Sempre combattere

Dialogo fitto con Alberto Negri. “L’Italia? Un paese di morti viventi. Questo governo andrebbe preso a calci nel sedere...”
Dialogo fitto con Alberto Negri. “L’Italia? Un paese di morti viventi. Questo governo andrebbe preso a calci nel sedere...”

Appuntamento alle 11, chiamo dieci minuti prima. “Sono rientrato alle cinque, non puoi immaginare quello che ho bevuto. Sono lucido, iniziamo”. Sulla vita dissipata di Alberto Negri, per trent’anni reporter di guerra per “Il Sole 24 Ore”, ora editorialista per “il manifesto”, si celebrano leggende. A me non interessano. “Scrivi tutto quello che dico, capito?, non farmi parlare a vanvera”, fa lui. La cupa disperazione di chi ha attinto alla gioia, è trafitto dalla pietà. In Bazar Mediterraneo (Gog, 2021), di fatto, Negri scrive la sua biografia per città, di estenuata bellezza – Algeri, Tripoli, Salonicco, Istanbul… nomi che solo a passarli sulle labbra invitano, per lo meno, al sogno –, fa il chiromante del Mare Nostro, ma il viaggio, sovreccitato e tenue, torbido e livido, è una capriola agli inferi. Per Negri le città sono corpi, di agghiacciante nudità (Beirut è una persona, scrive, “Quasi tutti avevano un’amante a Beirut e tutti comunque, senza eccezioni, si erano fidanzati con la città stessa, da cui non potevano stare troppo lontani”), spesso fa la lista dei luoghi dove vorrebbe tornare, con la sfacciata giovinezza del sopravvissuto, di chi in ogni terra ha sepolto un barlume di cuore.

Il libro, ecco, è terribile e cristallino, si legge con un Kurtz sul petto, racconta come il Mediterraneo sia stato tradito, violato, scotennato; racconta, in sintesi, la vasta spirale delle viltà italiche. “La tristezza e la disperazione silenziose di Algeri scavano dentro, insieme alla solitudine”, scrive Negri, che in un prepotente raid giornalistico – e narrativo – scrive di Gheddafi e degli orrori della “Libia italiana”, delle rovine di Alessandria d’Egitto, di amore & morte a Tangeri. Ci sono alcuni dettagli che permettono una catabasi mediterranea, ne trascrivo alcuni: Alois Brunner, militare nazista, “l’uomo migliore di Eichmann”, che diventa consigliere di Hafez al-Assad, Presidente della Siria dal 1971; la vicenda degli alauiti e la mitica tomba di Al Khasibi – sulle cui tracce si mette Negri –, che “predicava la trasmigrazione delle anime e sosteneva che la morte non era la fine ma un nuovo inizio”, morto centenario, nel 969, ad Aleppo; il profilo incendiario di Sabbatai Zevi, “il Messia ebraico” e la vicenda dei donmeh di Salonicco; il genio dello stratega Ab del-Krim, “un condottiero, rivoluzionario, capo della tribù berbera degli Ait Ourianghel”. Figure, istanti, crocevia che trascinano nei meandri del Mediterraneo, tra illuminazione meridiana e orrore. “Forse il segreto per sopravvivere è avere un amore (o un dolore) più grande della guerra stessa”, scrive Negri. Il libro ha la concretezza abbacinante di una sequela: ogni città pare l’attributo catastrofico affibbiato a un dio deforme, senza testa.

Il libro trasuda nostalgia, rabbia, un nodo di rimpianto. Forse sbaglio. Ma c’è l’idea che il mondo mediterraneo abbia preso una direzione sbagliata, che tutto vada visto nella prospettiva della compassione e dunque del disastro: è così?

La storia del Mediterraneo non ha preso una direzione sbagliata secondo l’opinione di Alberto Negri: è un fatto evidente, basta guardare i popoli mediterranei. Crollano paesi, Libano, Algeria, Siria, Turchia, Egitto, interi popoli che vivono sotto dittatura con livelli di vita, economica, sociale, politica, culturale, molto bassi. È da quarant’anni che attraverso quei luoghi e la situazione, al posto di migliorare, peggiora. La Libia è un paese che cammina sulla ricchezza del petrolio, con un livello di vita assolutamente infimo; in Libano non c’è l’elettricità, arriva a stento l’acqua; la Siria è sotto sanzioni… fai un po’ tu.

