Geopolitica delle emozioni

Combattere per le menti delle persone significa combattere per orientare il consenso pubblico.
Combattere per le menti delle persone significa combattere per orientare il consenso pubblico.

Se il divampare delle ostilità sul suolo ucraino ha mostrato con grande chiarezza come oggi la guerra si combatta prima di tutto nelle menti delle persone, non va dimenticato che ogni strategia poggia su fondamenti, pone davanti a sé degli scopi e deve avere buone ragioni per essere attuata. Non passa più inosservata dunque la massiccia propaganda messa in atto da tutti gli attori impegnati in questo conflitto, a partire dai protagonisti: ma su cosa fa leva questa dialettica esasperata che fino a poco, pochissimo tempo fa risultava tanto incomprensibile alle cancellerie europee da domandarsi se ci fosse effettivamente un senso dietro a simili eventi?

Parlare di guerra oggi in Europa significa instillare una serie di sentimenti contrastanti nell’opinione pubblica. Se da un lato l’Unione Europea ha cementato le sue fragili fondamenta incoraggiando la narrativa pacifista, dall’altro il tempo passa e sempre più acqua passa sotto i ponti a separare la coscienza collettiva dagli orrori della guerra: Kohl aveva già chiaro che, scomparsa la generazione di ‘quelli che la guerra l’avevano vista’, sarebbe stato enormemente complicato costruire il sogno europeo.Le distanze, tanto geografiche quanto cronologiche, hanno un effetto che non siamo più abituati a considerare: generano gap emotivi. 

Ogni uomo porta con sé un bagaglio emotivo che risente, si avvale, si alimenta a partire dalla sua storia, dal proprio vissuto. È abbastanza curioso che non sempre siamo disposti ad accettare che questo valga per interi Paesi: in fondo, a meno di non voler dire che la Tatcher aveva ragione, le società esistono e come tanti – immensi – organismi, sono dotate di una vita che non può dichiararsi totalmente indipendente o altra rispetto alle sue componenti. Combattere per le menti delle persone significa combattere per orientare il consenso pubblico, per farsi forti di un appoggio sociale che sappia di legittimazione morale; combattere per le menti collettive significa conoscere, sfruttare, solleticare le passioni e le turbolenze emotive da cui la storia delle società è inevitabilmente percorsa. Questo è il livello di analisi che manca e che permette di comprendere il significato autentico di quello che si dice quando si parla di diplomazia. Che senso avrebbe la diplomazia se le emozioni non giocassero un ruolo di primo piano? Di fatto, nessuno. Non stupisce quindi che una soluzione diplomatica ad oggi non si trovi: la storia emotiva dei popoli sembra non rientrare nel sistema di pesi e contrappesi che si pensano destinati a reggere la bilancia della pace. 

In Geopolitica delle emozioni, un saggio profetico scritto in tempi non sospetti, il politologo francese Dominique Moïsi ha fornito un prezioso quadro metodologico per interpretare il primo decennio del Duemila: le maggiori potenze del pianeta e le aree emergenti dal punto di vista culturale, economico e sociale sono profondamente attraversate da emozioni, in particolare dal sentimento dell’umiliazione, della speranza e della paura. Per Moïsi quella emotiva è la via d’accesso privilegiata per comprendere la maggior parte delle cose che accadono nel macrocosmo dei rapporti politici tra Paesi: non c’è spiegazione credibile dell’atteggiamento demografico ed economico dei giganti asiatici senza rifermento ad una pervasiva cultura della speranza in un futuro radioso, così come ci si condanna a non capire il perché dello scetticismo e della rassegnazione delle giovani generazioni arabo-musulmane se non ci si cala in un contesto dominato dal risentimento per il costante senso di cocente umiliazione che si avverte sulla pelle. Che cosa ha da dirci un approccio simile sullo svolgersi degli eventi di questi giorni davanti ai nostri occhi?

Geopolitica delle emozioni di Dominique Moisi è stato pubblicato in Italia da Garzanti

In quest’ultimo mese si sono dette tante cose e tanti nomi sono usciti, dagli ideologi di Putin al patriarca Kirill, dai battaglioni nazisti dell’Ucraina alla presunta ipocrisia della NATO. Il filo conduttore, com’è normale e giusto che sia, è sempre stato uno: cercare di dare un senso, delle motivazioni accettabili all’accaduto. È fisiologico che molte volte nella storia questo si traduca in una caccia ai colpevoli, è umano mettere dei paletti ai modi in cui lo si fa. Anyway, direbbero gli americani, ciò che ci interessa è qualcosa di profondamente diverso. Come si giungerà alla pace? Riconoscendo che stiamo assistendo ad una guerra fortemente emotiva e che la Russia si sente molto ferita. Inutile razionalizzare, inutile disquisire sul giusto e sullo sbagliato, sull’oggettivo: la Russia si sente così e questo vale, perché questa è la realtà e solo sulla realtà si può lavorare.

