un tè con Abu Hanifah, comandante militare di duecentocinquanta talebani. Hanifah posa da monaco-guerriero; conosce la potenza dell’esercito americano ma anche la forza della fede religiosa e della struttura sociale profonda: «in ogni famiglia afghana c’è ormai uno come me». Interrogato su come possa sedere tranquillamente al bazar, il talebano ride. E tutti ridono attorno. L’America aveva costretto il Pakistan a rinnegare i vecchi amici, ad epurare le gerarchie. Ma appena rimosso il capo dei servizi segreti, i dossier sui talebani erano andati a fuoco. Un alleato infido.

In Pakistan, Bin Laden è l’eroe popolare che ha sfidato la superpotenza; il popolo attacca i suoi poster, dal gelataio, sui vetri delle macchine, nelle edicole. Perfino in quell’alta società che manda i figli nelle università americane, una signora ingioiellata ammette: «Ormai c’è un piccolo Osama in ognuno di noi». Milioni di mussulmani vivono la globalizzazione come occidentalizzazione: violenza del mondo “nostro” che distrugge lentamente ma inesorabilmente il mondo “loro”. Secondo Terzani il punto fondamentale è questo. In mezzo all’impressionante riunione della “confraternita” dei tablighi, un commerciante di Chaman spiega:

«Non vogliamo vivere come voi, non vogliamo vedere la vostra televisione, i vostri film. Non vogliamo la vostra libertà. Vogliamo che la nostra società sia retta dalla sharya, la legge coranica, che la nostra economia non sia determinata dalla legge del profitto. Quando io alla fine di una giornata ho già venduto abbastanza per il mio fabbisogno, il prossimo cliente che viene da me lo mando a comprare dal mio vicino che ho visto non ha venduto nulla».

Corriere della Sera, 16 novembre 2001; Lettere contro la guerra

Difficile onorare l’ospitalità del commerciante. A Chaman, le ambulanze fanno avanti e indietro con l’Afghanistan. Ci sarebbe molto da vedere ma i pakistani permettono soltanto tour “guidati”. Occorre scivolare via dal gruppo. Anche se poi, purtroppo, l’ostilità della popolazione e l’irruzione in albergo della polizia che non demorde, conducono di nuovo a Quetta, sotto scorta. Prima di ripartire, almeno, è possibile tornare a visitare Abdul Wasey che, a dieci anni, con la gamba rotta, racconta dei suoi sette sfortunati compagni di cricket e del missile cruise. Ma altri pazienti non vogliono visite: «Prima vieni a bombardarci, poi a portarci biscotti. Vergogna». E con i soldati italiani ed europei prossimi a partire, vergogna davvero. Iran, Cina, Russia incoraggiavano gli americani, con la speranza di vederli impantanati, avvertì Terzani (vent’anni fa). L’Europa invece non aveva interesse, né a vivere sotto l’ordine unipolare degli Stati Uniti, né a tendere trappole. Saggio dissuadere dalla guerra, anziché partecipare. Tristemente, Terzani deve annotare sul diario

«L’Europa dei banchieri dell’Euro è finita, e tutti questi piccoli Gomulka e Honaker del nuovo stalinismo di Bush corrono dal padrone e dal suo rappresentante londinese. È una vergogna».

Tiziano Terzani, Un’idea di destino

Sacco a pelo sul cemento di un hotel disadorno: Kabul. La guerra è diversa da come la raccontano. A Islamabad, gli spin doctor statunitensi organizzano conferenze stampa e visite “guidate” perché i giornalisti non incontrino Abdul Wasey. In televisione si parla tranquillamente di liceità della tortura. I villaggi rasi al suolo dai B-52 non indignano. I civili bombardati non si vedono. Un collega americano mostra a Terzani il suo articolo e poi la versione pubblicata: «ormai siamo diventati la Pravda». Lo scopo è disumanizzare il nemico. Lo scopo è costruire una narrazione che mantenga l’opinione pubblica europea su posizioni filoamericane.