Chi domina oggi sul Mediterraneo?

Non esiste una dominazione univoca, ma spartizioni che connettono le grandi potenze a quelle regionali. Il “Patto di Abramo”, il documento elaborato nel 2020 dagli Stati Uniti durante la presidenza Trump, in questo caso è molto interessante. Stipulato con Israele e gli Emirati Arabi, fa parte della nuova strategia americana di appaltare la sicurezza del Mediterraneo alle potenze regionali. In questo contesto, è stato recentemente firmato lo storico accordo militare tra Israele e Marocco. Gli Abraham Accords pongono un discrimine tra chi fa parte del “patto” e chi ne è escluso. Da qui, l’azione di Turchia e Russia, evidente in Libia, con i mercenari russi in Cirenaica e Erdogan in Tripolitania. In questo quadro, diventa sempre più ininfluenze l’azione delle potenze europee.

Dunque, cosa dobbiamo fare?

Smettere di pensare al Mediterraneo come uno spazio in cui imporre “stabilità e sicurezza” a spese dei popoli. Gli “Accordi di Abramo” sono il modo con cui le grandi potenze cercano di appaltare ad altri i problemi che esse stesse hanno creato, in seguito alle guerre che hanno scelto di scatenare.

E l’Italia? Cosa fa? Resta a guardare?

L’Italia, come ho scritto qualche giorno fa, è protagonista di una sorta di Truman Show della politica estera. È un paese che non ha alcun tipo di influenza, incapace di affermare i più basilari principi morali, facendosi sbeffeggiare da quella sorta di Pinochet del Mediterraneo che risponde al nome di al-Sisi.

Il caso Patrick Zaki però si è risolto in successo.

L’idea di smaltare la liberazione di Zaki come una brillante operazione diplomatica nostrana fa parte della solita, stucchevole, abitudine italica da leccapiedi. Il caso Regeni, piuttosto, purtroppo, è eclatante. Si tratta di un cittadino italiano torturato e ucciso. Ormai sappiamo i nomi di chi lo ha massacrato, svelati dalla magistratura italiana; la Commissione parlamentare d’inchiesta ha riconosciuto che i responsabili dell’assassinio si trovano all’interno degli apparati di sicurezza e delle istituzioni egiziane. Eppure, continuiamo a vendere armi all’Egitto. Un governo che permette che le sue istituzioni siano prese costantemente in giro, sonoramente sbeffeggiate, è un governo dovrebbe essere preso a calci nel sedere. Le faccio un esempio: al Med Di Maio e Draghi hanno fatto grandi discorsi, pieni di retorica, sul dialogo nel Mediterraneo, la cooperazione e la difesa dei diritti umani; eppure, nessuno di quei bellimbusti ha pronunciato la parola Regeni, nessuno dei due ha pensato di citare la vicenda Zaki. E tu sei cittadino di un Paese come questo… La verità è che se non ci fosse la stampa, Patrick Zaki e Giulio Regeni sarebbero sepolti da tempo, sotto metri di retorica e di incapacità totale.

E la Cina? Come si muove nel Mediterraneo? Lo annusa, lo ignora, ha mire di conquista…

La Cina, come sempre, si muove acquisendo basi economiche. Ha stretto contratti con Israele sul porto di Haifa, fa accordi con la Turchia, ha messo un piede in Libia, perché è interessata al porto di Misurata, tra i più interessanti vista la profondità delle acque. Ha una base militare a Gibuti. Insomma, è la “strategia del filo di perle”, tipicamente cinese: si tratta di prove di egemonia. Il terreno, nonostante la presenza di Usa, Russia e Turchia, è fertile e i cinesi godranno, nel tempo, di una sempre maggiore influenza economica. Pensa alla Russia: un tempo era il maggior partner dei paesi europei, oggi si è voltata verso la Cina con legami di interscambio commerciale che raggiungeranno, fra tre anni, 200 miliardi di dollari.

