America contro America

Lo diciamo subito: non si tratta del classico instant book sulle elezioni americane. Non parla della presidenza Trump né del programma di Biden. GOG Edizioni non insegue l'attualità, l'attualità è già passato, è il respiro di un attimo. Noi vogliamo vedere quello che succede nelle viscere di un secolo, occuparci di come le idee vengono ruminate dallo spirito del tempo. Fatta questa premessa, ecco la nostra ultima novità: America contro America di Luca Giannelli.
Lo diciamo subito: non si tratta del classico instant book sulle elezioni americane. Non parla della presidenza Trump né del programma di Biden. GOG Edizioni non insegue l'attualità, l'attualità è già passato, è il respiro di un attimo. Noi vogliamo vedere quello che succede nelle viscere di un secolo, occuparci di come le idee vengono ruminate dallo spirito del tempo. Fatta questa premessa, ecco la nostra ultima novità: America contro America di Luca Giannelli.

Di là un Donald Trump che si rifugia sul monte Rushmore, all’ombra dei padri fondatori, per attaccare il «fascismo di sinistra» e «una campagna spietata per cancellare la nostra storia, diffamare i nostri eroi, cancellare i nostri valori e indottrinare i nostri figli»; di qua un quotidiano come il «New York Times» che pur di non dar tregua al presidente arriva perfino a gettare ombre lunghe sulla “complicata” eredità dei quattro presidenti i cui volti da quasi un secolo fanno tutt’uno con le rocce delle Black Hills, nel South Dakota: Washington e Jefferson possedevano schiavi, Lincoln era «riluttante e in ritardo» nell’emettere il proclama di emancipazione e Roosevelt «ha cercato attivamente di cristianizzare e sradicare i nativi americani», senza risparmiare nemmeno lo scultore Gutzon Borglum, in odor di Ku Klux Klan e coinvolto in un progetto anche in Georgia per commemorare i leader confederati. L’ultima istantanea giuntaci da oltre Atlantico, originata dalla violenza iconoclasta contro i monumenti storici “scorretti”, scatenata a sua volta dall’ennesimo atto di violenza razzista (il brutale omicidio a Minneapolis di un nero da parte delle forze dell’ordine), con consueto seguito di rivolte popolari e il molto meno consueto contorno polemico tra Twitter e lo stesso Trump per via di un messaggio presidenziale semi-censurato, racconta bene il grado di estremizzazione in cui è sprofondata la società americana, con una superficialità di pratiche e temi inversamente proporzionali alla profondità delle radici storiche chiamate in causa. Ma non racconta solo questo. Racconta una volta di più come l’americanismo (con il suo inseparabile opposto, l’anti-americanismo) continui a rivelarsi un sentimento (o ideologia?) multiuso, e allo stesso tempo come l’elezione del repubblicano sui generis Trump abbia fortemente alterato l’atteggiamento del mondo intellettuale liberal-progressista, proprio quello stesso mondo dimostratosi nel complesso quanto mai comprensivo per non dire compiacente invece, a inizio millennio, nei confronti del suo pre-predecessore George W. Bush, la cui denuncia delle famose armi di distruzione di massa diventò ipso facto il lasciapassare per una guerra scellerata di cui il mondo occidentale continua a pagare le conseguenze.

Luca Giannelli ci parla delle due anime di un Paese ribelle per vocazione e giovane per anagrafe, più a suo agio con la praticità che con l’eleganza, eppure riuscito a imporre il proprio stile di vita a livello globale.

