“Questa guerra è una guerra strana”. Gli appunti di Francesco Semprini

Inviato de "La Stampa" in Ucraina, Francesco Semprini, già reporter di guerra, annota le sue riflessioni dal fronte. Un viaggio da Kiev fino al Donbass.
Inviato de "La Stampa" in Ucraina, Francesco Semprini, già reporter di guerra, annota le sue riflessioni dal fronte. Un viaggio da Kiev fino al Donbass.

Andare sul campo, in zone di guerra, significa intraprendere un lungo viaggio. Cosa hai messo in valigia prima di partire?

Ogni missione è un lungo viaggio, indipendentemente dalla durata in sé. In valigia metto innanzitutto la preparazione del viaggio, che vuol dire studiare il posto dove vado dal punto di vista geografico, storico, politico e militare, capire le usanze del posto per capire come relazionarmi con le persone, capire che tipo di lavoro si può fare, come e con chi. Questo è il principale bagaglio. Per quanto riguarda la dotazione fisica, ho un armadio a Roma con tutta l’attrezzatura e il vestiario per le missioni che può variare a seconda del luogo dove vado, della stagione, ma in linea di massima è sempre lo stesso. In alcuni casi posso portarmi qualcosa di più; in questo caso ad esempio ho portato la maschera antigas per il rischio di attacchi chimici, ma in linea di massima è uno stock che mantengo tale così so cosa devo andare a prendere e dove prenderlo.

Riesci a restare lucido, nonostante le condizioni climatiche e di tensione che vivi quotidianamente da ormai venti giorni?

Di solito le condizioni climatiche non mi creano particolari problemi, forse un po’ più il caldo rispetto al freddo ma riesco ancora ad assecondarlo in maniera facile. La tensione è quella che mi mantiene vivo, in tutti i sensi. Avere un po’ di tensione ti fa avere anche l’accortezza di evitare i pericoli ed evitare di fare delle stupidaggini. Non sono uno di quelli che dice che non ha paura. Ho paura. Gestisco la paura e la paura mi mantiene vivo, mi fa trovare il coraggio di superare anche le piccole debolezze e i timori.

Quando eri al fronte a Kiev, hai mai avuto la sensazione che i russi volessero effettivamente entrare in città oppure eri convinto che si trattasse solo di una strategia per mettere pressione su Kiev, come poi hanno rivelato i russi stessi, finalizzata a tenere impegnati gli ucraini lì, per raggiungere gli obiettivi militari nel Sud del paese, ben più decisivi per ragioni strategiche, geografiche ed etniche?

Come ho detto, scritto, ripetuto ovunque sono andato, credo che l’armata di Vladimir Putin a Kiev abbia usato solamente un parte della reale potenza che aveva a disposizione, credo un 35%, massimo un 40%. Ad esempio non ha mai utilizzato l’aviazione, che invece è stata utilizzata a Makariv, una cittadina a 70 km ad ovest di Kiev dove l’aviazione ha fatto veramente danni pesantissimi. Io sono andato lì e ci siamo resi conto di quanto l’aviazione faccia la differenza in termini di potenza di fuoco. Credo che a Kiev non sia mai stata usata, come non è stata usata tutta la capacità della macchina militare, per un motivo fondamentale: radere al suo Kiev, per quanto poi non era un’impresa facile perché è una grande città con tanti abitanti, avrebbe evocato immagini spettrali molto lontane, stile Seconda Guerra Mondiale, e sarebbe stato devastante non solo in termini di ritorno di immagine, ma anche di reazione dell’Occidente nei confronti della Russia. Credo che l’obiettivo di Putin sia stato quello di far credere ad un assedio facendo terra bruciata nella regione di Kiev, cioè intorno, a Černihiv piuttosto che a Makariv, creare una leva con la quale poi negoziare qualcosa per concentrarsi sul suo obiettivo reale, che è appunto tutta quella fascia che va da Kharkiv ad Odessa, che non è detto che prenderà, ma magari ne prenderà una parte.

Quindi non credi che gli ucraini siano stati più bravi nell’arte della guerra, almeno su quel fronte militare, e che si è trattato di una vera e propria ritirata?