Ogni viaggio che racconti sembra sempre l’ultimo. Che cosa anima un reporter di guerra? La noia, il gusto del rischio, l’avventatezza, la voglia di giustizia, la fame del bel gesto, un certo nichilismo? 

La curiosità. Il senso di avventura. Il desiderio di vedere altri popoli, e di fuggire dalla palude italica, che è ancora più palude di quarant’anni fa. Un paese, il nostro, dove vedo gente che blatera di “dittatura sanitaria” senza aver mai conosciuto la dittatura autentica e tanto meno l’apartheid.

Ti riferisci ai no vax…

Mi riferisco alle esagerazioni espresse da cretini quotidianamente intervistati in tivù. I no vax, in fondo, non sono no vax, perché l’italiano ha paura della morte e in larga parte si vaccina. Chi va in tivù sono cialtroni senz’arte né parte, magari vaccinati, che sfruttano il momento per quel minuto di celebrità che, come sappiamo, non si nega a nessuno.

La città che ti ha segnato di più.

Algeri. Ho vissuto lì gli anni di piombo delle teste mozzate e dei cadaveri a pezzi, messi insieme con il fil di ferro. Ho vissuto la paura. E la solitudine. La paura mangia l’anima è il titolo di un grande film di Rainer Fassbinder. Io direi, la paura e la solitudine. Mangia la tua anima. Mangia l’anima di interi popoli.

La città in cui vorresti tornare… ora.

Beirut. Vorrei tornare e starci, anche se sta attraversando una delle fasi più tristi della sua storia. La Beirut di oggi è stata lasciata sola, se ne parla pochissimo. I libanesi sono stati lasciati soli, fuori dal palcoscenico dei grandi eventi della storia, abbandonati a se stessi.

Mi è sempre parso che nei grandi articoli degli inviati di guerra ci fosse un tasso superiore di ‘letterarietà’. Più il fatto è concreto, conturbante, più lo si racconta con una mitragliera retorica, lirica, adatta. In controluce, leggo, spesso, Conrad e London, Malraux e, chessò, il Flaiano di Tempo di uccidere. Quali sono stati – sono – i tuoi maestri di stile e di mestiere?

Albert Camus. Lo dico subito. Lui è stato il mio vero maestro. Mi ha influenzato da quando l’ho letto la prima volta, a 14 anni. Penso sempre a La peste, allo Straniero, a Meursalult, alla sua fine.

Mi dici sempre dove vorresti tornare. Ti chiedo dove vuoi andare.

Lungo una bella strada, dritta, verso il camposanto. Il fatto che tutti andremo al camposanto la sento come una sicurezza. Poi, è ovvio, spero che quel viaggio arrivi il più tardi possibile, nel miglior modo possibile.

Fuor di metafora.

Vorrei andare nei luoghi meno battuti, lontano dalle città, lontano dai riflettori. Voglio vedere come vive la gente, lì, sperando di trovare qualche illuminazione in questa vita terrena.

Credi?

No. Accetto tutte le fedi e le religioni, ma credo che l’uomo abbia in sé una sorta di religione della sopravvivenza, che è quella dell’uomo uscito dalle caverne. Quell’uomo aveva conoscenze immensamente superiori alle nostre. Noi, ora, facciamo un percorso inverso: tramite la scienza e la tecnologia tentiamo di recuperare quella conoscenza perduta.

Dimmi l’incontro, mediterraneo, indimenticabile. 

Sono tanti. Tanti volti. Tanti amici. Tutti quelli che mi hanno aiutato a vivere e a sopravvivere in quei luoghi complicati.

Hai avuto paura di morire, hai paura della morte?

Tutti, in misura diversa, abbiamo paura della morte. Paradossalmente, qui in Italia sento la morte molto più che nei luoghi di guerra in cui sono stato. In questo paese l’acquiescenza a certi modelli, a un certo modo di vivere ha raggiunto livelli insopportabili. Mi sembra di stare tra morti viventi.

Quindi, come vivi?

Credo che bisognerebbe fare come Federico Caffè e Ettore Majorana. Sparire. Diventare un rompicapo per questi quattro pirla che vogliono la tua morte. Eppure, occorre sempre combattere, non arretrare mai, di fronte a chi non aspetta altro che tu ti arrenda.

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