La guerra di Mr. Bannon

Dopo un periodo di relativa quiete, la crisi pandemica ha rilanciato la figura dell'ex capo stratega della Casa Bianca Steve Bannon che si è reso protagonista di alcune iniziative (il lancio del “marchio” New Federal State of China su tutte) che meritano particolare attenzione.
Dopo un periodo di relativa quiete, la crisi pandemica ha rilanciato la figura dell'ex capo stratega della Casa Bianca Steve Bannon che si è reso protagonista di alcune iniziative (il lancio del “marchio” New Federal State of China su tutte) che meritano particolare attenzione.

Nella prima metà degli anni ’30 del secolo scorso, Johann von Leers, una delle menti più brillanti della Germania nazionalsocialista, rivolse un’accorata critica all’ultimo scritto di Oswald Spengler (Anni della decisione) in cui il pensatore del “Tramonto dell’Occidente” suggeriva un’alleanza tra la Germania e le potenze imperialistiche che l’avevano umiliata con il Trattato di Versailles per salvare l’umanità bianca dalla “rivoluzione mondiale di colore”. Così von Leers replicò a Spengler:

Ogni rafforzamento del Giappone, della Cina, e in generale ogni formarsi di una nuova potenza nel mondo extraeuropeo equivale all’indebolirsi delle grandi potenze dell’Europa occidentale […] Per il fantasma degli interessi comuni della razza bianca dobbiamo ancora conservare e appoggiare queste potenze nella loro egemonia mondiale? Dobbiamo noi, in nome della razza bianca, salvaguardare il dominio coloniale francese? […] L’impero dei popoli bianchi preconizzato da Spengler non è nient’altro che una reviviscenza del vecchio cosmopolitismo liberale sotto le insegne della razza.

Johann von Leers

L’idea ultima di Spengler, in tempi più recenti, venne fatta propria dal pensatore francese (da poco scomparso) Guillaume Faye. Questi definì addirittura il XXI secolo come il “secolo spengleriano”. Secondo il teorico del concetto di “Eurosiberia” (assolutamente opposto all’idea di una “Eurasia”), lo scontro tra civiltà preconizzato da Samuel P. Huntington rendeva necessaria una forma di solidarietà globale tra tutte le popolazioni di origine europea (dal Nord America all’Europa, fino all’Argentina) capace di superare le rivalità geopolitiche nella precisa consapevolezza che l’abisso che separa l’Europa dal mondo arabo-islamico sia enorme rispetto alle “marginali differenze” che dividono il Vecchio Continente dall’America.

Guillaume Faye

Faye, protagonista nei suoi ultimi anni di vita di una vera e propria deriva fallaciana, era inoltre convinto che un conflitto geo-etnico avrebbe in qualche modo distrutto gli Stati Uniti. Di conseguenza, sarebbe stato facile per l’Eurosiberia riconquistare il primato sui suoi figli immigrati in America. Nel corso degli ultimi anni, le idee di Faye sono state fatte proprie dall’ex capo stratega della Casa Bianca Steve Bannon che le ha “aggiornate” per costruire una sorta di asse euro-russo-americano in cui gli Stati Uniti, naturalmente, possano continuare a mantenere inalterato il loro primato come “faro di civiltà” contro le antiche e combattive popolazioni dell’Eurasia. Ora, se c’è qualcosa che Faye sembra non aver mai compreso, e che Bannon sa perfettamente, è il fatto che un conflitto interetnico all’interno degli Stati Uniti, comunque, non metterà mai in discussione i “valori fondanti” della società americana. L’idea di “destino manifesto”, dell’eccezionalismo americano, ovvero la volontà di plasmare il mondo a propria immagine e somiglianza, sono qualcosa di connaturato a tale società. Il destino manifesto di un Obama, ad esempio, è puro suprematismo in cui la componente razziale viene superata dall’idea dell’America come entità messianica universale.