Gli ucraini sono stati bravi, io continuo a dirlo. Secondo me la sottovalutazione di Putin è stata il fattore Zelens’kyj. Lui pensava di trovarsi davanti un altro Ashraf Ghani, un nuovo Afghanistan, invece Zelens’kyj è lì, si fa vedere, parla ogni giorno con i leader occidentali, è il vero collante della resistenza ucraina, e militarmente parlando gli ucraini se la stanno cavando bene. È un esercito nettamente migliore di quello del 2014, può godere delle armi occidentali… adesso la prova importante sarà questa, con il piano B e quindi la seconda spallata, soprattutto sui fronti orientali e meridionali. Vedremo un po’ come saranno in grado di rispondere a questa nuova invasione russa. Credo che l’interrogativo da porsi è quale sia lo stato di salute dell’armata di Putin, perché ci sono tante teorie e sarebbe interessante approfondire. Io ancora non ho gli strumenti per farlo, però ci sto lavorando.

Zelens’kyj, prima dell’invasione, aveva un gradimento bassissimo. La guerra lo ha rafforzato, complice il fatto di essere rimasto nel paese a guidare il suo esercito?

Si è vero, peraltro ti posso dire che sono andato a visitare il battaglione O, che sarebbe una costola di Azov, quindi parliamo dei nazionalisti, da sempre molto critici nei confronti di Zelens’kyj, addirittura qualcuno lo accusava di essere una quinta colonna russa, adesso invece lo sostengono perché è il presidente della guerra. Come dicevo prima, il fattore Zelens’kyj ha fatto la vera differenza in questo conflitto. Peraltro, ne abbiamo parlato anche con Porošenko, c’è anche una convergenza da parte di Porošenko, del suo battaglione di veterani, anche con Zelens’kyj. È commander in chief nel vero senso della parola perché è il presidente della guerra oltre che per come sta gestendo la campagna. Diciamo che sta facendo al meglio quello che era nelle sue corde, ovvero fare l’attore. È entrato nella parte del presidente e sta recitando questa parte in maniera molto calzante immedesimandosi nel ruolo del presidente. È una bella coincidenza che funziona.

Ma esistono filo-russi a Kiev? O ancora a Kharkiv, dove ti trovavi fino a qualche giorno fa? Dove sono finiti tutti quegli elettori che fino al 2014 avevano votato per Janukovyč?

Per quanto riguarda i filo-russi si, ci sono, ma alcuni se ne sono andati, perché magari avevano paura anche di ritorsioni, alcuni si sono riconvertiti, in alcune parti ad esempio del Donbass, anche in Kharkiv molti filo-russi hanno abbandonato il sostegno alla Russia, ma questo anche prima della guerra, e sono diventati più pro-Ucraina, e altri ancora credo abbiano preso le distanze dopo l’invasione. Poi c’è tutto il capitolo di quei filo-russi che sono ancora qui e lavorano in qualche modo per Putin. I vari sabotatori piuttosto che i fiancheggiatori, le quinte colonne, ma quello è un capitolo a parte e riguarda un numero più esiguo. Però è un fenomeno interessante di questo conflitto e abbiamo avuto modo anche di conoscerli e di parlare. Dove sono gli elettori di Janukovyč… ritorniamo alla fattispecie dei filo-russi: non lo so e credo che si guardino bene dal farsi vedere, notare, girare, in questo momento. Il sentimento ucraino è molto anti-russo e anti-Janukovyč.

Quando parliamo di resistenza ucraina di chi parliamo? I civili armati partecipano alle operazioni, oppure è gestita esclusivamente dai militari? Si vedono tante armi in circolazione? Sono effettivamente tutti armati?

Se parliamo di resistenza, da quello che ho visto a Kiev, a Kharkiv, adesso sono a Dnipro, andrò in Donbass… ho visto sempre una resistenza fatta di militari nel senso di esercito, o militari della guardia nazionale ma sempre militari. Di civili al fronte ne ho visti molto pochi, mi sembra qualcosa di molto più professionale, di militare, o di persone che sono tornate a fare il militare, eccetera. Poi c’è tutto il capitolo dei paramilitari, che però è un qualcosa a sé e se vogliamo sanno combattere tanto quanto, se non più, dei militari stessi. Per quanto riguarda i civili invece ho visto una grandissima mobilitazione di volontari che costituiscono un po’ la spina dorsale di tutto l’apparato a sostegno dei militari, quindi coloro che si occupano della parte della sanità, medici, paramedici, eccetera, e della logistica, trasporto delle armi, dei feriti, dei rifornimenti, che è una gigantesca macchina che è stata messa in piedi proprio dal volontariato e dell’aiuto proveniente dai paesi occidentali. Però devo dire che perlopiù la macchina della difesa sul campo è gestita dai militari. In alcuni casi mi sembra anche abbastanza bene, in altri un po’ meno… però ripeto, c’è stato un grande, incredibile miglioramento, rispetto al 2014 del dispositivo militare ucraino. Si vedono tante armi in circolazione perché siamo in guerra, quindi è logico che girino armi. In realtà io non ho visto questa distribuzione di armi indiscriminata dove i civili prendono le armi in mano. Probabilmente nei posti in cui sono stato c’è stato un controllo maggiore, o comunque è stato fatto in maniera più defilata, però mi hanno riferito di persone che hanno imbracciato il fucile e sono andate in giro armate. È logico che in una situazione di questo genere se si recluta un po’ tutti e gli si mette un’arma in mano c’è un rischio.

