Ron versus Don

Donald Trump, leader indiscusso del nuovo conservatorismo americano sta iniziando la sua parabola discendente. Ma se e chi riuscirà ad approfittarsene è ancora tutto da vedere.

Trumpismo. Anti trumpismo. Post trumpismo. Sulla sponda destra del Potomac, ma non di rado anche su quella sinistra, la politica sembra rimanere ostaggio dell’ex inquilino della Casa Bianca, il presidente ribelle che col fango del mainstream ha nutrito la sua aurea di antieroe, capo corsaro ancor prima che comandante in capo sopravvissuto a due tentativi di impeachment. Cane sciolto e cavallo pazzo, ritratto post moderno dell’antesignano Andrew Jackson, immune ad ogni tentativo di ostracismo, capace di rialzarsi baldanzoso anche dopo il crollo sulla scalinata di Capitol Hill del 6 gennaio 2021, avvenuto nel tentativo fatuo di inseguire la chimera della rielezione. Financo impermeabile alla fatwa trasversale giunta delle democrazie planetarie e resiliente come l’amianto sulla graticola di tribunali e commissioni di inchiesta. L’assedio al Congresso, ancor più che l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, sembrava averne sentenziato la fine politica, senza possibilità di appello. Ed invece non solo il tycoon ha monopolizzato la campagna elettorale del Midterm commissariando il partito repubblicano e distribuendo candidati a pioggia nei quattro angoli del Paese, ma la retorica del voto rubato è tornata ad essere centrale nella rincorsa verso il riscatto trumpista.

Una sorta di MAGA 2.0 (Make America Great Again) in salsa panpopulista e pseudo sovversiva a cui la carenza di leadership e di valore, drammaticamente comune alle due sponde del Potomac, ha concesso di ingabbiare il conservatorismo a stelle e strisce. Permettendo ad un monarca zoppo come Trump di poter continuare a regnare in DAD dal suo feudo di Mar-a-Lago assediato dagli agenti federali in cerca di scatoloni debordanti di documenti riservati da lui sottratti – secondo le carte dell’Fbi – agli archivi della Casa Bianca. Vicenda impugnata dall’ex presidente e sbandierata come l’ennesima conferma della grande cospirazione a danno suo e della sua base di irriducibili, dinanzi ai quali si è fatto lustro di una scontata valanga rossa (colore del Grand Old Party) a trazione MAGA nel voto dell’8 novembre. Tale da scardinare la supremazia blu (colore del partito democratico) alla Camera e al Senato, spianando così la strada al suo ritorno al 1600 di Pennsylvania Avenue, con tanto di allori e marce trionfali tra le macerie in stile liberty nella capitale americana.

Le cose sono andate diversamente. Così, mentre i democratici celebravano tronfi la non totale debacle del partito a leadership bideniana e trazione sempre più progressista, per la prima volta in sei anni a destra il vento è cambiato. Per capire dove nasce e da che parte soffia occorre allontanarsi dalla capitale, dai palazzi della politica e dai meccanismi del deep state – proprio come nella cavalcata trumpiana del 2016 – per immergersi nello spontaneismo conservatore che affonda le radici nel meridione a stelle e strisce. In Florida, ex Stato indeciso ora feudo repubblicano, il passepartout di questa nuova dimensione parallela, in tutte le sue declinazioni, dai golf club ai sobborghi, dai nuovi poli hi-tech ai circoli scettici e paranegazionsiti che trovano casa in raduni motociclistici e locali poco alla moda. Qui la valanga rossa c’è stata e porta il nome di Ron De Santis, il governatore che incarna il futuro del Grand Old Party.

Il Nick’s 50’s Diner è un posto che ricorda Arnold’s della serie Happy Days sebbene sia lontano migliaia di chilometri dalla Milwaukee di Fonzie. È un punto di ritrovo ufficioso e spontaneo per repubblicani – politici, attivisti, finanziatori ed elettori – sparsi tra Palm Beach e Bocaraton e che desiderano incontrarsi lontano da occhi indiscreti. «Mi permetta una parafrasi biblica partendo dai primi re d’Israele», dicono alcuni di loro con la pretesa di spiegare cosa accadrà. Sono seduti vicino al jukebox, come quello che Fonzarelli accendeva con un colpo della mano, e come il playboy dal pettine facile ostentano una congrua dose di sicurezza e di pollici alzati.