Oggi nessuno ha più voglia di parlare di guerra preventiva o di esportazione della democrazia, e si fa decisamente più fatica a etichettare come “americana” la politica presidenziale e come “anti-americano” ogni accenno di pensiero minimamente dissidente. Gli otto anni di presidenza Bush, di fatto, è come se fossero stati rimossi, sospesi dalla storia, annacquati dall’era Obama e scombussolati dall’elezione di un presidente assolutamente inaspettato e particolarmente fuori dagli schemi come Trump, riuscito a trascinare però con sé fuori dagli schemi anche molta parte dell’informazione, come dimostrano le vivaci polemiche all’interno dello stesso «New York Times», scoppiate in seguito alla pubblicazione di un editoriale considerato troppo vicino al presidente. A differenza dell’autorevole quotidiano newyorkese, scusatosi poi anche quella volta, come da abitudine, per aver dato all’epoca per buona la notizia delle armi di distruzione di massa, da noi nessuno dei principali organi di stampa né tantomeno televisivi ha pensato bene di fare ammenda.

«Amo l’America, la terra dei diritti. Abbiamo il diritto di bruciare le
bandiere ma anche quello di portare armi, e se bruci la mia bandiera ti sparo. Da buon americano»

Johnny Cash

In compenso, anche in Italia, sparute eccezioni a parte (più per fedeltà a schemi ideologici che altro) ha preso il via fin dal giorno della sua elezione una battaglia a tutto campo contro il nuovo presidente, con una parola, impeachment, evocata a ogni piè sospinto a partire dal giorno dopo la sua elezione (abbiamo visto poi come è andata a finire…) e una locuzione, “America first”, tutt’altro che originale ma assurta a nuova, contorta vita come sinonimo di sovranismo, populismo e tutto quel che segue, accompagnate quasi sempre da un’analisi dell’operato della amministrazione trumpiana in cui la fin troppo facile denigrazione personale ha di regola la meglio su qualsiasi discorso criticamente articolato a proposito di una politica che a ben vedere, almeno fino all’esplosione del corona virus gestita come peggio forse non si poteva, non si stava discostando in misura significativa dal solco classico del conservatorismo americano. Il risultato è che – un po’ come l’Italia ai tempi del berlusconismo – mai gli Stati Uniti sono parsi così divisi: con i partiti democratico e repubblicano rappresentati da due candidati non proprio ideali, sprofondati in una crisi dalla quale non sembra abbiano alcuna voglia di uscire; un elettorato molto polarizzato, spaccato tra favorevoli e contrari, in perfetta sintonia con la subcultura facilona del mi piace/non mi piace e con l’immancabile ritorno a galla di due termini la cui ripetizione ossessiva è pari ormai solo alla loro consunzione semantica: americanismo e anti-americanismo, appunto, concetti tanto esaltati e tanto demonizzati da finire per formare i labili contorni di un vuoto.

Un vuoto la cui forma assomiglia molto a quella degli Stati Uniti. Scrittori come Thoreau, Whitman, Twain, Salinger o la stessa beat generation, considerati oggi quintessenza dell’americanità, sono stati nel corso del tempo più volte censurati e messi al bando; se il cattolicesimo era considerato dai protestanti militanti come antidemocratico e quindi antiamericano, il Ku Klux Klan si dichiarava profondamente americano proprio come Andy Warhol; un imperialismo destinato a diventare nel secondo Novecento connotato americano per eccellenza giudicato «estraneo alla tempra e al genio di questo popolo libero e magnanimo» da un presidente come William McKinley artefice della vittoriosa guerra a Cuba contro gli spagnoli; un fenomeno come il proibizionismo definito dal presidente Hoover nel 1928 «un grande esperimento sociale ed economico, di nobili intenti e propositi lungimiranti» che causa a New York la nascita di 32mila bar clandestini (i cosiddetti speakeasy), il doppio di quelli esistenti prima del proibizionismo, rivelatosi una manna per le organizzazioni criminali; un personaggio come Edgar G. Hoover, definito «leggenda vivente» da Nixon, capace, grazie alle sue famose schedature, di gestire il potere per quasi mezzo secolo e otto presidenze (dal 1924 al 1972) morendo poi nel suo letto; una piccola rivista newyorkese come «Partisan Review», cuore dell’intellettualità ebraica e mai andata oltre le diecimila copie, diventata negli anni Quaranta la più autorevole e influente voce culturale del Paese; il “pervertimento” del vero spirito americano diventato uno dei leitmotiv del potere contro la contestazione degli anni Sessanta; lo stesso piano di riforma sanitaria di Obama definito anti-americano nello stesso identico modo in cui il fronte Neocon aveva definito gli intellettuali non allineati con la dottrina guerrafondaia di Bush.

