OGGETTO: La società sensibilizzata
DATA: 12 Dicembre 2023
SEZIONE: Società
FORMATO: Analisi
AREA: Italia
La cronaca nera è sempre stata episodica, legata alle vicende individuali di casi isolati. Ma da qualche anno questo paradigma ha smesso di funzionare, e il particolare si è fatto generale. Su questo terreno, fertile come non mai, si gioca una partita decisiva dello scontro ideologico. E più delle cause, sono gli effetti ciò di cui dovremmo occuparci.
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La morte di Giulia Cecchettin per mano del compagno Filippo Turetta è stata interpretata, fin da subito, come la spia di un sistema di potere che ha costretto chiunque a interrogarsi sulle ragioni della sua drammatica scomparsa. Il vero turning point sono state le parole della sorella all’indomani dei fatti. Inquadrare quanto successo con la lente del patriarcato ed elevare la morte di una povera ragazza di 22 anni a paradigma di complesse dinamiche relazionali, proprio come ha fatto Elena Cecchettin con l’espressione femminicidio di Stato, ha spaccato in due l’opinione pubblica e, forse, segnato un cambio d’epoca (il giorno dopo i funerali, non a caso, Aldo Cazzullo parla di «tornante della storia», scomodando il precedente di Franca Viola).  

Certo, il tema del femminicidio riempiva i notiziari anche prima (nel solo 2023 sono cento le donne uccise a causa dell’azione di uomini violenti). Ma questa volta, forse per il solo fatto che la storia abbia riguardato una giovane ragazza di buona famiglia, dal particolare si è balzati all’universale con una forza e un impatto senza precedenti. Anche le tante manifestazioni di questi giorni evidenziano la volontà di astrarre l’atto criminale in sé e parlarne come di un problema della società nel suo complesso. Scegliendo, dunque, la parte per il tutto. Se questo leitmotiv può sembrare inedito, la conoscenza di alcuni emblematici casi di cronaca nera suggerisce il contrario. È proprio sulle interpretazioni sociologiche, sulle metafore e i simboli, che abbiamo modellato il dibattito negli ultimi anni. Un tempo il solo racconto dei fatti esauriva qualsiasi altra spiegazione. Adesso, con la complicità di buona parte dei media, si sono imposte delle narrazioni ben più radicali e, in quanto tali, divisive. Da qui l’allargamento dei confini del racconto giornalistico come naturale e discutibile conseguenza. Questo è il rischio: polarizzare significa strumentalizzare. E se si vogliono comprendere le ragioni sistemiche, quelle che agiscono nel profondo dell’inconscio di chi commette certe atrocità, bisogna prestare maggiore attenzione a come vengono raccontati i fatti. Possibilmente, stando al riparo da schiocchi ideologismi. 

Marco Imarisio, giornalista del Corriere della Sera, in Tenebre italiane (Solferino, 2023) sostiene che di fronte all’orrore di un omicidio «c’è poco da spiegare, c’è solo da raccontare. Ogni storia è fatta di singoli gesti, quasi mai di sintomi che si riflettono sull’intera società. Una vicenda appartiene solo al suo contesto, alla personalità di chi ne è protagonista, rimane chiusa su sé stessa, non diviene mai metafora di un significato più grande, almeno non dovrebbe. Ma al tempo stesso, quante volte, a cominciare da Dino Buzzati, è stato affermato che la “nera” non dovrebbe essere altro che uno specchio della società, un modo per raccontarla, evitando di cadere nella sociologia spiccia?». 

Nella sua esperienza di inviato, l’autore si è trovato a scrivere di alcuni dei casi più rappresentativi degli ultimi vent’anni, laddove la nostra società, quasi senza accorgersene, attraversava mutamenti tanto vorticosi e inediti. Non a caso il sottotitolo parla di “una storia terribile ma vera di delitti che hanno cambiato il paese”, l’Italia del nuovo millennio. 

Si pensi ai fatti di Novi Ligure del 21 febbraio 2001, in cui Erika De Nardo e Mauro Favaro, detto Omar, rispettivamente di sedici e diciassette anni, uccidono la madre e il fratellino di lei (avrebbero ucciso anche il padre, ingegnere e dirigente dell’azienda dolciaria Pernigotti, se Omar non si fosse ferito alla mano e non avesse deciso di andarsene). Qui il giornalista individua un cambio di prospettiva, specie da parte della carta stampata. Il caso «non si limitò a essere un crimine efferato, divenne il simbolo di tutto quello che non funzionava nel rapporto padre-madre-figli. La famiglia di Erika divenne lo spiraglio attraverso il quale osservare e farsi domande su tutte le famiglie italiane. Quel delitto andò ben oltre il suo significato». Le reazioni furono di sconcerto, incredulità, spaesamento. Per la prima volta, persino i commentatori più illustri (nel libro si cita la desolazione, tra gli altri, dell’allora direttore de Il Manifesto Luigi Pintor, insolitamente colpito dalla vicenda) dovettero rifugiarsi nella “sociologia spiccia”, per dirla sempre con Imarisio, e azzardare una spiegazione di tale violenza che fosse minimamente razionale.

