Spiritualpolitik

Il “Santo Realismo” in politica estera del Vaticano.
Il “Santo Realismo” in politica estera del Vaticano.

Primo aprile 1987. Palacio de la Moneda, Santiago del Cile. Autocrati con la A maiuscola come Augusto Pinochet, si sa, quando scherzano, scherzano per davvero. Giovanni Paolo II non si sarebbe mai aspettato che dietro quella tenda vi fosse invece un gabinetto per i colloqui, Plaza de la Constitutiòn gremita di uomini, donne, bambini e macchine fotografiche. Pesce d’Aprile. “E adesso come si fa” avrà pensato Karol Wojtyla in quel preciso istante. Come si fa a spiegare che di autocrati ne hai avuta piena la vita, se ti ritrovi al fianco di uno di loro e per giunta sotto i riflettori del mondo intero. Troppo tardi. “Flash”.E adesso?” avrà pensato Papa Ratzinger leggendo i titoli dei quotiani il giorno dopo aver tenuto la lectio magistralis presso l’Università di Ratisbona nel settembre del 2016. Questa la domanda che, probabilmente, più è ricorsa nella mente dei pontefici che si son succeduti al Soglio Petrino dal 1978 ad oggi, e che adesso si manifesta spaventosa di fronte a Papa Francesco quando Piazza San Pietro è vuota, sotto la pioggia. 

Flash!

La geopolitica del soglio Petrino è qualcosa che trascende la grammatica del Potere tradizionale, in quanto pura diplomazia morale, puro potere spirituale declinato nella realtà. È il Santo Realismo come ce lo racconta Matteo Matzuzzi nel suo saggio edito da Luiss University Press, nel quale tratta della geopolitica vaticana da Giovanni Paolo II a Papa Francesco. Tre pontefici quanto mai differenti l’uno dall’altro, ciascuno con i loro fronti interni e le proprie sfide, ma uniti nella continuità della storia del Cattolicesimo, attraverso il Vaticano, vera e propria potenza globale.

Per comprendere questo tipo di Potere è sufficiente pensare che molti storici sostengono la tesi secondo cui se Giovanni Paolo II non fosse stato polacco, probabilmente il Muro di Berlino sarebbe ancora in piedi. Forse questa è un’iperbole, ma è innegabile che Karol Wojtyla – che tra l’altro nel 1971 venne messo sotto controllo per “attività sovversive” dal Kgb – una volta vestito di bianco, sia stato l’avversario più temuto da Breznev. D’altronde nel 1978 aveva solo 58 anni, e un Papa giovane, mediatico, impulsivo e intransigente, non poteva che essere un nemico formidabile per “l’Impero del Male”. Agitava la Croce per indicare ai popoli la via per divincolarsi dal giogo degli oppressori e nel contempo il suo Segretario di Stato Agostino Casaroli si occupava delle questioni di palazzo.

Tra scomuniche, reprimende interne e Solidarność, l’agenda estera del Vaticano si destreggiava in un asse strategico con gli Stati Uniti e nel contempo mirava ad espandere la propria influenza all’interno dell’America Latina. Non a caso il primo viaggio del Papa polacco fu diretto a Puebla, tra il gennaio e il febbraio del 1979, per l’inaugurazione della terza Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano. Valutando caso per caso, quindi, l’alleanza con gli Stati Uniti si componeva come un poliedro totalmente asimmetrico e irregolare. Il viaggio di Wojtyla nel Cile di Pinochet nel 1987 non fu sicuramente una notizia accolta con il sorriso a Washington, dove si pensava che, come in Polonia, il Papa avrebbe potuto dare la forza e la speranza al popolo per insorgere contro l’autocrazia filoamericana.

Il fervente anticomunismo di Giovanni Paolo II era in ogni caso critico verso l’ideologia di mercato e distante da ogni forma di autoritarismo, avendolo provato sulla propria pelle a Varsavia, quella stessa Varsavia che qualche anno più tardi si sarebbe ritrovata in Occidente al definitivo implodere dell’Unione Sovietica. È proprio quest’ambiguità politica ad aver reso questo pontificato uno dei più incompresi nella storia. Accusato di applicare due pesi e due misure Giovanni Paolo II appoggiò sia l’intervento della Nato nei Balcani – mettendosi dalla parte della Croazia cattolica – sia quello americano in Afghanistan nel 2001.