Le proteste dei Black Lives Matter e dei gruppi Antifa non mettono in discussione tale ordine di idee ma ne sono la loro massima espressione. Non vi è niente di meno rischioso per le élite del vandalismo a-ideologico e fine a se stesso che si scaglia contro un monumento del passato piuttosto che contro le distorsioni del modo di produzione liberal-capitalistico. Tali “lotte”, lungi dall’essere ostili al sistema americano-centrico, ne sono assolutamente consustanziali e vengono imitate inutilmente su tutta l’area di influenza di Washington senza nessun esito concreto salvo dimostrare la totale sottomissione psiocologica e ideologica ad un modello insano.

La stessa guerra civile americana non fu lo scontro tra due visioni opposte del mondo ma semplicemente lo scontro tra una visione conservatrice ed una progressista dei rapporti economici di produzione. Oggi, tale scontro si sta riproponendo in una forma quasi parodistica su quale sia il modello da seguire per mantenere inalterato il sistema egemonico nordamericano o, quantomeno, per ritardare il più possibile l’evoluzione dell’ordine globale verso il multipolarismo. Da un lato c’è un modello (quello trumpista) che sembra aver perso immediatamente il suo slancio propulsivo iniziale. Qualcuno sarà sicuramente tentato dal dare la colpa ai complotti del “deep state”, tuttavia, il trumpismo non solo non ha modificato di una virgola i rapporti di potere interni agli Stati Uniti ma, sotto certi aspetti, ha addirittura rafforzato lo status quo ed acuito le differenze sociali visto che i sempre più ricchi non hanno mai pagato così poche tasse come negli anni ultimi quattro anni. Senza considerare che il mito propagandistico (costantemente riproposto) del Trump ostile alle guerre è rimasto tale. Di fatto, non solo le dichiarazioni di ritiro dai teatri di guerra sono rimaste al livello di vaghe promesse o di accordi piuttosto ambigui (come nel caso afgano), ma si è continuato ad accrescere le tensioni (i casi diretti dell’Iran e del Venezuela ne sono l’esempio emblematico, ma non si può tralasciare l’utilizzo di attori terzi come Turchia o India per infastidire gli avversari strategici) per continuare a nutrire il gigantesco comparto bellico-industriale che ruota attorno al Pentagono.

Dall’altro lato c’è il tradizionale progressismo mondialista di marca sorosiana che mira al medesimo risultato sebbene con mezzi differenti. Entrambi, naturalmente, individuano il loro nemico principale nella Cina. Nonostante qualcuno abbia recentemente blaterato di fantomatiche alleanze tra “deep state” e Cina comunista, è ben risaputo, tra coloro che si informano attraverso i documenti ufficiali, che i tentativi di contenimento di Pechino fossero già iniziati nel corso della precedente amministrazione Obama.

Steve Bannon

Bisogna dare a atto a Steve Bannon, la cui influenza viene spesso celata, di aver individuato la ragione del deficit di potenza statunitense. L’ideologo del trumpismo ha infatti compreso che gli Stati Uniti non potevano affatto combattere contro il Paese manifatturiero più grande al mondo nel momento in cui la loro manifattura si è esaurita. Infatti, la battaglia decisiva del futuro è proprio quella della produzione. Le capacità produttive hanno permesso agli Stati Uniti di vincere due guerre mondiali (soprattutto la seconda), naturalmente aiutati dal fatto che il loro tessuto industriale non potesse in alcun modo essere scalfito da attacchi aerei nemici. Motivo per cui i vertici militari giapponesi erano sicuri del fatto che l’Impero del Sole non avrebbe avuto grandi possibilità di vittoria in una guerra prolungata con Washington.

Oggi, gli USA continuano ad avere una tecnologia avanzata ma non hanno più i mezzi per produrre quasi nulla di ciò che brevettano. Se l’Occidente a guida nordamericana ha un problema; questo è l’incapacità di poter correggere i propri errori. Essendo una civiltà che si fonda essenzialmente sul profitto ha delocalizzato in Asia la maggior parte del proprio tessuto industriale. Essendo incapaci di uscire dagli schemi economici del capitalismo, il disimpegno nordamericano dalla Cina, propagandisticamente paventato dal trumpismo, in termini industriali, imporrebbe un netto abbassamento dei salari per competere col mercato cinese. Certo si potrebbe sopperire con l’automazione, con la tecnologia robotica, ma questo comporterebbe, a sua volta, delle crisi occupazionali. Dunque, in entrambi i casi si acuirebbero le tensioni sociali. Così, il rientro della produzione in Patria rimane solo sul piano teorico; mentre nella realtà la si trasferisce in Paesi potenzialmente non ostili come India e Indonesia, ad esempio. O, ancora meglio, si cerca di instaurare un governo amico a Pechino.