Però, il processo identificativo e la partecipazione furono enormi. Per quanto la televisione avesse imposto con il suo accumulo di immagini e filmati un ritmo più spedito a tutta l’informazione, all’epoca fatti del genere avevano ancora il tempo di sedimentarsi e diventare memoria collettiva. Da lì a poco, sarà l’informazione online a modificare definitivamente tempi e modi del racconto. Infatti, oggi qualsiasi «delitto diviene un “contenuto”, frazionabile in mille diversi aspetti, come sono altrettante ormai le fonti più o meno pubbliche dalle quali attingere, profili social e account dai quali prelevare foto, stati d’animo, frasi rivelatrici, fino a vari e propri spezzoni di vita privata. È un continuo disvelamento per accumulo di dati che nei casi più deleteri spinge a indugiare sui particolari più scabrosi di una vicenda, ad accentuare il lato “sentimentale” del racconto. […] Credo che sia questa velocità a determinare un effetto di saturazione che ben presto impone la necessità di voltare pagina e passare ad altro».

Un altro tic immancabile del racconto giornalistico è quello di mostrificare il carnefice. Così da disumanizzarne ogni comportamento e poterlo espellere dalla società come corpo estraneo. Schema assai consolatorio, e tutto sommato funzionale alla tenuta emotiva di una comunità. Oltre al fatto che, se così non fosse, cadrebbero come castelli di carta tutti i salotti televisivi del pomeriggio (a pensarci bene, anche di altre fasce orarie). Una prassi contro cui si scaglia decisamente Willy. Una storia di ragazzi di Christian Raimo e Alessandro Coltrè. Nato come podcast, il libro è un’inchiesta sull’omicidio di Willy Monteiro Duarte, classe ‘99 e originario di Capoverde, ucciso a Colleferro il 6 settembre del 2020 da quattro suoi coetanei (tra cui i fratelli Bianchi, anch’essi vittime della mostrificazione mediatica), nel tentativo di difendere un amico in difficoltà. Salvo stravolgimenti in cassazione, gli imputati sconteranno in media oltre vent’anni di reclusione. Ciò che preme agli autori di dimostrare è quanto questo episodio sia tutt’altro che isolato, laddove «dentro la storia del massacro di Willy ce ne sono altre cento, quella di una comunità segnata dai traumi più o meno recenti, quella di una provincia sospesa tra disoccupazione e nuova emigrazione, quella dell’inquinamento della Valle del Sacco, quella di un territorio figlio ormai orfano dell’industria e oggi in cerca di nuova identità. Una storia di ragazzi devastata da un’esplosione di violenza senza senso». E allora, come si racconta un massacro? Questa è la domanda attorno alla quale l’opera cerca di dare una risposta, facendo ricorso al metodo storico e a quella sociologia di cui parlava il vecchio Buzzati (a proposito, le sue cronache sono state di recente ristampate per Mondadori). La stessa che innerva lo spirito di molti lavori degli ultimi tempi, come Yara di Giuseppe Genna, L’uomo bianco di Ezio Mauro, Acido di Claudio Verdelli e altri. Tutti pervasi dalla volontà di imporre una narrazione diversa, certamente più attenta alle trasformazioni politiche e sociali della realtà nella quale viviamo. 

Roma, Luglio 2023. X Martedì di Dissipatio

Il dibattito seguito alla morte di Giulia Cecchettin è l’esempio di questo cambio di paradigma, il pretesto più drammatico e attuale per provare a rispondere all’interrogativo dal quale sono partiti Raimo e Coltrè. In un articolo su Il Tascabile, ancora Raimo, citando Ivan Jablonka e il suo Laëtitia (Einaudi, 2018), un’indagine sulla diciottenne francese Laëtitia Perrais, violentata e uccisa nel 2011, afferma che: «Il libro inchiesta su Laëtitia consente a Jablonka di approfondire il tema del femminicidio e di provare a riflettere sulla violenza maschile in senso sistematico e storico; tre anni dopo Laëtitia esce il suo lavoro sulla storia del patriarcato, Uomini giusti. Una storia della mascolinità. Nel caso di Willy il lavoro storico che occorrerebbe fare è forse ancora più complesso. Le riflessioni sulla mancanza di senso di un massacro fulmineo e feroce o le ricerche di ragioni sistemiche a partire dal caso esemplare riguardano sempre maschi, sono svolte da maschi, ma non s’interrogano sulla questione di genere».

Il crinale ripido di queste considerazioni porta a pensare che il terreno di scontro sul quale, nel bene o nel male, si sta formando la coscienza civile della società italiana non è mai stato così fertile. Gli effetti, adesso, sono tutto ciò di cui dovremo occuparci. 

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