Una sfida europea

Il dibattito politico sulla questione ucraina si è arenato su posizioni che favoriscono gli Stati Uniti, ma potrebbe invece diventare un’opportunità per l’Europa di guadagnare maggiore autonomia.
Il dibattito politico sulla questione ucraina si è arenato su posizioni che favoriscono gli Stati Uniti, ma potrebbe invece diventare un’opportunità per l’Europa di guadagnare maggiore autonomia.

Con il prezioso contributo dell’ex sindaco di Roma Pietro Giubilo, coautore dell’articolo, capiamo le prospettive strategiche dell’Europa in Ucraina

Nello scenario ucraino i combattimenti procedono dal 24 di febbraio in maniera cruenta e devastante, continuando a mietere vittime tra la popolazione civile e a mantenere alta l’allerta per i rischi nucleari. Gli effetti del conflitto non hanno tardato a farsi sentire sulle altre aree del globo. In brevissimo tempo i prezzi di alcune delle maggiori commodity sono schizzati lasciando presagire il sopraggiungere di ulteriori crisi di carattere economico, in Europa, e alimentare, in Africa. Se Italia e Germania dipendono fortemente dalle fonti energetiche russe, molti stati africani (come, ad esempio l’Egitto) importano grano e fertilizzanti da Ucraina e Russia. Una nuova crisi alimentare potrebbe far saltare i già precari equilibri di queste aree, in cui una delle micce che fece deflagrare le “Primavere arabe” fu proprio l’aumento del prezzo del grano. Ciò con tutte le ripercussioni in Italia e, più in generale, nell’intero continente europeo che contribuirebbero ad aumentarne l’attuale instabilità. 

A fronte del disastro umanitario a cui stiamo assistendo e al caos geopolitico verso cui ci stiamo dirigendo, è doveroso interrogarsi sulle ragioni alla base dell’immobilismo internazionale. Dare risposta a questo quesito è cruciale per evitare ciò che Leonardo Becchetti su Avvenire di venerdì 4 marzo ha ventilato come il pericolo incombente e cioè il «gran gorgo di una escalation» bellica, e di sciogliere il vero dilemma a cui, ora, ci si trova di fronte, che certamente non è quello indicato di recintare la scelta tra sanzioni o terza guerra mondiale; più realisticamente, quello di scegliere tra guerra e pace.

Come ormai da costume mediatico, sul dibattito politico ha prevalso la narrazione semplificata a discapito della complessità del conflitto in corso che fa presagire un cambiamento epocale. Ciò, oltre a condurre la dialettica su un piano inclinato circoscritto all’importanza delle forniture militari a Zelensky e all’allerta nucleare di Putin, di certo non contribuisce alla costruzione della svolta auspicata. All’interno di questo schematismo, l’editoriale della Cei, coraggiosa nell’indicare assertivamente che «per interrompere la catena di morti e sofferenze bisogna puntare immediatamente a un punto di equilibrio che non umili neanche l’aggressore», rappresenta senz’altro una voce fuori dal coro. Becchetti, ricordando che «Henry Kissinger sosteneva da tempi non sospetti che la pace in Ucraina sarebbe stata possibile con le due “F”; finlandizzazione e federalismo», apre, poi, uno squarcio su uno sfondo storico che sembra essere stato dimenticato come una inutile profezia. Questo inaspettato riferimento dell’editorialista di Avvenire ci suggerisce di andare a rileggere quanto l’ex Segretario di Stato di Richard Nixon scrisse in proposito il 5 marzo del 2014 sul Washington Post

«Considerare l’Ucraina come parte del confronto est-ovest, spingendola a far parte della NATO, equivarrebbe ad affossare per decenni ogni prospettiva d’integrare la Russia e l’Occidente – e in particolare la Russia e l’Europa – in un sistema di cooperazione internazionale». 

Richard Nixon, Washington Post

A ben vedere, infatti, il nocciolo della questione sta proprio nei rapporti tra Europa e Federazione Russa. Lo scenario in cui è maturata tale situazione è quello del nuovo ordine mondiale che si è stabilito a seguito della caduta del blocco sovietico con l’Ucraina che, per via della ubicazione geografica che la pone al centro delle due masse continentali, europea e asiatica, e della composizione etnica e culturale che la contraddistingue, costituisce la classica “linea di faglia” popolata da genti che, partendo da una genesi comune, ovvero quella delle tribù slavo-orientali riunitesi sotto la Rus’ di Kiev, si sono distinte successivamente in diverse componenti divise anche sotto il profilo confessionale. Considerato che l’identità russa è nata proprio in questi territori, essi rappresentano per i russi un imprescindibile valore storico-culturale-identitario. Tali caratteristiche fanno del l’Ucraina uno “Stato cerniera” esposto alle penetrazioni linguistiche culturali e religiose dei rispettivi poli. È indicativo, al riguardo, che sotto il profilo confessionale, un’ampia parte della popolazione aderisce alla Chiesa uniate che segue il rito ortodosso pur riconoscendo l’autorità del Papa. Dunque, sotto il profilo strategico è chiaro che il Paese ricopra un un ruolo cruciale. Sul punto si ricordi che le invasioni subite dalla Russia sia da parte di Napoleone che di Hitler sono avvenute dll’Ucraina.

