Una battaglia nell'anima dell'America

Questo assalto alla democrazia, come forse troppo pomposamente è stato definito, avverte tutti che il conflitto culturale tra le due americhe è sempre in corso, a dispetto di quanti si dimostrano convinti che la parentesi populista sia ormai definitivamente chiusa.
Questo assalto alla democrazia, come forse troppo pomposamente è stato definito, avverte tutti che il conflitto culturale tra le due americhe è sempre in corso, a dispetto di quanti si dimostrano convinti che la parentesi populista sia ormai definitivamente chiusa.

“We the people”. Noi, il popolo. Mentre sono ancora più che vive le immagini (violente, inquietanti, grottesche, inverosimili eppure drammaticamente vere) di quanto successo a Washington, con didascalie giornalistiche che vanno da “Assalto alla democrazia” ad “attacco al potere” (condite magari da ridicole esagerazioni quali “C’era una volta l’America”), le prime parole della Costituzione americana sono sempre lì, a lampeggiare, a ricordarci il rapporto storicamente particolare e contraddittorio tra governanti e governanti, e quindi tra oligarchia e democrazia, e a far restare sempre sul tavolo quella questione che Guglielmo Ferrero sintetizzava col concetto di “legittimità”.

Un rapporto, quello tra i pochi e i tanti, da sempre vivo nel mondo occidentale, rimasto evidentemente irrisolto, a prendere per buone storpiature e locuzioni varie (democrazia sovrana, democratura, democrazia recitativa, democrazia sfigurata, e via di questo passo) fiorite negli ultimi anni a insoddisfatto contorno di un termine come “democrazia”, intorno al quale lo stesso presidente Thomas Jefferson, riconosciuto padre della democrazia americana (se non altro per l’acquisto della Virginia, ciò che gli valse d’ufficio la presenza tra i quattro giganti del monte Rushmore) si era a lungo scervellato nel suo ritiro di Monticello senza arrivare a una conclusione univoca.  Emblematica in questo senso la notizia uscita nel 2010, secondo la quale dall’analisi spettroscopica dell’originale della Dichiarazione d’Indipendenza era risultato che sotto la parola “citizens”” (cittadini) era stata cancellata quella di “subjects” (sudditi).

Il Jefferson che nel 1786 si dichiarava certo che nemmeno un metro di terra sarebbe mai stato tolto ai nativi senza il loro consenso era lo stesso Jefferson che poco più tardi riconoscerà impossibile per il governo limitare le occupazioni abusive e gli espropri; il Jefferson che giudicava lo schiavismo un «crimine abominevole» è lo stesso Jefferson che nel 1796 possedeva centosettanta schiavi, senza preoccuparsi nemmeno di liberarli nemmeno in punto di morte. Ed era lo stesso Jefferson protagonista del primo grande scontro tutto interno alla potere americano, quello con il suo predecessore John Adams su quale dovesse essere il modello cui guardare, la monarchica Inghilterra o la Francia della rivoluzione francese, che era scegliere poi tra modello industriale e modello agricolo- pastorale, quest’ultimo sostenuto anche dal pragmatico Benjamin Franklin, che al posto dell’aquila marina come immagine del paese avrebbe preferito vedere il tacchino, animale “rispettabile e molto americano.

Andrew Jackson

L’aquila, la sua animalesca battaglia la vinse subito. Il modello industriale, per vincere dovette aspettare la guerra di secessione, mettendosi alle spalle conflitti plateali come quello esploso sul rinnovo della Banca nazionale sostenuta da Hamilton e Adams contro Jefferson, respinto infine a colpi di decreti dal presidente “populista” Andrew Jackson, quello che per la sua elezione aprì le porte della casa bianca a tutti i cittadini e il cui ritratto non per nulla fu fatto appendere (su consiglio di Bannon) nello studio ovale da Trump presidente, e al quale non per caso intellettuali liberal come Richard Hofstadter addebiteranno «il primo impulso potente e generale all’anti-intellettualismo nella politica americana». L’affermazione fatta da Jefferson nel 1800 nel suo discorso di investitura presidente del resto parlava chiaro, o meglio scuro: «Siamo tutti repubblicani, e siamo tutti federalisti» che a quei tempi voleva dire siamo tutti populisti e siamo tutti statalisti, squadernando così quel conflitto “America contro America” destinato a far da basso continuo alla storia degli Stati Uniti e di cui i fatti del Capitol Hill rappresentano l’ultimo, più sgangherato e insieme più rumoroso episodio.