Oggi, una ventina d’anni più tardi, superata quella frenesia giustificazionista fin troppo disinvoltamente rimossa dalla memoria, dovremmo poter guardare al mondo statunitense per quel che è sempre stato: un immenso concentrato di contrasti e paradossi, che ha visto affermarsi però alla metà del Novecento, in un Paese che non ha mai abbandonato nel suo cuore più profondo la rude semplicità della frontiera, il trionfo comunicativo di un modello internazionale liberal e di avanguardia. Un trapasso strutturale, paradigmatico, in fondo già apocalitticamente immaginato a inizio dell’Ottocento da Thomas Jefferson, uno dei quattro presidenti in bella vista sul Rushmore: «Il nostro nemico ha la stessa consolazione di Satana quando scacciò i nostri progenitori dal paradiso: da una pacifica nazione agricola ci farà diventare una nazione militare e industriale».

Un popolo nato sulla dissidenza e intimamente isolazionista, ancora oggi privo per il 68% dei suoi residenti di passaporto, assurto nel XX secolo non solo ad arbitro ma addirittura ad artefice dei destini mondiali, fisiologicamente allergico a ogni teorizzazione e pragmatico eppure profondamente idealista, che ha conquistato tanta parte del mondo culturale negando di essere e fare “cultura”. Un Paese dove la lotta per l’indipendenza è stata guidata da un’aristocratica élite di anziani rivoluzionari che pensavano alla Grecia classica, dove democrazia e violenza sono a tal punto legate da far partorire a Samuel Colt uno slogan altrove inimmaginabile come «Dio ha fatto gli uomini alti e bassi, io li ho resi tutti uguali», dove orrore e innocenza possono perfino incredibilmente abbracciarsi come fotografato dall’omicidio di John Lennon, compiuto dal giovane Mark David Chapman che aveva comprato l’arma grazie ai soldi ricavati dalla vendita di una stampa di Norman Rockwell e in tasca teneva una copia de Il giovane Holden di Salinger… L’America del popolo e l’America della power élite, l’America che guarda a ovest e quella che guarda a est, l’America dei cow boy e quella dei salotti esclusivi di Manhattan, l’America raccolta in comunità chiuse in se stesse e l’America sceriffo imperialista, capace di attirare su di sé i sentimenti più contrastanti. Se è vero che l’America è sempre stata un mistero, o più precisamente un costrutto selettivo, definito più dal conflitto dei suoi elementi che da qualsiasi denominatore comune, è vero anche che mai questi elementi costitutivi sono parsi così logorati, così frastornati come nel corso degli ultimi decenni.

