L'editoriale

Quella di Matteo Renzi è una "psyop"

“Il massimo dell’abilità consiste nel piegare la resistenza del nemico senza combattere” diceva Sun Tzu. Così Matteo Renzi potrebbe riuscire invece a indicare il prossimo presidente della Repubblica con un partito al 3% secondo gli ultimi sondaggi (dunque senza andare ad elezioni).
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Il 20 gennaio si avvicina. Volenti o nolenti, l’insediamento ufficiale di Joe Biden alla Casa Bianca, è un momento decisivo per l’Italia. Il bailamme di queste settimane è il preludio di qualcosa che sta per accadere, la calma prima della tempesta. Matteo Renzi a differenza di tutti gli altri contestatori di Conte, conosce i tempi, che in politica sono tutto, dunque riesce a dettarli. Questo abile giocatore ha aspettato l’esito delle elezioni presidenziali statunitensi, rispolverato il suo canale privilegiato con i Democratici, infine nel momento in cui il premier preparava il piano per il Recovery Fund, è uscito allo scoperto, facendo leva su uno dei punti deboli del suo avversario: la delega ai servizi segreti connessa al tweet-endorsement di Donald Trump proprio durante quelle consultazioni che poi videro la nascita del governo Conte II. Quella di Renzi è una sorta di operazione di “contro-spionaggio”, un messaggio in codice inviato direttamente a Washington con sopra scritto “alert”. Non è un caso infatti che sempre Matteo Renzi, tramite l’audizione nella commissione parlamentare che indaga sulla morte di Giulio Regeni, nonostante la richiesta di collaborazione alle autorità egiziane, ha tuttavia ricordato l’importanza delle relazioni bilaterali tra Italia ed Egitto (tutelando di conseguenza le attività dell’Eni), e allo stesso tempo puntato il dito contro l’Università di Cambridge, per conto della quale il ricercatore italiano stava conducendo uno studio:

“Il Regno Unito non ha chiarito fino in fondo questa storia. C’è qualcosa che non torna nella professoressa (Maha Mahfouz Abdel Rahman, ndr) che decide di non rispondere sul caso, una cosa inaccettabile”.

Matteo Renzi

Il capo di Italia Viva si inserisce così nel Grande Gioco internazionale prima ancora di tessere la ragnatela nazionale. Ricordando l’importanza dell’Egitto (tra i principali sponsor di Haftar in Libia), e attaccando l’Inghilterra (che ha raggiunto un accordo di libero scambio, il primo da quando Londra ha raggiunto l’accordo dopo la Brexit, con Erdogan) il fine è anche quello di attaccare i rapporti consolidati nel nuovo Mediterraneo allargato tra l’Italia e la Turchia (e indirettamente anche con la Russia).

Del resto fu proprio Matteo Renzi a convincere Barack Obama a una riapertura di credito al leader egiziano con il pretesto della guerra all’Isis (visita al Cairo, ricambiata a Roma, partecipazione al Forum economico di Sharm el-Sheikh con Kerry), e dunque a scaricare progressivamente i Fratelli Musulmani, main partner mediorientali durante le primavere arabe della vecchia amministrazione statunitense. A dimostrazione che con la mancata elezione di Trump, è saltata “l’anglosfera”, così come l’avevamo immaginata pochi mesi fa: da ora, Stati Uniti, Inghilterra e Unione Europea, giocano partite su dimensioni completamente diverse. Se con il tycoon gli “Occidenti contro” erano due, adesso sono diventati tre. Il teorema di Matteo Renzi è proprio questo: Giuseppe Conte è troppo legato a un vecchio ordine costituito, l’Italia ha bisogno di un leader che sia indipendente nella gestione dei soldi del Recovery Fund e allo stesso tempo capace di dialogare da pari a pari con tutti i suoi interlocutori, che siano Joe Biden, Boris Johnson, Angela Merkel o Emmanuel Macron. Qualcuno insomma che di fronte agli appuntamenti con la storia, come nei recentissimi accordi tra Unione Europea e Cina sugli investimenti, venisse considerato imprescindibile e invitato a partecipare.  

Ed è qui che spunta fuori il nome di Mario Draghi. Invocato per portare i soldi dell’Ue in Italia, a differenza di Mario Monti che fece esattamente il contrario. Non sappiamo quanto l’ex presidente della Banca Centrale Europea, sia effettivamente interessato a un incarico di questo genere oppure preferirebbe andare direttamente al Quirinale più avanti senza passare da Palazzo Chigi. Di sicuro una delle due porte, se non tutte e due, sono a pochi passi da casa. In fondo, Mario Draghi, ha capito prima di tutti i leader di opposizione, che la forza maggiore di opposizione in epoca di epidemia, era il silenzio, ovvero il “confinamento totale”. Così ha applicato letteralmente gli insegnamenti del più grande manifesto contemporaneo di comunicazione politica: The Young Pope di Paolo Sorrentino. Per quasi tutto il 2020 si è rifugiato a Città della Pieve, nella campagna umbra, con qualche sortita a Roma per incontri di peso a porte chiuse. Fedele alla “mistica della parusia”, fa solo intravedere la sua sagoma, prima a marzo sul Financial Times, poi d’estate al Meeting di Rimini, infine questo inverno tramite un rapporto del gruppo di grandi personalità internazionali che va sotto il nome di G30, e poco dopo si occulta di nuovo. Mentre alcuni osservatori continuano a parlare di lui. Matteo Renzi lo evoca, Luigi Di Maio lo incontra, Matteo Salvini ci pensa. Di certo se non sarà Presidente del Consiglio a questo giro, Mario Draghi, resta la personalità con cui fare i conti in un futuro ravvicinato. Forse la strategia di Matteo Renzi non farà cadere il governo Conte, pertanto il leader di Italia Viva uscirà con un potere contrattuale, utile in vista di rimpasti o nomine, rafforzato, e comunque sia sarà riuscito nella sua “psyop”. “Il massimo dell’abilità consiste nel piegare la resistenza del nemico senza combattere” diceva Sun Tzu, così Matteo Renzi potrebbe riuscire invece a indicare il prossimo presidente della Repubblica con un partito al 3% secondo gli ultimi sondaggi (dunque senza andare ad elezioni).


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