Le maggioranze non esistono. Parola di Alberto Buela

La nostra indagine sul populismo viaggia su altre latitudini, più precisamente in Sudamerica.
La nostra indagine sul populismo viaggia su altre latitudini, più precisamente in Sudamerica.

L’indagine sul Populismo prosegue con l’opinione del professore argentino Alberto Buela con il quale affrontiamo la questione da altre prospettive: geografiche e di pensiero. Buela, con grande lucidità analizza il reale ruolo che ricoprono Europa e America Latina all’interno del condominio internazionale, convergendo con Alain De Benoist; questo “momento populista” è solo un momento e rappresenta un’altra variante del racconto globalizzante, che viene a giustificare l’idea di un mondo unico.

I nuovi cambiamenti generati dalla pandemia potrebbero costituire un’opportunità per l’Europa e l’America Latina?

Prima di rispondere alla sua domanda vorrei precisare che sono riluttante a parlare del futuro perché è incerto. Ricordiamoci che nel vaso di Pandora è rimasta chiusa la prognosi e non la speranza come erroneamente si traduce.

Ci spieghi meglio.

Pandora, che possedeva una curiosità insaziabile, camminando per casa osservò un grande vaso in cui Prometeo, faticosamente, aveva racchiuso tutti i mali che potevano danneggiare l’uomo. Ella tolse con le mani il coperchio lasciando scappare tutti i mali tranne uno: Ελπις =Elpis, termine che è stato erroneamente tradotto come speranza. A ben pensarci, infatti, non vi è alcun senso nel collocare la speranza in mezzo a tutti i mali presenti nel vaso dal momento che la speranza non è un male per l’uomo, ma un bene, e ciò genera un’evidente contraddizione. Inoltre la speranza è una virtù cristiana che i greci ignoravano per ovvie ragioni. La migliore versione che abbiamo di elpis è la nostra proposta di tradurre il termine con “attesa”. Come del resto fanno diversi mitologi contemporanei (Verdenius, Pérez Jiménez, etc.). Così, se l’attesa rimane dentro il vaso, gli uomini riceveranno i mali senza avvertirli. Gli studiosi si bloccano qui, da qui in avanti non ragionano, non speculano.

L’attesa dunque è inquadrabile come un male?

L’attesa di per sé non è un male. E’ un semplice essere in attesa di qualcosa che può accadere. Tuttavia, è inquadrabile come male la causa dell’attesa, ovvero la capacità di precognizione o prognosi. In tal senso dovremmo intendere la “elpis” di Hesíodo. Il porsi in attesa di qualcosa che dovrà giungere, la prognosi o la prospettiva, è un male per l’uomo. Che umanità avremmo se conoscessimo il giorno della nostra morte,? che fine farebbe la nostra libertà se sapesissimo in anticipo cosa ci succederebbe? La prognosi, e non la speranza, è il male che rimase chiuso nel vaso dove lo introdusse Prometeo, il previsore e non Zeus, come erroneamente confondono molti mitologi. Una fonte parallela che sostiene la mia interpretazione è il dialogo “Gorgia”, quando Platone fa affermare a Socrate: “Bisogna porre fine alla conoscenza anticipata del momento della morte che gli uomini attualmente pretendono”. In tal senso vanno le istruzioni ricevute da Prometeo il quale “è stato incaricato di privarsene” (Platone: Gorgia, d5 a e2).

https://twitter.com/intdissidente/status/1350129510486781952?s=21

Dopo queste erudite spiegazioni non ci resta che sperare che i nuovi cambiamenti possano costituire un’opportunità per Europa e America Latina…

