OGGETTO: Urbani autoritari
DATA: 08 Ottobre 2024
SEZIONE: Società
FORMATO: Visioni
AREA: Italia
Le idee e le preferenze politiche di chi è giovane oggi equivalgono alla pratica politica del futuro. I ragazzi internazionali e digitali delle metropoli italiane, così apparentemente liberi ed individualisti, presentano abitudini e prospettive curiosamente autoritarie. Tracce di ciò si trovano nella loro interazione con la cultura e nelle preferenze di trasporto e mobilità.
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«Ecco: vi siete convinti di tutto ciò, e avete deciso di non occuparvi di niente sul serio.»
«E abbiamo deciso di non occuparci di niente» ripeté, cupo, Bazarov.
[…] «E solo offendere?»
«Anche offendere.»
«E questo si chiama nichilismo?»
«E questo si chiama nichilismo», ripeté Bazarov, ma questa volta con una particolare insolenza. 
[…] «E allora? Agite, forse? Vi preparate ad agire?»
Bazarov non rispose niente. 

Evgenij Bazarov incarna parte dell’intellighenzia giovanile russa di metà ottocento. Il suo ideatore, Ivan Turgenev, lo gettò in una tenuta della profonda campagna allo scopo di farlo dibattere con uomini della generazione precedente, connotati da una fede innata nella storia e nella vita. Padri e figli, classico della letteratura russa, esemplifica un momento culturale fondamentale in un mondo che, oggi in Italia come centocinquanta anni fa in Russia, cambia e cresce ad una velocità vertiginosa: confrontare la cultura ed il modo di fare politica dei padri e dei figli. Lo scambio intergenerazionale fa capire come funziona il mondo oggi e come questo funzionerà domani, in quanto la politica è un fatto umano e culturale. Difatti Turgenev riuscì, disegnando il disilluso e radicale Bazarov, a prevedere gli insuccessi e le violenze di cinquant’anni di storia russa, colmi di attentati, associazioni segrete e rivoluzioni mancate. Marcito il sistema zarista furono proprio i successori dei Bazarov, dotati di vessilli rossi o nazionalisti, a plasmare un mondo sovietico che riproduceva tanto le loro speranze quanto le loro velleità. Successi e crimini dell’Unione Sovietica si possono spiegare pensando alla psicologia dei soldati sbandati, rapiti dal raptus rivoluzionario, o dai demagoghi in divisa che diedero corpo ad una immensa burocrazia totalitaria. Se vogliamo capire dove saremo nel Duemilasessanta dobbiamo necessariamente osservare con attenzione i ragazzi della cosiddetta generazione zeta. 

Chiedersi cosa pensi una intera gioventù equivale chiedersi cosa pensi l’umanità intera, con mille gamme emotive e comportamentali, perciò il campo va ristretto. Esistono indubbiamente gruppi ed individui più influenti di altri, denominati con termini chiave eterei quali futura classe dirigente o prossimi trend-setters. Sono sostanzialmente le persone che in futuro determineranno l’orizzonte politico di un popolo, che sia attraverso l’attività culturale e pedagogica diretta o esercitando il potere in istituzioni pubbliche e private. Sono frequentemente laureati ed urbani, concentrati nel caso italiano soprattutto nelle due metropoli fondamentali, Milano e Roma, ed in una serie di centri connessi al circuito culturale nazionale ed internazionale, quali Bologna o Torino. La gioventù urbana non è importante solamente in virtù delle posizioni e benefici forniti da famiglie acculturate ed influenti; gli ambiziosi e gli audaci vengono attratti dalla gravità metropolitana ed emigrano dalla periferia sin da giovani. La magmatica gioventù urbana può raccontare all’osservatore un mondo che è quasi nato e che sicuramente nascerà. Sarà modellato dalla sua nuova élite giorno dopo giorno, quando ad ogni problema o sfida si risponderà seguendo aspettative valoriali comuni. Il futuro sarà più o meno autoritario, individualista, partecipativo, globale… in base a cosa vuole o come vive l’attuale coorte di universitari e stagisti metropolitani. 

Esplorare il carattere di una generazione porta a prevedere evoluzioni successive, soprattutto se in contrapposizione con la generazione adulta. Ne è prova l’esempio della contrapposizione tra i sessantottini, borghesi quanto ribelli, e i loro genitori postbellici. Quell’onda culturale e generazionale stravinse la partita, che si trattasse di ridefinire l’identità femminile, inaugurare un nuovo costume sessuale o porre al centro della cultura la libertà ed i diritti.