Solo nel 2003, il Papa polacco si oppose, invano, alla seconda Guerra del Golfo, gettando un seme che germoglierà solo nella primavera del 2021. La “responsabilità di proteggere” non poteva che essere la naturale evoluzione dell’Incontro Interreligioso di Assisi nel 1986. Molti anni dopo, a quattro mesi dagli attentati dell’11 settembre, Giovanni Paolo II chiamò nuovamente a raccolta gli esponenti delle religioni, sempre nella città di San Francesco. Si stava per entrare nel periodo di scontro tra Cattolicesimo e Islam e Papa Woytjila, proprio lui che aveva pregato in silenzio nella Moschea Omayyade di Damasco nel 2001, voleva evitare a tutti costi che questo esplodesse in tutta la sua violenza.

“Il santo realismo. Il Vaticano come potenza politica internazionale da Giovanni Paolo II a Francesco” (Luiss University Press).

Tra le voci più critiche rispetto allo Spirito di Assisi vi era proprio quella di Joseph Ratzinger, il quale tutto avrebbe sperato tranne di diventare Pontefice alla morte di Wojtyla. Con Giovanni Paolo II moriva il prosieguo del secolo breve e il miglior nemico dell’Occidente e del Papato: l’Unione Sovietica. L’Europa e gli Stati Uniti si ritrovarono nel bel mezzo di una crisi di identità e dinanzi all’avvento del laicismo liberale più spudorato. La società dello spettacolo era nel suo apogeo, e uno schivo e riservatissimo teologo, dallo sguardo mesto, come Joseph Ratzinger, aveva una sfida immensa davanti a sé. Affrontare non un impero scricchiolante come la defunta Urss, bensì porre le basi per un dialogo sincero con una controparte consapevole di sé stessa e in piena ascesa demografica: l’Islam e la sua civiltà. Siamo all’alba delle fallimentari primavere arabe e nella fase centrale di quella che Gilles Kepel ha definito “la Rivincita di Dio”.

In quest’epoca storica si colloca la lectio magistralis di Ratisbona del 2006, nella quale Benedetto XVI cita le parole di Manuele II il Paleologo, uno degli ultimi sovrani dell’Impero Bizantino, prima della sua caduta sotto le sciabole ottomane. Le parole di Ratzinger sono rimaste nella storia per aver suscitato la più violenta reazione del mondo islamico nell’immediato. Ci vollero due mesi prima che le acque si calmassero. I ripetuti interventi del Papa in persona infine, però, generarono il plauso di trentotto personalità musulmane, che sarebbero diventate centotrentotto nell’arco di un anno. Essi concordavano sostanzialmente con quanto detto da Benedetto XVI a Ratisbona e, soprattutto, con le spiegazioni successive. Il Gran muftì di Siria, Ahmad Badreddin Hassoun, disse che “i chiarimenti del Papa” erano “più che sufficienti” e il quotidiano islamico Zaman scrisse che “il dialogo tra le religioni era finalmente iniziato”.

Questa è stata la “diplomazia della verità” senza della quale nell’ottobre 2020 non ci sarebbe stata nessuna traccia dell’enciclica “Fratelli Tutti”, seppur posta in un contesto strategico quasi agli antipodi. “Quasi” perché se Joseph Ratzinger nel suo spirito conservatore festeggiava il suo compleanno alla Casa Bianca nel 2013 con Bush figlio, Papa Francesco – pur perseguendo il dialogo interreligioso con l’Islam – è invece apertamente anti-americano.

Francesco Jorge Bergoglio, il Gesuita, arriva in un momento delicato per la Chiesa e per l’Occidente. S’insedia al soglio Petrino dopo il rifiuto dell’Europa di affermare le proprie radici cristiane all’appello di Ratzinger. Alla libertà di culto si sostituisce la libertà di blasfemia, che si manifesterà nelle sue crude conseguenze con gli attentati di Charlie Hebdo del 2015. L’Europa è la vetrina abbandonata della fede cristiana, dove la libertà di parola viene confusa con la libertà di offendere il sacro. Nell’America Latina galoppano i telepredicatori protestanti che si fanno strada tra le rovine del Cattolicesimo. L’impero spirituale va rifondato dalle sue periferie dimenticate. Il cuore d’Europa è ormai periferia laica insofferente. Le terre che soffrono devono essere il nuovo centro del Cristianesimo, le fondamenta da ristrutturare. L’Africa, l’America Latina, l’Asia. 

