I sette talismani dell'impero

Mino Gabriele mostra come il sacro costituisse l'ossatura della civiltà dell'antica Roma.
Mino Gabriele mostra come il sacro costituisse l'ossatura della civiltà dell'antica Roma.

«Septem fuerunt pignora , quae imperium Romanum tenent: acus Matris deum, quadriga fictilis Veientorum, cineres Orestis, sceptrum Priami, velum Ilionae, palladium, ancilia».

Servio, Aen 7,188

L’uomo romano fu un uomo essenzialmente religioso; il senso del sacro connotava tutta la vita del civis tanto che, secondo Petronio, camminando per le strade dell’Urbe sarebbe stato più facile incontrare un dio che un uomo. Se l’impero romano forgerà l’intero mondo occidentale, fu certamente per l’acume politico e il valore militare, ma anche per il forte senso di appartenenza derivato dal mos maiorum e la salda certezza nella protezione divina. Protezione che si pensava fosse garantita da alcuni oggetti, gelosamente custoditi nei penetrali dei templi cittadini. 

In un erudito saggio di Mino Gabriele, edito da Adelphi, vengono analizzati i sette talismani che furono elencati dal grammatico Servio Onorato, in un commento a Virgilio nel V secolo: l’Ago della Grande Madre, ossia un meteorite aniconico sacro a Cibele, la quadriga fittile dei Veienti, le ceneri di Oreste, il velo di Iliona, lo scettro di Priamo, il Palladio e l’Ancile o scudo sacro. L’autore, che è docente di iconologia presso l’università di Udine, esamina con acume e originalità, sia le fonti scritte che quelle iconografiche, conducendo il lettore in un affascinante viaggio, dove la storia si confonde con il mito.

I sette talismani dell’impero (Adelphi) di Mino Gabriele

«Roma era ritenuta dagli stessi dèi il luogo degno dove abitare. Plutarco rammenta che gli antichi romani volevano che tutte le deità fossero onorate dai cittadini».

Questi sette talismani (dal persiano tilisman, che a sua volta deriva dal greco télesma, ossia cosa consacrata) erano chiamati pignora, ma il nome più giusto sarebbe reliquie, essendo dei veri e propri doni divini, garanzie di salvaguardia, inviati direttamente da un qualche dio alla Città Eterna. Probabilmente i talismani non furono soltanto sette (curiosamente, Servio non inserisce nel suo elenco altri oggetti dal valore emblematico, come il fuoco di Vesta o il Lituo, lo strumento con cui Romolo disegnò lo spazio sacro al momento della fondazione) ma la scelta non fu casuale: trattasi piuttosto di un omaggio al numero perfetto, sacro già ai pitagorici e nodo di tutte le cose secondo Cicerone. Un numero che si riteneva “sposato” con Roma in quanto sette furono i re, i colli e gli anni che Enea impiegò per nel Lazio.

Lo studio di questi oggetti ci apre un mondo dove la vita del singolo e dell’intera comunità era inserita in un intrico di segni e tutto, da un semplice suono, allo stormire delle fronde, alla direzione del volo degli uccelli, fino al bagliore dei fulmini poteva essere interpretato come un messaggio divino. Come spiega De Sanctis nel saggio La Religione a Roma, il religioso si intersecava con il politico, tanto che tutti i magistrati erano anche sacerdoti, perché spesso chiamati ad officiare sacrifici pubblici. Ma nello stesso tempo anche i sacerdoti erano  magistrati, in quanto con la loro auctoritas indirizzavano le scelte politiche. Non stupisce quindi la grande attenzione che in ogni epoca, dall’età Regia alla Repubblica, e per tutto l’Impero, ci fu per la per la pratica divinatoria e l’imprescindibile ruolo svolto da interpreti e indovini. 

Se nella tradizione greco-romana esisteva una divinazione “naturale” ben rappresentata da personaggi letterari come Tiresia o Cassandra o a metà strada tra lo storico e il leggendario come la Pizia o la Sibilla Cumana, che esprimendosi in stato di trance, erano ritenuti in un certo senso la voce diretta del dio, a Roma, grazie all’influenza etrusca, si diffuse anche una pratica divinatoria basata sul metodo deduttivo, che cercava di prevedere le cose future per congettura. Quindi, se da una parte Cicerone metteva in guardia dai ciarlatani, che tiravano le sorti nei circhi, dall’altra esisteva un’arte interpretativa sottoposta a regolamenti rigidi, tesi a scoraggiare arbitrio ed improvvisazione. Non stupisce perciò che tra i compiti del Pontefice Massimo, che sovrintendeva alle cerimonie pubbliche, ci fosse anche quello di vigilare sui sacrifici privati affinché non si trasgredissero le norme rituali.

Si capisce allora come le vicende dei Sette Talismani risultino quanto meno affascinanti per chi voglia analizzare nel profondo la civiltà romana e la sua influenza sull’intero mondo occidentale. Questo saggio, grazie all’accurato apparato iconografico e alla ricca disamina delle fonti, sebbene sia una lettura poco agevole per chi non è ben addentro al mondo classico, ci dà un’ottima chiave per capire come il rapporto con il sacro costituisse l’ossatura della civiltà romana. Anche perché il testo non si completa solo con i sette capitoli relativi ai talismani, ma prosegue con nove (ancora un numero sacro) excursus su altri aspetti della spiritualità  come la virtù dell’alloro, il simbolismo del numero tre e del bronzo, o i nomi magici da invocare sottovoce, così da dare un’idea più completa del sentire il sacro nella città eterna.