Se i ragazzi oggi anziani reclamavano libertà è sorprendente pensare che i loro omologhi contemporanei abbiano molto a che vedere con Bazarov. Disillusione, difficoltà di partecipare alla soluzione di problemi collettivi e ritiro nella solitudine sono fenomeni antipolitici – nichilisti. L’approdo però non è anarchico o rivoluzionario, bensì ironico e distaccato, e quindi sorprendentemente autoritario. Con questo ultimo aggettivo si intende una idea politica di accettazione remissiva e aprioristica del potere costituito, assieme ad un crescente distacco tra classe dirigente ed una popolazione sempre meno composta da cittadini e sempre più da soggetti. 

Un giovane appassionato critica su youtube le trame e dialoghi di film e videogiochi contemporanei, cogliendone l’eccesso di sarcasmo e distacco e quindi l’impossibilità di raccontare una storia; chiude il suo commento dicendo che chi non ha mai vissuto il mondo dell’esperienza non può rappresentare una realtà ma solo commentarla. L’attuale gioventù cittadina è cresciuta in un ambiente fatto da media, che fosse la televisione o che siano i social. Tra il mondo e sé si alza la barriera della rappresentazione, e così dell’ironia. La sociologia classica aveva colto il paradosso secondo cui l’alienazione non è mai intensa quanto nelle metropoli più grandi ed abitate; la sconfinata area urbana dei social media segue la stessa tendenza. L’internet è popolato da pubblicatori di meme, cioè la creatività si dedica alla distruzione culturale pura. L’assurdo ed il drammatico sono costantemente accessibili invece che conosciuti tramite una indagine del reale. Partecipare alla società tramite sue rappresentazioni finemente mediate è una illusione di partecipazione o una partecipazione menomata. Alcuni sanno fare uso del portale nelle loro tasche per navigare più sicuri, ma frequentemente la vita si riversa nel teatro algoritmico. Persino il selezionato gruppo urbano si trova a dover combattere per vivere le conseguenze delle crisi economiche, politiche o climatiche.

Conseguentemente si apre una voragine tra coloro che credono a quello che leggono ed ascoltano, vittime di straordinari mezzi di influenza e perciò tesi al settarismo, e coloro che si rifiutano di credere in segno di protesta o difesa. Sorge una polarizzazione tra chi attivamente prova a giocare alla demagogia e ne rimane vittima e chi si rifugia nel machiavellismo postmoderno. Entrambi i percorsi sono potenzialmente drammatici, e sono in piena vista nella società americana, quella che al mondo è più al passo (problemi inclusi). Partendo dal primo fenomeno, possono esplodere dei fenomeni ideologici violenti e brevi dove dei valori comuni si abusa per farne strumenti di mera violenza verbale. Le emozioni negative vengono riversate in delle forme culturali, dagli slogan ai memes, che sono fondamentalmente coercitive e totalitarie. In un meccanismo di azione-reazione nascono culture wars di dubbia utilità collettiva. Basta un gruppo di fanatici ben organizzato per aggredire le istituzioni di una società e conquistare il bene comune; paradossalmente una società benestante e stabile può degenerare in uno scontro di opposte visioni autoritarie. D’altro canto il dibattito democratico non può fiorire nella coorte degli ironici. Il pessimismo esistenziale ed il ritiro dalla collettività non sono necessariamente scelte sciocche, ma causano essi stessi il male che rifuggono, ovvero la disgregazione sociale e morale. Convinto di essere libero il giovane e contemporaneo mematore è in verità schiavo delle piattaforme attraverso cui filtra la propria esperienza e, inattivo, si trova a doversi affidare completamente all’ordine costituito per continuare a vivere. Strano a dirsi è lui il più grande sostenitore di una involuzione autoritaria, ovvero aristocratica, della democrazia Italiana o Europea, poiché le decisioni vengono prese in una arena distante e che non sente il bisogno di essere trasparente – un autoritarismo morbido e grigio. 