«Saul, il primo re, combatte contro i tanti nemici, a lungo li respinge. Il potere lo inebria, diventa talmente arrogante da causare l’irritazione del popolo che però non dice nulla perché lo teme. Nel frattempo, il giovane Davide uccide il campione filisteo Golia, si fa strada nell’esercito e viene acclamato dalla gente. Lui non dice mai nulla contro il re, ma comunque suscita l’invidia di Saul. Il quale nell’ultima battaglia viene circondato e pur di non cadere prigioniero si getta sulla spada, abbandonandosi al sacrificio massimo».

Questa la storia, il parallelo è chiaro: Saul è Trump e Davide è De Santis, il suicidio

«è invece stato il 6 gennaio 2021 o il 15 novembre 2022, oppure lo sarà qualche giorno dei prossimi due anni, forse dilazionato».

Ben inteso, il risentimento nei confronti dell’ex presidente non è figlio del Midterm, ma cova da tempo, dall’assedio di Capitol Hill che dimostra come «abbia perso la testa dopo la sconfitta del novembre 2020». Attenzione però perché la narrativa dei brogli e del voto rubato non viene fatta cadere, ma solo messa da parte. La spinta è ad andare avanti, altrimenti non pochi temono di rimanere prigionieri del passato e del retaggio di un leader padre-padrone del partito.

Solo qualche giorno prima del voto a Mar-a-Lago c’è stata una riunione riservatissima dei vertici del Gop convocata dal tycoon che voleva saggiare il grado di fedeltà dei potenziali candidati alla presidenza del partito. «Tra i presenti serpeggiava un cupo presentimento alcuni non credevano alla ‘red wave’, altri erano cauti, l’unico galvanizzato dall’idea della valanga rossa era proprio Trump». La sua convinzione sacrale lo ha fatto sentire in diritto di dispensare insulti e minacce, e De Santis è stata una delle sue vittime: «Ron De-Sanctimonious». L’acrimonia nei confronti del 44 enne governatore, che avverte come minaccia annunciata, ha raggiunto la saturazione l’8 novembre.

«La sera delle elezioni c’è stata una cena a Mar-a-Lago di circa duecento persone. C’era anche il governatore, ma il tavolo riservato a Trump è rimasto vuoto».

The Donald non è sceso dalle sue stanze, non voleva dare la soddisfazione di congratularsi con De Santis per la rielezione, per di più a fronte del mezzo flop registrato nel resto del Paese dai suoi candidati.

La superbia del 45 esimo presidente ha prodotto conseguenze anche in casa. Ivanka da mesi ha ridotto al minimo le sue apparizioni a Mar-a-Lago, «sperava di fare politica ma il padre l’ha bruciata». Tanto che subito dopo l’apogeo del tycoon, la rampolla ha affidato a Instagram l’annuncio del suo passo indietro. Pur iniziando il post con «amo mio padre» e terminando con «sono onorata di aver servito il mio Paese», ha assicurato che questa volta non sarà al fianco del genitore dando precedenza ai figli: con un nonno così, è meglio non esporsi più. È chiaro che faccia tutto parte di un risentimento su ampia scala, dalla Pennsylvania, che nutre la rabbia per l’endorsement allo showman Mehmet Oz, ad Arizona e Nevada, passando per Georgia e Florida. Trump fa ancora paura all’interno del partito, ma i malumori sono più evidenti, le critiche sempre più ampie, i donatori più distanti. I detrattori iniziano a spuntare nell’ombra, come volpi affacciate alla tana, alimentando un fenomeno in controtendenza, sebbene ancora sotto traccia, anche perché Trump mantiene il controllo di una congrua parte della base che lo segue in maniera religiosa. Sarà fondamentale capire chi e quando riuscirà a imbrigliare questo risentimento e a cavalcarlo, proprio come il tycoon fece nel 2016.

Gli occhi sono puntati su De Santis, in quello che potrebbe essere un duello Don vs. Ron, una sorta di spaghetti western della politica arricchito dall’esotica ambientazione nella East Coast. Occorre però capire prima se il governatore riuscirà a replicare su scala nazionale il successo registrato in Florida che alcuni ritengono “drogato” da una recente iniezione di liquidità elettorale dovuta alla immigrazione economica e no-vax di fascia alta. Se si presenterà comunque lo farà al momento opportuno, è appena stato rieletto governatore e inoltre vuole limitare, o meglio posticipare, lo scontro con Trump che nel frattempo potrebbe essere messo fuori gioco dai suoi guai giudiziari, dalla Commissione del 6 gennaio, o da se stesso. Commettendo quel suicidio politico che consentirebbe la consacrazione del nuovo re.

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