Sulla Cnn, uno svizzero della Croce Rossa fotografa i prigionieri talebani massacrati a Mazar-i-Sharif, sono centinaia, vuole identificarli: «ognuno di loro ha una famiglia». È troppo. Le edizioni successive del servizio cancellano quei pochi fotogrammi di umanità. Mentre le radiotrasmissioni asiatiche di Voice of America e Bbc, ossessionano con la storia dei talebani, ancora in agguato lungo la strada, per misurare barbe e tagliare nasi. Le vittime sarebbero ricoverate a Kabul. Terzani visita tutti gli ospedali: la Bbc mente.

La determinazione a controllare l’informazione è tale, che un missile colpisce la sede della televisione qatarina, Al Jazeera. Naturalmente per sbaglio. Terzani va controllare. Nel quartiere di Wazir Akbar Khan, una fila di villette tutte uguali, lungo un viale uguale a tutti gli altri viali. Nessun obiettivo d’interesse. Un solo missile, sulla villetta giusta: «Non c’è stato alcuno sbaglio». Del resto, ancora alla fine del 2002, nessun editore di lingua inglese aveva accettato di pubblicare le Lettere contro la guerra. Soltanto l’autore diffuse una versione gratuita sul web.

Più facile demonizzare il nemico. La pretesa coloniale di civilizzare gli altri è forte. I talebani sarebbero stati una creazione del Pakistan, assassini psicopatici, privi di consenso popolare. Gli afghani non avrebbero atteso che di essere liberati e gettare il burqa, «Kabul: tacchi alti e rossetto», non ebbe ritegno di titolare un quotidiano italiano. In realtà, dopo il ritiro dell’Unione Sovietica, nella guerra tra le fazioni dei mujaheddin, la società afghana era crollata nella legge del più forte. I primi talebani guadagnarono consenso impiccando a Kandhahar un capo mujaheddin che aveva rapito e stuprato due donne e quindi il degno compare che aveva “sposato” un ragazzino, esibendolo sopra un tank nel corteo nuziale.

Il movimento del Mullah Omar aveva messo fine alla guerra tra i mujaheddin. Gli abitanti di Kabul raccontavano come sotto i talebani, donne e uomini potessero muoversi senza temere violenze o rapine. Sia pur grazie ad un’applicazione dura della sharia: mani tagliate, esecuzioni pubbliche, buqa. La diversità culturale può essere raccontata quale mostruosità o quale cultura dell’altro, lontana dalla propria. Ma, data la differenza: il disgusto è legittimo, la propaganda di guerra è malevola, la missione civilizzatrice può suscitare reazioni violente.

Anche re Amanullah (1892-1960) aveva sognato gli Champs-Elysees in Afghanistan e un ambizioso programma di riforme occidentalizzanti. Sui nuovi viali: palazzi in stile europeo, il monumento al milite ignoto, la colonna della conoscenza, cavalli marmorei a sfidare l’iconoclastia. Poi, una foto della regina a spalle scoperte aveva traboccato il vaso della rivolta, l’inutile repressione e la fuga in Rolls-Royce. Quando Terzani visita il sogno, rimangono solo macerie. Accanto al viale europeo, un cavallo trascina l’aratro e i contadini zappano: «Sugli Champs Elysées di Kabul si seminava!». Immagine profetica. E neppure re Amanullah aveva dovuto fare i conti con i danni collaterali dei B-52, impegnati a fomentare il badal (obbligo di vendetta del codice d’onore pashtun) verso gli stranieri della missione civilizzatrice.

Meglio non inseguire troppi ribelli sulle vette. Soltanto una riconciliazione tra afghani, dell’esilio, dell’Alleanza del Nord e talebani, liberi da influenze esterne, avrebbe potuto nutrire una flebile speranza di pace. Dura verità. Ma come mostrano le Lettere contro la guerra, un’analisi geopolitica intellettualmente onesta è necessaria all’impegno umano per la pace. Tiziano Terzani condanna la guerra con forza, segue l’esempio di Gandhi, sceglie la non violenza. Una scelta che non conduce in alcun luogo sulla Terra? Può darsi. Ma che porta da fuori al centro, all’Uno, al sé.

«L’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con l’etica della coesistenza… che l’idea di una civiltà superiore a un’altra è solo frutto di ignoranza, che l’armonia, come la bellezza, sta nell’equilibrio degli opposti e che l’idea di eliminare uno dei due è semplicemente sacrilega».

Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra

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