Un conflitto tra Deep State e quel ceto medio retrocesso con la crisi allo stato di povertà il cui malessere Bruce Springsteen aveva già denunciato apertamente a metà anni Novanta in “The Ghost of Tom Joad”, brano che raccontava proprio delle tante vittime della globalizzazione, ma di cui il partito democratico di Obama e della Clinton non aveva saputo o forse meglio voluto farsi carico. Proprio quei dimenticati lì, una decina d’anni più tardi, si sarebbero rivelati decisivi per l’elezione di Trump, che solo a uno sguardo superficiale può essere considerata una creatura fuggita dal laboratorio del partito repubblicano.

Per quanto incommensurabile con l’attacco alle torri gemelle, il parapiglia con morti del Capitol Hill è comunque destinato a restare nella storia dell’Occidente democratico. Perché è successo nel cuore politico del Paese che all’epoca di Bush si diceva sicuro di poter esportare la democrazia nel mondo senza preoccuparsi delle conseguenze che questa follia avrebbe comportato), ma forse prima ancora per la facilità con cui in questo cuore politico della democrazia un migliaio o poco più di coloriti, indemoniati manifestanti si sono introdotti, senza incontrare la resistenza che tutti si sarebbero in fondo  aspettati: più che per antica tradizione (tra governo e popolo nessuna eccessiva barriera, il principio), per la stretta successiva all’attacco dell’11 settembre 2001.

Uno scontro o forse meglio un quasi-scontro fondamentalmente tra bianchi e bianchi, riportando per l’ennesima volta a galla, come grande assente quello che è stato definito (con buona pace del genocidio dei nativi) il peccato originale degli Stati Uniti, ovvero il razzismo. Una non resistenza, quella della Capitol Police (duemila agenti, un bilancio di quasi 500 milioni di dollari l’anno) che indipendentemente dal numero delle vittime (cinque in tutto, al momento: quattro tra i manifestanti, una tra le forze dell’ordine) continua ad essere un mistero, considerando anche che pochi mesi fa, non lontano proprio dal Capitol, ben più pacifiche dimostrazioni dei Black Lives Matter erano state represse a suon di manganellate e gas urticanti. We the people, noi il popolo. Lo stesso popolo di cui manifestanti e poliziotti fanno in fondo entrambi parte, e che la crisi del 2007 ha messo a dura prova, nel Paese dell’anti-intellettualismo, dove armi e complottismi hanno avuto sempre, fin dalle origini, vita fin troppo facile. 

Questo assalto alla democrazia, come forse troppo pomposamente è stato definito, avverte tutti che per quanto curvato dalla crisi economica in senso economico e sociale, il conflitto culturale tra le due americhe è sempre in corso, e a dispetto di quanti si dimostrano convinti che la parentesi populista sia ormai definitivamente chiusa, è una delle ferite tutt’ora aperte che il neo presidente Biden sarà costretto per forza di cose ad affrontare. Nel 1800, quando il “populista” Thomas Jefferson vincendo le elezioni gli chiuse le porte al secondo mandato, “l’elitista”” John Adams perse praticamente le staffe, mutatis mutandis un po’ come il Trump dei nostri giorni, arrivando perfino a non presentarsi all’insediamento del suo successore e scegliendo di ritirarsi sdegnosamente a Quincy, nel Massachusetts, non senza aver prima però aver fatto approvare dal segretario di Stato Marshall un elenco di nomine gradite.

In punto di morte, si racconta che tra i tanti pensieri, l’ottantaquattrenne Thomas Jefferson ne ebbe anche per il suo vecchio amico di gioventù nonché predecessore alla Casa Bianca. Non sapeva che Adams era morto pochi minuti prima di lui, in quello stesso 4 luglio 1826. Difficilmente Trump ora sarà incriminato col venticinquesimo emendamento, difficilmente anche, però, a questo punto potrà essere il prossimo candidato repubblicano alle elezioni del 2024.

Una cosa però è certa: indipendentemente dalla figura ormai in uscita -democraticamente sputtanata- di un Donald Trump che di questo passo sarà prelevato di peso da qualche furgone con le sirene, nessuno può ragionevolmente aspettarsi che il problema del popolo, di quel popolo di “dimenticati” che comunque hanno votato in oltre 70 milioni Trump e di cui gli assalitori sono una minuscola “avanguardia”, possa considerarsi risolto con l’elezione di un Biden chiamato ora a dare corso al suo slogan elettorale: «una battaglia per l’anima dell’America».

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