Biden in Baghdad

Quale sarà la disciplina della nuova amministrazione americana in Medio Oriente? La deflagrazione a Baghdad rappresenta un oscuro presagio
Quale sarà la disciplina della nuova amministrazione americana in Medio Oriente? La deflagrazione a Baghdad rappresenta un oscuro presagio

Le due esplosioni che giovedì mattina hanno devastato il mercato popolare di Bab al-Sharqi e piazza Tayaran, al centro di Baghdad, ripiombano l’Iraq nell’incubo della quotidiana roulette jihadista. In picchiata. 32 morti e 110 feriti il bilancio provvisorio delle vittime. L’attacco è stato rivendicato da Da’ish e ricalca, in modalità e stile, gli attentati del passato.

E così, negli istanti di due deflagrazioni, l’incubo degli attentati suicidi, che si speravano ormai archiviati, è tornato a scandire la quotidianità della capitale. Era infatti da giugno che non si registrava un atto di simile portata. Un passato prossimo, ma pur sempre un passato, che ora ridiventa presente. 

Solo due giorni prima, il governo iracheno aveva deciso di posticipare le elezioni anticipate (con scadenza prevista nel 2022) dal prossimo 6 giugno al 10 ottobre. Una decisione motivata dalla necessità di risolvere questioni “tecniche”, tra cui il garantire la piena operatività della Corte federale, attualmente impossibilitata a svolgere le sue funzioni di scrutinio elettorale a causa dei seggi vacanti nel suo collegio. Una soluzione che dovrebbe assicurare “l’integrità delle elezioni e la possibilità che chiunque possa liberamente parteciparvi”, consentendo anche a nuove forze politiche di presentare le proprie liste secondo la nuova legge elettorale approvata a ottobre 2020. 

Torna l’incubo degli attentati suicida a Baghdad

L’attacco terroristico colpisce dunque l’Iraq in un momento di relativa stabilità verso nuove elezioni. Una fase in cui importanti proteste popolari hanno portato in piazza la richiesta di un immediato ritiro delle truppe statunitensi. Richieste che hanno trovato una sponda nelle istituzioni irachene che, ormai da tempo, chiedono con sempre più insistenza la fine della presenza militare statunitense, che quest’anno compirà i 17 anni. 

Questi attacchi suicidi, condotti in affollate zone popolari, erano all’ordine del giorno nell’intricato mosaico delle guerre civili, politiche su base confessionale, che su più piani hanno dilaniato l’Iraq dal 2003, anno in cui gli Stati uniti iniziarono l’avventura bellica contro il Paese e a cui seguì l’occupazione militare. Da allora l’Iraq è diventato culla, scuola e bacino dell’estremismo jihadista. Una sorta di riedizione dell’Afghanistan 1979-89, che ha attirato e formato jihadisti di mezzo mondo e di cui Da’ish è solo l’ultimo, il più noto, perfetto, astratto e opaco marchio dei nostri tempi. In un tale contesto, le due esplosioni hanno portato diversi attori iracheni e non (Hezbollah su tutti) a puntare il dito contro gli Stati uniti, la cui nuova Amministrazione Biden si era appena insediata da sole 24 ore. 

Sebbene sia ancora presto per individuare con precisione il percorso della politica estera nell’era Biden, è plausibile ipotizzare che il cambio della guardia alla Casa bianca apporterà delle modifiche più sul piano della narrazione che della sostanza. Le direttrici geopolitiche di lungo periodo di una potenza di rango imperiale non risentono del ricambio nei vertici politici, se non, eventualmente, in maniera temporanea e residuale. O, appunto, in termini di narrazione. Questo perché tali direttrici sono “custodite” e implementate dagli apparati, il famigerato “Stato profondo”, elemento di continuità che anestetizza o annulla la potenziale portata dei cambiamenti politico-elettorali. 

Nel caso del nuovo percorso statunitense è più che pacifico affermare che la sintonia e la reciproca compenetrazione tra Amministrazione Biden e apparati dello Stato profondo non porterà sostanziali innovazioni rispetto alla strategia statunitense nel Medio oriente degli ultimi trent’anni. Una strategia improntata a evitare che nella regione possa emergere una potenza egemone in grado di pregiudicare l’egemonica superiorità degli Stati uniti. Obiettivo che, come storia insegna, si persegue principalmente attraverso un bilanciamento tra potenze amiche e un annichilimento di potenze nemiche.

Tra queste ultime la Repubblica islamica dell’Iran, ossessione perenne degli Stati uniti sin dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista e della crisi degli ostaggi nell’ambasciata di Washington a Teheran. Lo scenario che si presenta agli occhi della nuova Amministrazione vede un Iran per certi versi logorato da una sovra-estensione della sua proiezione esterna negli ormai lunghi anni di lotta armata a Da’ish in Iraq e Siria, ma anche dalle sanzioni economiche e dalla conseguente crisi interna. Ciononostante, l’Iran continua a rappresentare per gli Stati Uniti il paradigma del nemico per eccellenza. Ragione per cui è plausibile ipotizzare che il rientro degli Usa nell’accordo sul nucleare (gesto più simbolico che sostanziale) sarà accompagnato da una strategia volta a ridimensionare la presenza iraniana in Iraq, Siria e Libano. 

Strategia percorsa ininterrottamente, anche attraverso gli storici rivali dell’Iran nella regione: Israele, Arabia saudita ed Emirati arabi uniti. Gli storici accordi tra Paesi del Golfo e Israele (sia quelli ufficiali che quelli ufficiosi, di ben più lunga data) hanno come obiettivo – anche nell’ottica degli Stati uniti, che infatti li hanno favoriti e incoraggiati – di contenere il nemico comune. Inoltre, il riavvicinamento del Qatar verso Riyad e Abu Dhabi, rinsalda la sintonia tra le monarchie del Golfo e rinvigorisce la “alleanza sunnita”, tenuta in piedi dallo spauracchio sciita iraniana.

Ma non è tutto. Il quadro geopolitico degli ultimi anni ha visto una costante ascesa della Turchia quale attore regionale sempre più egemone. Il rinnovato vitalismo in termini di territorializzazione del Mediterraneo orientale, gli spregiudicati interventi in Siria, Libia, Nagorno-Karabakh e Corno d’Africa, accompagnati da un’abile strategia di porsi quale interlocutore affidabile e negoziatore di tutti questi dossier nei confronti di altre potenze attive nell’area (Russia in primis), sono solo gli aspetti più evidenti di una chiara e concreta volontà di potenza neo-ottomana. Una volontà che nel breve porterà inevitabilmente al rischio di pericolose frizioni con gli Stati uniti nell’ambito della competizione all’egemonia regionale. Risulta pertanto ragionevole ipotizzare che, con tutta probabilità, Ankara sarà un osservato speciale della nuova amministrazione di Washington. 

Se questo è lo scenario nel quale dovrà calarsi la politica estera di Biden, è tuttavia ancora presto per delineare con precisione come essa si esplicherà e quali reazioni e contro-reazioni dovrà affrontare. Di certo, il duplice attentato di Baghdad si presenta come un plumbeo e oscuro presagio.


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