Vite parallele

Le elezioni del 2024 sono l'ultima chance per Donald Trump di pareggiare i conti col suo predecessore ideologico, Andrew Jackson.

Gli impertinenti, che siano essi ammiratori o detrattori, non perdono occasione nel sottolineare la somiglianza delle acconciature, da una parte la cotonata d’ordinanza del XIX secolo, dall’altra la colorata architettura tricotica messa a punto alle origini del Nuovo Millennio. In realtà, ciò che rende maledettamente vicini Andrew Jackson e Donald Trump è la caratura populista declinata in tempi tra loro lontani. Biografi, storici e stretti collaboratori del tycoon non hanno lesinato parallelismi tra i due ex presidenti, tanto da definire l’ex inquilino della Casa Bianca il successore ideologico di Jackson. Così lo hanno descritto Rudy Giuliani, Newt Gingrich e financo Steve Bannon. Steve Inskeep di National Public Radio, autore di “Jacksonland” (emozionante narrazione di due uomini, il presidente Andrew Jackson appunto e il capo Cherokee John Ross, che guidarono le rispettive nazioni a un crocevia della storia americana, al punto da sfiorare la crisi costituzionale) afferma che, nonostante alcune ovvie differenze tra i due compresa la ricca estrazione di Trump e la modesta formazione del suo predecessore, il paragone è sovente opportuno. Lo stesso ex comandante in capo ha a più riprese espresso ammirazione nei confronti del predecessore: “Una figura straordinaria della storia americana, unico in tanti modi, uno che non mollava mai”. 

Andrew Jackson ha servito come deputato e senatore del Tennessee ed è stato un valoroso condottiero dell’esercito a stelle e strisce prima di diventare settimo presidente degli Stati Uniti. È ricordato come l’eroe di New Orleans per il valore mostrato nella battaglia del gennaio 1815, vinta contro gli inglesi. “Entrambi sono combattenti pronti a prendere le parti delle persone a loro leali – sottolinea Inskeep – Si battono per i fedelissimi e per loro stessi, non curanti di chi si fa male”. Ognuno secondo i suoi tempi: “Trump si lanciava in duelli a colpi di Twitter prima e di Truth dopo, Jackson a colpi di rivoltella”. Riflettendo sul fatto che talvolta il risultato dei primi è più penetrante dei secondi. “Non c’è stato nulla del genere dai tempi di Jackson”, ripetevano alcuni alla vigilia della cerimonia di insediamento che aprì i cancelli della Casa Bianca al tycoon. 

Il giorno dell’inaugurazione rimane del resto uno dei capitoli più appassionanti della storia del settimo presidente degli Stati Uniti. Era il marzo 1829 (sino al 1937 la cerimonia si teneva il terzo mese dell’anno), e una folla di diecimila persone si era riunita all’East Portico di Capitol Building, la sede del Congresso. Alla relativa calma mostrata durante il discorso del presidente in pectore – al tempo l’uomo più celebrato d’America – fece seguito un dilagante fermento e uno stato di eccitazione compulsiva che spinse la folla a correre verso il suo eroe. Il neo commander-in-chief dovette così riparare tra i corridoi del Capitol, guadagnandosi poi a cavallo una via di fuga verso la Casa Bianca. Ma attorno al 1600 di Pennsylvania Avenue ad attenderlo c’era un’altra folla galvanizzata pronta a eludere le cancellate per correre verso la residenza presidenziale. Jackson fu costretto a fuggire di nuovo calandosi da una finestra sul lato Sud, e poi di nuovo a cavallo. Le cronache raccontano che dovette trascorrere la notte in una locanda camuffandosi tra gli ospiti. 

John Meacham, autore di “American Lion” (Il Leone americano), una biografia sull’ex presidente Andrew Jackson pubblicata nel 2008, sebbene chiarisca al New York Times che il paragone tra i due presidenti sia talvolta impreciso, è perentorio nell’affermare che il momento in cui Trump ha preso in mano le redini del Paese è da considerare “indubbiamente jacksoniano“. Ci sono dettagli della campagna elettorale del 1828 che sembrano aver contaminato quella di Usa 2016: il principale concorrente di Jackson era John Quincy Adams, già segretario di Stato e figlio di John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti. Carica e affiliazione che ricordano drammaticamente Hillary Clinton. La battaglia politica fu assai crudele al punto tale che i detrattori del futuro presidente arrivarono più volte a definire la moglie bigama e megera, con tanto di scritte vicino alla loro abitazione. Crudeltà violente, secondo lo stesso marito, che saranno causa del prematuro decesso della donna, un tragico evento accaduto a pochi giorni dal Natale. 

Jackson inoltre era un outsider come Trump, è stato il primo presidente a non essere proprietario di piantagioni in Virginia o un “Adams” del Massachusetts, e si impegnò a combattere la corruzione, spesso figlia – si diceva – di ingerenze straniere, in particolare degli emissari di Sua Maestà. Rafforzò i poteri presidenziali e spesso ebbe contrasti col Congresso. Dichiarò guerra all’establishment di Washington che a sua volta lo considerava destabilizzatore della democrazia, ma non è chiaro quanto riuscì a contrastare gli uomini di palazzo e quanto ne fu condizionato. Secondo Meacham, del resto, la cerimonia di inaugurazione è l’ultimo momento in cui un presidente riesce a mantenere il controllo della realtà”. Quel che è certo, però, è che Jackson riuscì a mantenere il controllo della Casa Bianca per due mandati, mentre il fallimento assoluto di Trump (figlio della cospirazione del  deep state secondo l’ex inquilino della Casa Bianca) ha innescato in lui una dannazione interna spingendolo su posizioni vicine alla galassia della pseudo eversione.

Alcuni studiosi si sono chiesti se Jackson, anche dinanzi a una presunta certezza di brogli, si sarebbe spinto ad innescare fenomeni tellurici come quelli che sono sfociati con l’assedio di Capitol Hill del 6 gennaio 2021. I perbenisti della politica rifiutano accostamenti con presidenti del passato su questo aspetto, in nome di quella che è definita la sacralità assegnata d’ufficio ai presidenti americani, almeno sino a Trump. Tutti riabilitati dal tempo, a prescindere, compresi i “peggiori” (vedi Richard Nixon e George W. Bush) ed è forse questo che impedirà ancora una volta a Trump di mettere a segno la seconda vittoria alle presidenziali di Usa 2024. O forse no. In ogni caso questa è l’ultima chance che il tycoon ha per pareggiare i conti col predecessore più simile che l’epopea a stelle e strisce ricordi. Ma con una perversa differenza che la storia non potrà mai concedere all’oblio: “Il Leone americano” era un democratico.

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