Hai la sensazione, dalla tua posizione privilegiata, che possa esserci il rischio di una ”sirianizzazione” (proxy war, bassa-mesia intensità ma di lunga durata, continue violazioni del cessate il fuoco in caso di un accordo) del conflitto?

C’è il rischio che la guerra diventi a bassa intensità man mano che si restringe l’area di interesse del conflitto, però adesso siamo ancora in una situazione dove il conflitto è ampio perché va da Kharkiv a Odessa, quindi non credo che ci sia questo pericolo. Poi c’è anche l’elemento info, non di info war ma come info di attenzione dell’informazione, che è ancora molto elevato, il che mantiene il conflitto un conflitto vivo. Su ciò che accadrà dopo non lo so, ma io credo che per vedere il dopo dobbiamo aspettare ancora molto, non credo sia un conflitto che si chiuderà in tempi, non dico nemmeno rapidi, ma in tempi visibili. Credo che questa cosa andrà avanti perché non c’è uno spiraglio di dialogo, nessuno vuole concedere qualcosa; Putin vuole portare a casa un risultato e gli ucraini non vogliono concedere un metro quadro di terra, quindi non credo ci siano i presupposti per una soluzione diplomatica né tantomeno militare. La soluzione militare è quella del confronto. Quindi a mio avviso dovremmo aspettare un po’ per vedere quello che succederà dopo, a meno che non ci siano colpi di scena.

Come spieghi la capacità degli ucraini di aver formato un esercito in così pochi anni? Ci sono advisor stranieri, oltre che combattenti come hai raccontato nei tuoi reportage su La Stampa?

Si, assolutamente si, credo che ci sia una componente di influenza estera. Credo che ci siano degli advisor internazionali, degli armamenti internazionali, un addestramento internazionale, quindi c’è stata una forte influenza. C’è però anche il sentimento di creare una forza di difesa che nasce proprio dopo la guerra in Donbass. Sono fattori diversi che hanno permesso di creare un apparato di sicurezza militare abbastanza rilevante, tale da poter tener testa, almeno in questa fase, ai russi.

È bizzarro che quella ucraina sia una guerra difficile da capire, nonostante la massiccia copertura mediatica, e la presenza di molti inviati sul campo. Come spieghi questa contraddizione se effettivamente la consideri come tale…

È una guerra strana, è una guerra molto strana, che unisce una dimensione novecentesca, sul campo, cioè una guerra di posizione, una guerra di trincea, quindi addirittura andiamo indietro alla Prima Guerra Mondiale… mi ricordo sempre quando mio papà, che è stato un ufficiale dell’esercito, mi raccontava la Prima Guerra Mondiale come la guerra di trincea, la guerra del freddo patito dai nostri soldati, poi sono andato a rivedere sulle Dolomiti i percorsi scavati delle trincee durante quella guerra… è abbastanza simile per certi versi questa guerra, ma al contempo c’è un elemento proiettato sulle armi sofisticate, i droni. Io sono stato in prima linea, ho visto che loro con i droni telecomandati facevano le ricognizioni per individuare le postazioni, ma poi ci sono i droni turchi, un drone in particolare è diventato l’oggetto e il titolo di una canzone patriottica che sta spopolando su YouTube, quindi insomma tutto proiettato nella dimensione dell’ultramodernismo bellico. Ma, soprattutto, c’è la dimensione dell’info war, ovvero la quarta dimensione bellica che, lo dico in romano, butta tutto in caciara. Nel senso che confonde più che chiarifica, disinforma più che informa, nasconde più che mette in luce, e questo è l’altro grande elemento di questa guerra, che appartiene un po’ a entrambi. Sulla disinformazione mi sembra, da quello che ho visto sul campo, che i russi disinformino un po’ di più e gli ucraini informino un po’ troppo. Però è un elemento che sicuramente non aiuta a capire questo tipo di conflitto. Credo che il compito del giornalista in questo caso sia ancora più importante, cioè mantenere la lucidità e mettere da parte l’emozionalità per guardare, approfondire, riscontrare e formulare una presentazione di news, eventualmente di analisi, che dia al lettore, allo spettatore, all’ascoltatore, gli strumenti con cui giudicare, e non essere lui stesso elemento di giudizio, perché altrimenti viene meno il ruolo dell’osservatore del giornalista e a quel punto tutto è lecito.