La forma della cultura e dei media contemporanei conduce al conflitto autoreferenziale o fa del processo democratico una mera etichetta. Chi tra i ragazzi urbani volesse condurre il mondo politico, dai vertici aziendali alle homepage di tiktok, si farà demagogo o muoverà solo se protetto da una demagogia; l’alternativa sarebbe subire le conseguenze drammatiche della diffusa perdita di libertà.

Essere urbani ed autoritari ha a che fare anche con lo spazio fisico, in particolare con la visione culturale dell’automobile e della mobilità. Negli ultimi trenta anni le città occidentali hanno ripudiato la loro riconfigurazione a favore dell’automobile. Sono stati archiviati i progetti titanici dei Le Corbusier, da Milano a Londra, ovvero quelle distopie dove si sarebbe abbattuta indiscriminatamente la stratificazione urbana per creare degli alveari fatti di autostrade e colossi in cemento armato. La coscienza ecologica che ha contenuto l’ascesa dell’automobile è senza dubbio uno dei pilastri culturali delle élite urbane più progressiste e soprattutto più giovani. Nel dopoguerra l’automobile simboleggiava la libertà da legacci secolari, poiché donava un trasporto di qualità ferroviaria in mano ad ogni individuo. Nelle metropoli odierne è invece morale e liberatorio rifiutare la prigionia dell’asfalto. Il ribaltamento è vertiginoso: basti pensare all’onnipresenza delle automobili nelle visioni fantascientifiche del Novecento, da Metropolis a Futurama. Scegliere la sostenibilità però significa scegliere la dipendenza da una infrastruttura digitale e ferrata la cui gestione è opaca e distante dagli utenti – basti chiedersi se i dati dei propri spostamenti siano venduti sul mercato, o pensare a un caso recentissimo quale il collasso temporaneo del nodo di Termini. Sia chiaro, muoversi capillarmente con mezzi pubblici, ferrovie e compagnie aeree low-cost è semplicissimo grazie al digitale: il mondo è alla portata di tre tocchi sul touch screen. La comodità però non può essere confusa con la libertà. Una intera generazione di leader urbani presterà una crescente attenzione a dei servizi comuni, che sia politicamente o nel quotidiano. È uno spostamento di focus interessante e determinante. Per gli individui più socialmente attivi si tratta di riportare in auge mentalità interpretative di un mondo passato, molto vicine all’ideale di stato sociale immaginato dalla Costituzione italiana, posto che colossi quali FS o ATAC siano gestiti in trasparenza. Al contempo però si tratta di appaltare ad entità esterne un fattore fondamentale della vita contemporanea, e conseguentemente cresce la tendenza all’affidamento passivo ad una cosa pubblica lontana. In ogni caso la mobilità si sta centralizzando e continuerà a centralizzarsi in un gruppo ristretto di attori, e perciò cresce la possibilità di vedere un gruppo dirigente sconosciuto ed indiscutibile in controllo assoluto di servizi essenziali. 

Roma, Maggio 2024. XVIII Martedì di Dissipatio

Ritornando al nichilista Bazarov, quella intellighenzia così scettica ed apparentemente libera fece da anticamera agli orrori della guerra civile russa. L’ansia di creare un nuovo bene comune non portò libertà alla Russia, bensì l’orrore totalitario. La generazione zeta urbana, sulla carta libera ed internazionale, presenta caratteri ed abitudini che puntano in una direzione autoritaria. Per loro servizi, cultura e comunicazione passano da un numero ridottissimo di istituzioni centralizzate e chiuse, implicitamente in controllo dell’arena pubblica (e privata). Giornalmente il patto tacito con delle autorità verticali è rinnovato; porre domande e sollevare dubbi è un esercizio difficile e poco naturale per una gioventù spesso solitaria e scettica. 

“Ma pensa!” disse Bazarov, “cosa significano le parole! L’ha trovata, ha detto ‘crisi’ e si è consolato. È stupefacente come l’uomo creda ancora nelle parole Gli dicono, per esempio, che è un coglione e non lo picchiano, si rattrista; lo chiamano intelligentone e non gli danno un soldo, prova piacere.” Alla fine però, malato, Bazarov va a morire nella casa dei genitori e viene unto da un prete ortodosso nell’ultima ora. Deve subire la volontà altrui in quanto per una vita non ha fatto né deciso, nel nome del disprezzo e della purezza ideale. Distacco ed affidamento sono politicamente sinonimi, e fanno rima con la perdita della libertà.

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