In questo contesto rientra la sceneggiata messa in atto a New York, nel giorno dell’anniversario delle proteste di Piazza Tian’anmen (poco importa che queste non fossero affatto così pacifiche come vengono descritte dalla storiografia occidentale), da Steve Bannon e dal milionario cinese Guo Wengui: un ambiguo personaggio residente da qualche anno negli USA, ricercato da Pechino per riciclaggio, rapimento e strupro, e di cui Donald J. Trump ha negato l’estradizione nel momento in cui si è reso conto che era membro dei lussosi club di sua proprietà Mar-a-Lago (Florida) e Mark’s Club (Londra). A dimostrazione del fatto che non vi è alcuna sostanziale differenza tra i cosiddetti “globalisti” e “sovranisti”, Bannon, in quella circostanza, ha utilizzato il tradizionale vocabolario da “poliziotto globale” definendo il Partito Comunista Cinese come una organizzazione criminale senza legittimità che massacra il suo stesso popolo (stesse accuse rivolte nel corso degli anni a Saddam Hussein, Mu’ammar Gheddafi, e Bashar al-Asad) ed esporta corruzione su tutto il globo.

Il PCC minaccia la sicurezza ed il primato dell’Occidente.

Steve Bannon

I due hanno inoltre colto l’occasione per lanciare il “marchio” New Federal State of China. L’idea è quella di fare della Cina, una volta liberata dal PCC, una sorta di nuova CSI: la Comunità di Stati Indipendenti sorta dalle ceneri dell’URSS nel momento in cui la Russia di El’cin era poco più che un gigantesco satellite occidentale.

Inutile dire come questo, ancora una volta, sia puro unipolarismo nordamericano. Gli USA non possono permettersi di lasciare in pace la Cina. Essi devono necessariemente creare “crisi” (Hong Kong e Taiwan, ad esempio, ma anche lo Xinjiang o i disordini di frontiera tra India e Cina) e fare in modo che i loro avversari disperdano energie su più fronti in modo da guadagnare tempo e salvare la loro egemonia in un momento in cui l’alleanza strategica tra Mosca e Pechino non li rende più capaci di intervenire militarmente in modo diretto. Alleanza che, nonostante i tentativi nordamericani, difficilmente verrà spezzata nel breve periodo visto che nei prossimi anni Pechino importerà quantità sempre maggiori di idrocarburi siberiani.

Va da sé che non vengono risparmiati neanche i tentativi di creare delle vere e proprie quinte colonne all’interno del territorio cinese. Oltre ai già citati casi di Hong Kong o dello Xinjiang (senza considerare il Tibet), a questo proposito, non è da sottovalutare la penetrazione cristiana in Cina e la relativa pacificazione tra il Vaticano (in cui Bannon continua ad esercitare una certa influenza su certi ambienti ultra-conservatori) e Washington sancita anche con la simbolica visita di Trump al santuario di Giovanni Paolo II: il pontefice spesso indicato come artefice del crollo dell’URSS.

Ora, ciò che spesso viene tralasciato da questi strateghi è la profonda disciplina ed il legame che unisce il popolo cinese al Partito che lo guida. Un aspetto che in Occidente non esiste più e che in Cina si è reso evidente nel momento in cui si è affrontata la lotta al Covid-19: quel “demone” occidentale (secondo le parole di Xi Jinping) che, esaurita la carica virale, viene oggi sfruttato per costruire improbabili processi ideologici ed altrettanto improbabili nuove Norimberga dai collaborazionisti degli occupanti americani del suolo Europeo.

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