Nel tuo libro Twenty hai scritto che quelle di Obama e Trump erano, seppur diversamente, due candidature ”rivoluzionarie”, perché in qualche modo rovesciavano gli schemi e disegnavano nuove coordinate politiche e geo-strategiche. Con Biden, a fronte di quanto sta accadendo in Ucraina, la “fine del secolo americano”, è rimandata?

Si, l’ho scritto, lo confermo, lo sottolineo. Obama ovviamente primo mandato, perché sul secondo è stato molto soldatino democratico, quindi grande scivolone rispetto al primo mandato. Biden è un ritorno alla fine del Novecento. Biden è un Clinton… meno innovativo, anche perché comunque Clinton è arrivato alla fine del ’92, Biden ha poco da innovare, anche anagraficamente parlando, ma è un ritorno a quel tipo di politica, a quel tipo di establishment, a un certo tipo di globalismo, peraltro fuori tempo massimo. Quindi è, a suo modo, una lunga coda di un Ventesimo secolo in cui l’America ha dominato, nella seconda parte, e credo che si sia portato dietro anche una lunga coda di storia del Ventesimo secolo, perché questo conflitto è un po’ una riproposizione in chiave proxy della contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, dove al posto dell’Unione Sovietica c’è la Federazione Russa di Putin e al posto degli Stati Uniti ci sono le sue proxy, che in qualche modo sono l’Europa e l’Ucraina. Proxy, attenzione, non in senso negativo. Proxy perché, ahimè, Biden li ha usati in questa guerra, salvo poi fare un passetto indietro al momento in cui questa guerra è iniziata; io credo che abbia delle responsabilità molto importanti da questo punto di vista che la storia dovrà chiarire e giudicare. L’elemento interessante è che tutto questo ha apparentemente coeso l’Europa e ha fatto diventare l’Ucraina di diritto un Paese europeo. Ma non perché l’ha deciso Bruxelles, ma perché lo hanno deciso gli ucraini. Cioè, laddove c’erano dei dubbi questa guerra li ha risolti, e quindi in questo senso si è riproposto un concetto dell’Europa che, però, ricordiamolo, è un concetto sempre un po’ novecentesco.

La domanda che tutti si chiedono: se ci fosse stato Trump al posto di Biden saremmo in questa situazione? Oppure la guerra sarebbe stata solo posticipata?

Non so quali sono stati gli elementi che hanno fatto scattare il glitch nella testa di Putin, bisognerebbe studiarlo, posso solamente dire una cosa: il Donbass nel 2014… Crimea, Maidan, che dir si voglia… c’è stato con Barack Obama, questa guerra c’è stata con Biden. In mezzo c’è stato Trump e in qualche modo è continuata la guerra a bassa intensità nel Donbass, ovviamente ignorata da tutto il mondo, non solo dall’Occidente. Però Putin era un po’ più frenato. Io credo che Putin temesse un po’ di follia di Trump, cioè, Putin ha fatto una serie di calcoli sbagliati: il fattore Zelens’kyj, però lui si è posizionato bene da un punto di vista di riflessione sull’Occidente, cioè ha visto che la Merkel non c’era più, che Macron era in fase si rielezione, quindi un po’ distratto e anche accondiscendente su certe cose, ha visto Biden che è debolissimo internamente, e ha agito. Un presidente forte come lo è stato Trump nei primi tre anni, fino al febbraio 2020 della pandemia dove poi è crollato tutto, credo che sarebbe stato un deterrente, oltre al fatto che magari Trump glielo schiaffava un missile armato di atomica puntato da qualche parte, quindi lui lo temeva perché è imprevedibile. Il vero asset di Trump è che è realmente imprevedibile, quindi forse sarebbe stato un deterrente. Però poi chi lo può dire. Il problema è capire qual è stato il glitch che ha fatto partire Putin con un’aggressione di questo tipo. Poi ci sarà tutta un’analisi su questo per capire se è stata un’aggressione organica a un determinato progetto più ampio, se è stata improvvisata o meno… questo ci sarà modo di appurarlo in opportune sedi e in opportuni tempi.

Credevamo che il nemico degli Usa fosse la Cina, che l’area prioritaria fosse l’indo-Pacifico, invece adesso la Russia è al centro dei radar di Washington per ragioni abbastanza evidenti, a scapito anche dell’Europa che si ritrova una guerra violentissima nel cuore del continente. Come cambia il rapporto tra Cina e Stati Uniti adesso?