Contrasti, paradossi e anche, inevitabilmente, equivoci. Prima che fosse dato nel 2009 a Obama (sulla fiducia, si può dire, forse per festeggiare il sollievo per la fine dell’era Bush jr. o forse solo per salutare l’ingresso alla Casa bianca del primo inquilino nero), il Nobel per la pace era stato assegnato a Theodore Roosevelt (1906) e a Woodrow Wilson (1919), due presidenti che più diversi forse non si può immaginare ma curiosamente uniti dalla sindrome interventista. Roosevelt il giovane eroe della guerra ispano-americana e degli orrori nelle Filippine, l’unico ad aver giurato senza la Bibbia, convinto assertore della superiorità della razza bianca, appassionato di safari e del far west, dei romanzi di Wister e dei quadri di Remington, fiancheggiatore del Giappone espansionista in Corea (il cowboy come il samurai) e infine negoziatore di pace tra Russia e Giappone, ciò che gli valse infine un premio Nobel che certo non può intendersi alla carriera… Da parte sua Wilson, riservato e serioso professore di Princeton ben poco entusiasta dell’immigrazione dall’Europa meridionale e dell’est, uno dei pochissimi presidenti privi di soprannome, è quello che dopo essere stato eletto la prima volta nel 1912 contro a «una guerra con cui non abbiamo nulla a che fare» e rieletto nel 1916 dopo una forte campagna anti-interventista, si era infine schierato a favore dell’intervento e portato gli Stati Uniti in guerra, diventando in casa propria l’artefice di una violenta politica repressiva fatta di leggi speciali, paragonabile solo a quelle di Truman e poi di Bush… Una società, quella americana, diventata dagli anni Sessanta in poi per noi familiare quanto può esserlo la neve per un eschimese ma ancora per molti versi sconosciuta. «Arrivano gli americani, garibaldini marziani», cantavano una volta gli Stormy Six, e in effetti nel dopoguerra proprio così erano percepiti, decisamente più ammirati che capiti, più ballati che conosciuti, guardati – al di là del famoso lamento togliattiano del 1947 «ma come sono cretini» – con pari diffidenza tanto sul fronte comunista che su quello cattolico.

«Tutti hanno una propria America, tutti hanno frammenti di un’America
immaginaria che credono esista e che non possono vedere. Quando
ero piccolo non mi sono mai mosso dalla Pennsylvania, m’immaginavo
cose che credevo stessero capitando nel Midwest o nel Sud, o in Texas,
cose di cui sentivo la mancanza. E mentre ti accade, la vita non è
mai un’atmosfera finché non diventa memoria. Per questo gli angoli
immaginari dell’America sembrano così densi di atmosfera, perché li hai
messi insieme da scene di film, da canzoni, frasi di libri. E vivi tanto nella
tua America da sogno, che ti sei fatto con l’arte, le smancerie
e le emozioni, quanto nella tua America ideale».

Andy Warhol

Il primo rivelatosi completamente sordo alle lucide aperture gramsciane («l’anti-americanismo è comico, prima di essere stupido», aveva scritto l’autore dei Quaderni del carcere), il secondo che nemmeno tanto sotto sotto continuava a condividere col primo le perplessità nei confronti di una società giudicata troppo anti-intellettuale, troppo massificata, troppo consumistica, sia pur considerandolo il Paese che ci aveva salvato economicamente e sotto la cui ala ancora ci ritroviamo, perfino nonostante Trump e un quadro internazionale mai apparso dai tempi delle Seconda guerra mondiale così fragile, così instabile, così incapace di offrire risposte e soluzioni politiche, economiche e sociali, con le ultime amministrazioni Bush jr. e Obama a significare due facce opposte – quella della follia super interventista e quella della costante, problematica ricerca del compromesso – di uno stesso identico disagio, perfettamente testimoniato del resto dalla corsa a due Trump-Clinton: uno così mal sopportato e perfino detestato dallo stesso establishment repubblicano, la seconda così poco amata dalla parte più socialisteggiante del suo partito e anche da un popolo istintivamente portato a guardare – specie dopo la crisi del 2008 – con sospetto ogni cosa provenga dalle élite politiche e finanziarie… Mai la classe politica italiana è parsa così imbarazzata, così dibattuta tra il sostenere lo storico, fondamentale alleato e il sottolineare tutta la distanza possibile da un presidente difeso il più delle volte solo per ragioni strumentali e che di fatto, complice una certa cronica superficialità della nostra informazione, ha finito per catalizzare su di sé – “Trump first”, sarebbe davvero il caso di dire – tutto l’americanismo e l’anti-americanismo possibili immaginabili, facendoli rimbalzare in un’Europa dove agire ha sempre voluto dire pensare (il cogito ergo sum di Cartesio), perfetto opposto simmetrico del «pensare è agire» di emersoniana memoria.