Premesso che, secondo Aristotele, nell’affermare o negare qualcosa vi è la paura di sbagliare, credo che ci saranno nuovi cambiamenti che sicuramente saranno negativi sia per l’Europa che per l’America del Sud. Entrambi gli spazi, anche se in modo differente, si caratterizzano per la perdita di percezione delle cose che accadono e che accadranno nel mondo. Ciò che accade nel mondo, infatti, non è determinato dalla nostra volontà di esistere al suo interno. A chi importa oggi di ciò che accade in Italia o in Argentina? A Nessuno. Così possono morire centomila italiani o argentini e nessuno muove un capello. Credo che il Sudamerica sia devastato dalla corruzione dei suoi leader politici, imprenditoriali, sociali, culturali e religiosi. I nostri dirigenti, poco tempo dopo la fine della seconda guerra mondiale, cominciarono a mostrare quanto fossero poco seri.  Ovviamente, i politici e gli imprenditori sono in prima linea rispetto agli altri. Dal cancro della corruzione deriva l’insicurezza della vita quotidiana. La vita del cittadino non vale nulla e lo uccidono “perché si” e i criminali non ricevono nessun castigo. La giustizia si è sovvertita, premia i delinquenti e castiga le vittime. Molti mi chiedono: qual è lo scopo, che cosa dobbiamo attenderci? Razionalmente sappiamo che tutto quello che si fa viene fatto con un fine e razionalmente occorre attendersi un fine. Sarebbe normale rispondere come Heidegger quando gli è stato chiesto che cosa si aspettava quando i russi sono entrati a Berlino: “che la fine non venga ritardata”.  Però la razionalità è entrata in crisi in questa postmodernità e questo criterio è scaduto, quindi possiamo solo sperare che questo marasma, questa mescolanza, questa delinquenza continui sine die. Tutti i dieci paesi del Sudamerica sono globalisti, la maggior parte neoliberali e sedicenti di sinistra, che è il modo più sottile di essere globalista. Sono tutti abortisti e, come politica pubblica, vogliono limitare la nascita dei figli; inoltre, sono tutti impegnati fino al midollo con la banca internazionale. L’imperialismo internazionale del denaro è il padrone del nostro destino. Solo Dio può salvarci. Già molti anni fa Leonardo Castellani (1899-1981), il Chesterton in spagnolo, scrisse alla morte di Roosevelt: 

È morto don Franklin Delano

Tutto finisce tutto muore.

 È morto don Franklin Delano

Miserere

 È morto uno dei Tre Grandi (Churchill, Stalin e lui)

Nessuno è grande, se non Dio.

 È morto uno dei tre grandi.

Ne mancano due.

Stiamo assistendo ad un riflusso dell’ondata populista. Ha inciso e, in caso affermativo, in che misura, la carenza di visione culturale, di formazione politica e di una “solida struttura organizzata” a cui fa riferimento Laclau?

Nella sovrastruttura del potere, per utilizzare un’espressione cara ai marxisti, l’ondata populista è diffusa ovunque. I neoliberali agiscono come populisti e anche i progressisti (neomarxisti, socialdemocratici e altri generi) agiscono come tali. Entrambe le correnti politiche, che sono la maggioranza, negano il populismo, ma agiscono in quanto tali. Vi è da dire che il populismo è legato ai fenomeni di massa e le maggioranze hanno cessato di esistere. Sia i liberali che la sinistra non le hanno mai avute. Questo spiega la tesi del mio compagno di facoltà all’Università di Buenos Aires, Ernesto Laclau, che è sempre stato “gorilla”, antiperonista, e non ha mai incontrato il popolo operaio. Poi ha dovuto inventare i “popoli”. Piccole minoranze (gay, abortisti, vittime di violenza, intellettuali illuminati, femministe, indigenisti, ecc.) per poter sostituire le maggioranze nazionali e popolari. E questo è ciò che fanno i governi progressisti che privilegiano le maggioranze e non risolvono i problemi delle maggioranze, ma solo li amministrano (Massimo Cacciari dixit), sperando che una sorta di “forza delle cose” lo faccia. Come osserva Alain de Benoist, questo è il momento populista, ma è solo un momento. Un’altra variante del racconto globalizzante, che viene a giustificare l’idea di un mondo unico, un one World. In una parola, populiste sono le élite nelle loro dichiarazioni, ma non nelle loro esecuzioni, mentre i popoli non lo sono. Le maggioranza delle persone conosce solo le lotte per la loro esistenza nella storia del mondo. È per questo che noi difendiamo a fondo l’ethos di ogni popolo, sostenendo con Carl Schmitt che il mondo non è un universo ma un pluriverso. Questo “momento populista” ci sta mostrando la più grande, acuta e grave sottomissione dei popoli ad un progetto di “repubblica mondiale” sotto l’egida di un totalitarismo democratico. Qui non c’è riscatto culturale che valga o che si possa edificare. Entriamo in un silenzio imbavagliato da Youtube e Facebook da cui non si salva nessuno di coloro che vogliono lottare contro il progetto mondialista della globalizzazione. Le nostre osservazioni, come quelle degli ottimi pensatori che state intervistando, possono essere argute, perspicaci, sagaci, acute, sottili, profonde, penetranti, ma non raggiungono più di 20.000 “amici intimi”. La polizia di pensiero, che fu denunciata negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso da molti di questi pensatori, esercita oggi un potere onnicomprensivo su “quello che si dice e quello che si pensa”, affinché si dica e si pensi in un solo modo secondo un pensiero unico e politicamente corretto. Oggi l’unica funzione a cui è stato ridotto il pensiero genuino è quella di fungere da testimonianza delle verità che sono state.