«la pluralità dei pignora a Roma (…) se da un lato mostrava quante divinità prediligessero e proteggessero l’Urbe, da un altro seguiva una vera e propria ratio bellica magico – difensiva. Più talismani, opportunamente occultati ai nemici, garantivano una maggiore protezione, in quanto diversificata secondo un articolato scudo apotroipaico».

Fossero riconosciuti da prodigi, come la Quadriga Fittile dei Veienti che, messa a cuocere nella fornace, invece di “restringersi” secondo le leggi di natura, divenne enorme, o caduti dal cielo come l’Ago di Cibele o l’Ancile, o addirittura frutto di una svista letteraria come il velo di Iliona ( non il velo di un’oscura figlia di Priamo, ma bensì di Ilia, altro nome di Rea Silvia, madre di Romolo e Remo e vergine Vestale ) i pignora furono sempre conservati gelosamente, occultati e spesso replicati con copie, così da renderne assai difficile il riconoscimento ed un eventuale furto, che avrebbe fatto venir meno la loro protezione. Come spiega l’autore in un’intervista, i sette talismani, se localizzati su una carta geografica, coprono l’intero arco dell’espansione romana: l’Ago di Cibele viene dall’odierna Turchia, la Quadriga è di origine etrusca, le ceneri di Oreste provengono dalla Grecia mentre l’Ancile è originario del Lazio. Il Palladio, la statua di Atena, da Troia dove era conservata, arrivò, attraverso rocambolesche vicende, fino a Costantinopoli: portata dapprima a Roma da Enea e custodita nel tempio di Vesta, dove solo la Virgo Vestalis Maxima era in grado di distinguerla  dalle altre copie, venne ricondotta in Oriente da Costantino e probabilmente sotterrata nel foro della  nella nuova capitale, a dare un’unità sacrale alla nuova Roma;  prova di come l’Urbe fosse attenta ad ammirare ed a reinterpretare ovunque la forza del sacro che incontrava. 

Proprio perché forti della tradizione politeista, i romani non avevano paura delle divinità straniere e piuttosto che demonizzarle, come spesso usavano o ancora usano certi culti monoteisti (si pensi alla distruzione delle statue dei Buddha di Bamyan), cercavano di portarle dalla loro parte, in un certo senso riadattandole al loro sentire. Infatti oltre all’evocatio, ossia al richiamare la divinità tutelare fuori dalla città, affinché ne venisse meno la protezione, esisteva anche l’interpretatio, ovvero una sorta di identificazione della divinità straniera con quella romana, così da renderla, non solo più comprensibile, ma anche assimilabile. Tacito, nella Germania, raccontando di  un sacrificio da parte del popolo dei Naharvali ad alcune divinità chiamate Alci, dice che «sono presentate come se fossero Castore e Polluce». E fu forse questo, secondo l’autore del nostro saggio, uno dei segreti della “longevità” dell’impero romano: il suo essere una società aperto ai culti stranieri, che tendeva ad includere e ad inglobare piuttosto che reprimere o perseguitare.

Anche se è opportuno ricordare come la Nuova Religione non fu solamente intolleranza nei confronti dei culti cosiddetti pagani (termine usato dai cristiani per indicare coloro che resistevano nelle antiche credenze, abitanti per la maggiore nel pagus ossia in campagna, o nell’accezione di borghesi, non militari contrapposti ai fedeli della militia christi). Se certo non mancarono persecuzioni, proibizioni e distruzioni di templi da parte di imperatori e fedeli convertiti  (l’editto di Teodosio che pone fuori legge i culti pagani risale al  380) è anche vero che se il cristianesimo ha saputo imporsi e sopravvivere nei secoli, è stato anche grazie alla sua capacità di assimilare i culti precristiani. Si pensi alla devozione verso i santi, spesso modulata su antiche divinità o allo stesso culto delle reliquie, dove i corpi (o parti di essi) dei santi venivano gelosamente custoditi e venerati in qualità di mediatori del favore divino, un po’ (fatte le debite distinzioni di contesto e mentalità) come è capitato per i Sette Talismani dell’impero.

I pignora, dei quali abbiamo notizia fino agli ultimi anni del IV e l’inizio del V secolo, sono oggi misteriosamente scomparsi, forse occultati da qualche confraternita per salvarli dall’iconoclastia della nuova religione (curiosamente, solo la vicenda di uno di questi, l’Ago di Cibele, fu reinterpretata in chiave cristiana, quando nel rinascimento Andrea Mantegna rappresentò in un monocromo la scena del suo arrivo a Roma, per esaltare le virtù di Scipione Nasica, colui che accolse il Talismano, antenato del suo committente Francesco Corner ) probabilmente qualcuno potrà anche ricomparire quando sarà il tempo di rinverdire i fasti di Roma.

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