OGGETTO: Geopolitica degli scacchi
DATA: 27 Dicembre 2024
SEZIONE: Società
FORMATO: Scenari
Una volta erano Spasskij e Fischer, oggi Dommaraju e Liren. Dal bipolarismo a un multipolarismo confuso e in continua variazione: vecchi rancori, equilibri altalenanti e il tutti-contro-tutti nel “tutti per uno” dei BRICS+. Fra una mossa del cavallo, un arrocco e uno scacco al Re.
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La bussola del potere mondiale sta oscillando. Tutto è in fermento: negli ultimi tre anni, l’impressione è quella di un susseguirsi di vicende geopolitiche in rapida successione, conflitti sepolti da lustri, talvolta decenni, che tornano dall’oltretomba come in un sequel a effetto di un film cult. L’ operazione militare speciale di Putin, le tensioni a Taiwan, il Sudan, il 7 ottobre e l’intensificazione del massacro verso i palestinesi, gli Houthi, i movimenti tra Serbia e Kosovo, la fuga di Assad e l’ascesa di HTS. Sembra non esserci tregua. 

A fronte di questa premessa, lo scorso 12 dicembre si è concluso il campionato mondiale di scacchi: l’indiano Gukesh Dommaraju, di soli 18 anni, ha vinto sul cinese Ding Liren, precedente detentore del titolo di campione del mondo. Alla luce dell’esito del mondiale, svoltosi a Singapore, viene in mente il paragone, più o meno simmetrico, con l’emblematico mondiale del 1972, disputatosi tra Boris Spasskij e Robert James Fischer a Reykjavik, e definito poi il match del secolo a causa della nazionalità dei due, rispettivamente Russia e USA, in un momento storico di altissima tensione. La situazione però, all’infuori della densità del periodo storico, presenta ben poche altre analogie; in questo caso, i due paesi appartengono entrambi ai BRICS, l’alternativa all’OCSE ampliatasi negli ultimi due anni e divenendo quindi BRICS+: attenzione però a far combaciare a ciò un assoluto allineamento geopolitico di Cina e India, o una parità tra le due potenze. Infatti, esse serbano ancora vecchi rancori recentemente riaccesisi. 

Volgendo l’occhio addietro anche solo al secolo scorso, vediamo come l’India (sotto dominazione britannica) già nel 1911 abbia affrontato la dinastia Manchu, per aiutare la Corona inglese nel suo progetto di frenata dell’impero zarista, dando occasione al Tibet di ottenere la propria indipendenza, la quale terminerà nel 1950 per volere di Mao. Gli Stati Uniti ne approfitteranno per insediare nel Tibet la propria intelligence in cambio dell’addestramento dei secessionisti tibetani. Successivamente, dopo la contesa del Kashmir con il Pakistan, l’India vedrà nuovamente gli interessi cinesi fare capolino all’interno della sua zona d’interesse: la desolata e fino ad allora mai reclamata da nessuno piana di Aksai-Chin, a ridosso dell’Himalaya e all’estremo nord-est della Penisola Indiana, costituisce infatti una desertica zona di transito per gli allevatori di yak di Cina, India e Pakistan; una zona relativamente piccola rispetto all’areale delle due nazioni, ma che a parità di area è più grande della Lombardia, quasi totalmente priva di biosfera per via delle altissime quantità di soda presenti nelle rocce e nelle acque. La prima delle nazioni qui elencate ne rivendicherà il possesso per poter costruire linee ferroviarie che colleghino il Tibet allo Xin-Jiang, altrove non realizzabili; sarà il casus remoto del conflitto sino-indiano del 1962, riapertosi e richiusosi a favore della Cina 13 anni dopo nel Sikkim, nonostante il quale sebbene il supporto statunitense all’India, anche dopo la linea decisa dai britannici, il confine tra Cina e India (e tra quest’ultima e il Pakistan) rimarrà labile, e sarà tale fino ai giorni odierni, come testimoniano gli scontri a fuoco e gli incidenti diplomatici degli ultimi 3 anni. Una guerra a bassa intensità, un conflitto dormiente, che ricorda gli otto anni di Donbass precedenti l’invasione russa dell’Ucraina avvenuta a febbraio 2022. 

Il paragone economico tra India e Cina sarebbe troppo vantaggioso a favore di quest’ultima poiché, sebbene si tratti di mancanze facilmente risolvibili, l’India è ancora afflitta da deficienze che non le consentono di porsi ai livelli di superpotenza e che la relegano al titolo di “potenza in via di sviluppo”, quando la Cina invece è a livello ufficiale la seconda potenza economica globale, trainando quindi tutto il blocco. Un blocco, quello dei BRICS, effettivamente disomogeneo, che sembra tenuto assieme, vista l’enorme divergenza tra le agende politiche e le amicizie dei vari Stati membri, dalla consapevolezza, o dalla speranza, di un più o meno imminente crollo dell’ordine mondiale sorretto dalle potenze atlantiche capeggiate dagli Stati Uniti d’America: tutti, o quasi, i Paesi dei BRICS+ hanno uno sbocco sul mare in prossimità o in possesso di uno stretto di marcata importanza commerciale (interessante notare come anche la Turchia stia iniziando a gravitare attorno all’unione economica in questione, nonostante il flirt con l’Unione Europea in atto da diverso tempo). 

Insomma, non sono più due superpotenze indiscusse ad affrontarsi, ma superpotenze e potenze alternative che tentano di affermarsi in un mondo sempre più liquido su ogni fronte, cercando una fetta della torta di multipolarismo attuale, anche a costo del riemergere di vecchi scheletri.

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