È stato definito il Papa Laico, il Papa Ideologico, il Papa Peronista, ma la cosa migliore da fare per un’analisi fredda e scevra da neologismi è attenersi ai dati di fatto. Papa Francesco è il Papa Gesuita, che, come solo gli ignaziani sanno fare, si muove come un camaleonte per passare inosservato nei momenti di grande turbolenza mediatica e nei teatri più ostili alle ingerenze esterne. Agli occhi degli osservatori più attenti è però evidente il fatto che tra l’agenda statunitense e quella di Francesco vi sia un disaccoppiamento lampante, anche oggi che il Presidente degli Usa è un cattolico a tutti gli effetti. È la cosìdetta “Teologia dei popoli”, che punta dritta all’Anima del pueblo, a muovere la strategia di Papa Francesco, che da buon argentino è in fin dei conti poco simpatizzante nei confronti dell’Imperialismo americano. 

“È lo stesso motivo per cui adora il boliviano Evo Morales, manda rosari in prigione a Lula, ha ricevuto Nicolas Maduro quando era già impresentabile, s’è recato a Cuba come andasse in pellegrinaggio a una moderna riduzione gesuitica” 

Loris Zanatta, professore di Storia dell’America Latina presso l’Università di Bologna.

È quindi il desiderio di rifondare la nuova Chiesa Cattolica sulla disperazione dei popoli dimenticati, mettendoli in cima alle priorità, come i cristiani massacrati nei paesi a maggioranza musulmana che anima la diplomazia di Papa Francesco. L’enciclica “Fratelli tutti” affronta il tema dei temi. La Fratellanza tra le religioni. Quando Giovanni Paolo II definì gli Ebrei come i fratelli maggiori dei Cristiani, la perplessità dei massimi sacerdoti non si fece attendere, perché i fratelli maggiori sono quelli che non si riconoscono nell’agire del minore. La fraternità non è un concetto scontato. Quando Gesù viene fermato da un uomo della folla che gli chiede di mettere pace tra lui e suo fratello per l’eredità, il Messia risponde di non essere un giudice e di rivolgersi ad un tribunale.

Saddam Hussein nel 1999 negò a Giovanni Paolo II di visitare Ur, la terra di Abramo, pochi anni prima del massacro. Per questo motivo l’Enciclica e il viaggio di Papa Francesco del marzo 2021 a Najaf, per incontrare l’Ayatollah Al Sistani, massima autorità sciita dell’Iraq è stato un evento di portata epocale, oltre ad essere in continuità con la “responsabilità di proteggere”. Gli sciiti morti sotto le bombe sganciate dagli Stati Uniti e i cristiani massacrati dalle popolazioni locali devono tornare ad essere gli uni al pari degli altri. Il dialogo con l’Iraq sciita e quello con il mondo sunnita dell’Arabia Saudita nel contempo è un atto prodigioso e soprattutto unico nella Storia. Lo scalpore di questi avvenimenti è inversamente proporzionale, invece, al tentativo estremo rivolto verso l’Asia ed in particolare verso la Cina, della quale il Papa non parla pubblicamente. La diplomazia che mira ad ottenere almeno un contatto con le comunità cristiane siniche deve agire in sordina, per evitare violente ricadute su quei cristiani che, ancora oggi, nella Terra di Mezzo pregano nelle Catacombe. Negli ultimi tre anni Xi Jinping ha ripetutamente richiesto alle religioni presenti nel territorio cinese di “sinizzarsi”:

“Noi sosterremo il principio che le religioni in Cina devono avere un orientamento cinese, e forniremo una guida attiva alle religioni, in modo che possano adattarsi alla società socialista”.

È in tale direzione che l’agire di Francesco si muove, disposto anche ad accettare la subordinazione dei cristiani sinici alla Repubblica Popolare, pur di coltivare un contatto che in un futuro si possa trasformare in vera e propria dipendenza dal Vaticano. Il banco di prova asiatico risulta però estremamente complesso da affrontare nel breve medio periodo, in quanto la cultura confuciana è assai lontana da quella cristiana, a partire dalla concezione gerarchica dell’universo sino ad arrivare alla concezione che l’Impero Cinese ha di sé, ossia come di entità esistente da sempre nella Storia.

Xi Jinping non sembra disposto a fare concessioni, se non alle proprie condizioni e questo Papa Francesco lo sa bene, per questo agisce nel silenzio stampa. Non è il momento più propizio per “spiegare al mondo” di cosa tratti la sua sottile diplomazia con il Leader del nuovo Impero Celeste. Questi silenzi sono spesso misinterpretati al di fuori di una lettura meramente geopolitica. Matteo Matzuzzi ci restituisce, nel suo volume di centoventi agili pagine, un’analisi assai esauriente sui dossier più importanti per il Vaticano, e risulta imprescindibile per comprendere appieno o quasi, il quadro geopolitico nel quale si concretizza l’agire della “diplomazia di Dio”, che ad ogni modo, “è solita operare in modi misteriosi”.

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