La definizione “populista” è stata adottata anche per il Pontificato di Bergoglio. Potremmo parlare di “momento populista” nella Chiesa Cattolica? Cosa ne pensa dell’operato di Papa Francesco?

Parlare del Papa e di Papa Francesco per un argentino, che si rispetti come tale, è molto facile e molto difficile a seconda della sua risposta. È facile se dice che è straordinario e cose del genere, ed è difficile se lo critica. Conosco il Papa da quando lui aveva otto anni e mio fratello dieci. Siamo della stessa città e di due quartieri attaccati. Lui frequentava la chiesa di Flores e noi quella di San Bartolomeo. A quell’epoca tutti frequentavamo l’Azione Cattolica, che sostanzialmente fu un’invenzione di Pio XII per sostenere la democrazia cristiana, che in Argentina, per via dei “gorilla” antiperonisti, non prosperò. Diversamente andarono le cose in Cile e in Venezuela. Bergoglio si è fatto prete e anche mio fratello. Uno è arrivato a Papa e l’altro è chiuso in preghiera nel convento di S. Teodoro a Genova. Bergoglio fece una grande carriera politico-ecclesiastica e mio fratello realizzò 57 chiese cattoliche in America, Africa ed Europa orientale. Creò l’ordine cattolico più numeroso del mondo con preti ovunque, da Gaza alla Siberia, dal Mozambico all’Islanda. Il Papa è un sociologo piuttosto bravo, ma non ha legami con il sacro. Potrà recuperare i soldi del Vaticano, ma gli sfugge tra le dita “la sacralità della Chiesa”. Non può fare il sacro. L’azione sacra non è permessa. Succede come quando Salieri, con Mozart, lancia nel fuoco il crocifisso e dice: “Questo lo meriti perché mi hai dato la vocazione ma non mi hai dato i talenti.” Come sociologo parla molto bene della terra come la casa dell’uomo; difende l’economia sociale di mercato, la democrazia, la pace, ecc., ma ciò non basta per svolgere le funzioni di Papa. Voi sapete che in Argentina ci sono 40 milioni di abitanti, venti dei quali sono italiani o discendenti di italiani, quindi come popoli ci conosciamo molto bene a vicenda. Bergoglio è uno dei 20 milioni e noi lo conoscevamo nel quartiere come “el tanito canfinflero”, un diminutivo che deriva dalla riduzione di “napoli-tanos”, e canfinflero, è un termine lunfardo (linguaggio solo di Buenos Aires) che non ha traduzione, né esiste in castigliano. Non posso dire di più perché potrei incorrere in qualche ex brusco, né tantomeno voglio pretendere di dire al Papa cosa deve fare. Già vi è un’infinità di analisti o vaticanisti che pretende questo senza rendersi conto di incorrere in un errore simile a quello della denuncia fatta dal filosofo Franz Brentano (1838-1917) in occasione dell’inconcludente Concilio Vaticano I e dell’infallibilità papale: “Forse i cardinali che sanzioneranno questo dogma sono loro infallibili, per postulare l’infallibilità”. Concludo semplicemente ricordando quello che Heidegger affermò nel suo reportage postumo per Der Spiegel: “solo un Dio può salvarci”, e questo vale sia per europei che per i sudamericani.

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