Nel corso della storia, alla persistente difficoltà di guardare qui da noi alle cose americane con occhi americani, alla carsica fedeltà a quella visione altezzosa e ben poco filo-atlantica espressa a suo tempo da Clemenceau («L’America è l’unica nazione nella storia miracolosamente passata direttamente dalla barbarie alla degenerazione senza transitare per l’abituale stadio della civiltà») ha fatto riscontro dalla parte oppo- sta lo sguardo duplice tenuto nei confronti dell’Europa: cuore della conservazione contro la quale ci si era ribellati, e insieme ammirato modello alto cui guardare, magari con qualche complesso di sudditanza, in senso anti-western. Quando Trump parla, mutuando un vecchio slogan reaganiano, di “Make America Great Again” o Biden di «una battaglia per l’anima dell’America» entrambi non fanno altro che riferirsi implicitamente a due termini – americanismo e anti-americanismo – che, per quanto consunti, si rivelano a quanto pare ancora irrinunciabili, in una campagna presidenziale che comunque vada a finire, porterà nella famosa camera ovale il presidente più vecchio della storia, segno eloquente della crisi attraversata dalla politica d’oltreoceano; ma ancora prima, di quel sordo malessere sociale che Bruce Springsteen aveva già denunciato apertamente a metà anni Novanta in un brano come The Ghost of Tom Joad, che raccontava proprio delle tante vittime della globalizzazione destinate a rivelarsi poi decisive, una decina d’anni più tardi, per l’elezione di Trump. Al fondo di questo libro non c’è solo il tentativo di dimostrare come sia diventato ormai impossibile parlare dell’attualità americana in termini di americanismo e anti-americanismo – di America e contro America, appunto – a meno di non voler fare ideologia o cadere vittime di strabismi linguistici.

«E va bene: siamo due Nazioni».

John Dos Passos

C’è insieme la volontà di ripercorrere – seguendo le tante vicende avvenute nei mondi dell’arte, dell’architettura, del cinema e della cultura in genere – i come e i perché del cambiamento di immagine e di paradigma vissuto dagli Stati Uniti da fine Ottocento in poi. Un cambiamento partito da lontano, ma affermatosi clamorosamente negli anni Quaranta del secolo scorso, quando a furor di politica si impose un nuovo Rushmore comunicativo, un nuovo canone americano e occidentale, appunto, istruito e cosmopolita, in cui un ruolo inedito e di primo piano ebbero lo stalinismo e la componente intellettuale ebraica. Un cambio di identità salutato come il vero inizio della maturità americana da un liberalism su cui la Guerra fredda e il maccartismo avevano operato un mutamento decisivo in senso conservatore, e invece letto, sull’altro versante, come definitiva rinuncia alla convinzione turneriana secondo cui «il punto di vista vero per capire la storia di questa nazione non è la costa che guarda l’Oceano Atlantico, è il grande West», proprio quella cui sembra riferirsi la giovane Katharine Hepburn di Palcoscenico (Stage Door, George Cukor, 1937), quando, rivolta al padre, dice della madre: «Passa il tempo con le amiche, pensa ai vestiti e le serate a giocare a bridge: è per questo che hanno lottato i nostri nonni pionieri?». Una tradizione che non solo non ha mai smesso di respirare nel rudimentale rompicapo dell’«americano puro», ma non ha nemmeno mai smesso di risuonare tra noi europei, nel bene e nel male, tanto da far concludere a Jean-Luc Godard – gramscianamente – che «l’unico suggerimento che si può dare non è se essere o non essere americani, ma di non essere stupidamente americani». E forse diventa perfino inutile avvertire i lettori che a mancare, in questa sede, sarà forse proprio il lieto fine, quel “democratico happy end” col quale, secondo Adlai Stevenson, «gli americani, nel loro subconscio, hanno sempre dato per scontato si dovessero concludere tutte le storie».

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