Da cosa sia ferita, non è difficile capirlo: la campagna in Georgia nel 2008 è stato il segnale del ritorno in campo di una realtà, quella russa, che non ha mai smesso di considerarsi una potenza nonostante nei fatti abbia cessato di esserlo per la comunità internazionale. Assistere al progressivo smembramento della propria zona di influenza ha accelerato le cose: ciò che è impero per una volta è impero per sempre, anche Hitler di fronte alla disfatta non volle evitare ‘il funerale vichingo della Germania’. Non si può sopravvivere, se si è destinati al dominio: si può solo dominare o morire. La logica del dominio si innesta dunque su una retorica fortemente evocativa e anche un po’ retrò: il popolo russo è stanco dell’ennesima umiliazione americana, il popolo russo è vittima, il popolo russo ha una missione. L’integrità psicologica di chi si sente umiliato e calpestato nella propria nobiltà di rango prima ancora che nei propri diritti (concetto veramente troppo astratto per un russo) è ciò che fa di questa guerra una guerra davvero pericolosa: la situazione sembra costantemente sull’orlo del precipizio non per l’estensione del conflitto né per gli armamenti finora utilizzati, ma per una isteria latente e virtuale, il fantasma dell’atomica. L’amante impazzito è facile a metter le mani alla pistola; il Presidente Biden e la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica euroamericana lo hanno capito?

Che dire allora del blocco NATO? Anzitutto un distinguo va fatto. In geopolitica non esistono blocchi naturali, ma solo alleanze che – in quanto tali – sono storiche e storicizzabili: in sostanza, vanno e vengono. Quando in un bar scoppia una rissa, ci sono tante alternative possibili per chi si trova lì ma non c’entra niente: prendere parte alla contesa è solo una di esse. Parlare di un’Europa ‘americana’ può essere giusto dal punto di vista dell’influenza politica, economica, militare e naturalmente ‘di costume’, ma non lo è dalla prospettiva di una «mappatura delle emozioni» (Moïsi). Ciò che è accaduto dopo la guerra dei Balcani è una conferma della ‘servitù volontaria’ degli stati europei nei confronti degli USA, nella misura in cui nemmeno una guerra regionale, per quanto distruttiva e violenta come quella scaturita dalla dissoluzione della Jugoslavia, può più essere risolta senza l’intervento americano. Ma questa consapevolezza ha in realtà scavato un solco profondo in Europa: la perdita di centralità nello scacchiere mondiale, se non la si fosse voluta riconoscere, è divenuta un fatto autoevidente e la caduta dell’URSS non ha lasciato intatto nessun reale motivo per riconoscersi univocamente come fedeli vassalli dell’America. Venuta meno la contrapposizione, infatti, è venuto meno il nemico e senza nemico non è detto sia ancora conveniente mantenere rapporti così stretti, così soffocanti.

L’Europa, di conseguenza, non è automaticamente il giardino d’America: nell’ultimo decennio anzi la longa manus americana è stata più e più volte messa in discussione. Dal punto di vista economico, la crescita vertiginosa dei giganti asiatici ha incrinato l’equivalenza tra americanismo e benessere; dal punto di vista militare, la ritirata definitiva in Afghanistan ha non troppo indirettamente sancito la realtà dei fatti per cui gli Stati Uniti hanno interessi e problemi (soprattutto interni) maggiori cui far fronte rispetto a mantenere viva nella mente degli avversari la propria immagine di gendarmi del mondo. È questo sintomo di paura? Probabilmente l’idea di non esercitare più un egemonia totale come in passato spaventa gli States, visto anche che l’unico vero ideale comune che unisca trasversalmente democratici e repubblicani sembra proprio quello dell’egemonia universale. Su questo punto, il sentimento americano e quello russo sono tanto opposti da coincidere: se da un lato cova il revanscismo, dall’altro si insinua la sensazione di perdere il trono con troppa rapidità.

Paura e umiliazione, dunque: mappando le emozioni si comincia a intravedere che la realtà storica, realtà di uomini, non è sospinta da cause ma da ragioni, da motivi incarnati di nervi e di sangue. Il metodo-Moïsi è gravido di risultati e molte conseguenze possono essere tratte dalle evidenze che si delineano: la più lacerante, è che non c’è spazio per la pace in questo genere di tensione, e solo un approccio simile può rilevarlo con tanta lucidità e tanto disincanto. Moïsi aveva individuato nel riconoscimento da parte delle Nazioni Unite della mutata realtà dei fatti, e quindi della necessità di aprirsi a uno scenario globale multipolare unito alla speranza delle economie emergenti dell’Asia – Cina ed India – la strada migliore per il futuro. È chiaro che nelle contingenze storiche in cui ci troviamo una soluzione astratta, teorica, ormai è fuori tempo massimo: è giunto il momento di curare delle ferite, di ridimensionare l’orgoglio, di crescere emotivamente. Questo significa dismettere un abito emotivo, con la conseguenza di mettere in scacco e al contempo tendere una mano alla Russia; ma significa anche ammettere che la via della modernità è molteplice, che l’esperienza storica americana non rappresenta necessariamente l’unico né il miglior mondo possibile.

È forse, inaspettatamente, il tempo dell’Europa, ancora una volta: l’occasione di far pesare una saggezza millenaria, tirandosi fuori dalle dispute e accompagnando sano e salvo il mondo sulla sponda giusta; o forse, altrettanto inaspettatamente, è giunta in mezzo a noi una piccola fine silenziosa, e il cuore del mondo ritorna a battere in quelle regioni dove tutto, in fondo, ha avuto inizio?

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