La Cina rimane il principale avversario, concorrente, nemico, che dir si voglia, degli Stati Uniti. Io credo che la strategia non cambi, è rimandata. Come del resto lo era già prima, e tutto quello che c’è stato in questi “twenty” ha rallentato la necessità degli Stati Uniti di inquadrare la Cina come suo principale concorrente. È stato solo un rimandare, un posticipare, dovuto alla guerra al terrorismo, alle primavere arabe, a Trump, all’ISIS, eccetera. Poi, finito tutto quanto, alla fine ci si è dovuti rendere conto che la contrapposizione era USA-Cina. Poi è subentrata la Russia, col fattore Ucraina, su cui gli americani sono molto concentrati, e credo che sia forse un ulteriore elemento di rimando, perché non si è pronti ad ingaggiare questo duello USA-Cina. Ci sono troppe cose in ballo e lo scontro è pesante. Quindi credo che sia un ulteriore rimando funzionale ad entrambi. La Cina ha tutto l’interesse a non risolvere questo conflitto in tempi rapidi perché, da una parte, in qualche modo ridimensiona il partner Russo, dall’altra ne trae forza, perché diventa un punto di riferimento per i russi, e allo stesso tempo consolida la sua egemonia macro-regionale, la stessa cosa per gli Stati Uniti.

C’è la volontà di queste due potenze di ridimensionare la Russia dal nuovo ordine internazionale in fase di costruzione?

Ci sono tutta una serie di vantaggi nel portare avanti questa guerra, energetici, economici, il logoramento della Russia, che fa sempre comodo, e la prova muscolare nei confronti della Cina. E dietro credo, come qualche esperto diceva, ci sia un grande calcolo di analisi dei dati, cioè è un grande… secondo la mia lettura, ma non solo la mia, bensì di gente anche più valida da un punto di vista di analisi, di me… questo è un grande business model su cui incrociare i dati, analizzare, modulare simulazioni, vedere come reagisce, tutto quanto poi sulla base dei dati dell’informazione, della cyber guerra, è un bel laboratorio per le due grandi potenze USA-Cina, quindi insomma secondo me c’è interesse per entrambi di portarlo avanti. Ecco perché dico che non è una guerra che finirà presto. E comunque bisogna vedere cosa si lascerà. Sono accomunate entrambe da una volontà di ridimensionamento della Russia, ma gli Stati Uniti in maniera consistente, la Cina in maniera meno consistente perché la Russia è sempre un bel bastione che separa la Cina dall’Occidente, e averla in mezzo è sicuramente una discreta protezione. Più casino fa la Russia più la Cina può, in qualche modo, farsi i suoi affari lì. Io vorrei capire… perché noi siamo distratti come lo siamo stati durante la pandemia… vorrei capire come è la situazione lì nel Mar Cinese Meridionale, le isole artificiali, Taiwan, Hong Kong stessa dal punto di vista interno politico… insomma sarebbe interessante capire anche questo.

Vorresti aggiungere qualcosa?

Si, una cosa… sto pensando a Ginevra, mia figlia, e sto cercando di capire come raccontarle questa guerra. Io le ho sempre raccontato le mie avventure, le mie missioni di guerra, in maniera molto schietta, anche parlando di morte, perché non sono uno di quei genitori che dice ”oddio della morte non bisogna parlare”, la morte fa parte della vita ed è giusto che uno la sappia affrontare, ci sappia convivere, la sappia gestire e la conosca, perché fa bene così. Ovviamente ho usato il linguaggio di una persona della sua età perché è giusto così, ma un linguaggio comunque adulto. Semplice ma adulto. Questa guerra però è una guerra strana. Ovunque sono andato in guerra più o meno avevo un’idea chiara di come raccontarle il buono e il cattivo… anche qui c’è un buono e un cattivo, c’è un aggressore e un aggredito, ma è una guerra più complicata, che ha delle implicazioni lontane, radici lontane, implicazioni future con proiezioni lunghe. Ma, soprattutto, è una guerra che ha riportato il conflitto in Europa, e quindi vorrei farle capire che le guerre non sono solo le guerre lontane che le ho raccontato fino ad adesso, l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq, il Venezuela, ma una guerra può essere molto più vicina, può riguardarti molto più da vicino, e bisogna essere pronti anche a questo. Credo che un ragazzo di 14/15 anni debba anche tener presente questa situazione. È un po’ come la generazione prima della sua ha vissuto l’11 settembre e vorrei riuscire a spiegarle questa cosa qua, che la guerra può essere anche più vicina di quello che si creda. Ecco, per dirla come dicono gli americani, la guerra può essere anche nel back yard di casa tua.

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