Mutuando il pensiero dello stratega statunitense Zbigniew Brzezinski, il Paese rappresenta uno dei “perni” su cui fare base per spostare il baricentro “occidentale” verso oriente e quindi espandere l’influenza statunitense all’interno della massa eurasiatica. Anche perché, fa notare ancora Brzezinski, «senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero, ma con l’Ucraina subalterna e quindi subordinata, la Russia diventa automaticamente un impero». Al fine di scongiurare questo scenario, il campo occidentale a guida statunitense si adoperò per incentivare l’espansione a est della NATO, facendone immaginare all’Ucraina l’adesione, e a soffiare sul fuoco del malcontento interno di alcuni Paesi cardine, tra cui appunto l’Ucraina, dove nel 2014 scoppiarono le proteste di Euromaidan con gli esiti noti. Tale situazione incentivò quella percezione di accerchiamento che già aleggiava all’interno della Federazione Russa che nel frattempo era rimasta completamente isolata. L’incremento di Paesi che nel corso di questo trentennio aderirono alla NATO e di armamenti schierati al confine con la Russia avvenne nonostante nel 1990 gli impegni verbali assunti dall’allora Segretario di stato americanoJames Baker con cui si stabiliva che la NATO non si sarebbe spinta oltre il confine della Germania riunificata. La risposta russa agli avvenimenti del 2014 fu l’annessione della Crimea, l’alimentarsi del conflitto nella regione del Donbass tra separatisti filo russi e forze ucraine. Ne seguì la comminazione di sanzioni economiche che offrirono un maggiore incentivo alla Federazione Russa per guardare verso est e abbracciare la Cina.

Va inoltre sottolineato che l’Ucraina, dopo la fine del sistema internazionale dell’Europa dell’Est con al centro l’Unione Sovietica, aveva manifestato, come del resto gran parte dell’area geografica orientale, la tendenza ad essere attratta dall’Europa occidentale anche per esigenze di carattere economico non disgiunte da influenze culturali e di costume. Su tale terreno, oltre alla diffidenza di Mosca, tuttavia, si evidenziò una inadeguata risposta di alcuni paesi dell’Unione Europea. Va ricordato come esemplare l’esito del referendum dell’aprile 2016 con il quale l’Olanda bocciò a grande maggioranza l’accordo politico-commerciale che era stato firmato dall’U.E. come premessa per l’ingresso di Kiev negli organismi comunitari. In altri termini, mentre lo sviluppo di un avvicinamento economico tra Europa e Ucraina venne arrestato, o quantomeno ritardato, si ripiegò – soprattutto su sollecitazione degli Usa – sulla perigliosa strada dell’ingresso della ex provincia dell’URSS nelle strutture militari della Alleanza atlantica, avviando un percorso conforme a quanto compiuto nelle altre nazioni ex Patto di Varsavia, che non poteva non determinare, in prospettiva, una risposta da parte di Mosca incentrata anch’essa sugli aspetti militari. Dunque, se la linea di Washington si innestava in un costante paradigma geopolitico, l’inerzia europea ha fatto si che che a prevalere fossero le logiche geopolitiche statunitensi che verso la Russia mantengono il primato di una opzione militare rispetto a quelle di integrazione nell’Occidente, come anche sottolinea la sopra menzionata tesi di Kissinger. 

Tale inerzia ha verosimilmente prodotto gli odierni contraccolpi dal momento che proprio l’Europa costituisce l’area geografica costretta a subire i maggiori danni economici generati dal non troppo velato obiettivo statunitense: disaccoppiare l’economia russa da quella europea, proprio come nelle “migliori intenzioni” della Victoria Nulan. Non è un caso, infatti, che Macron e Scholz fino all’ultimo abbiano tentato di tutto per scongiurare questa cesura che rappresenta senz’altro una problematica non di poco conto per le nostre aziende. Mentre l’Italia, che negli stessi anni difficili della guerra fredda e del regime stalinista si rese evidente nel favorire condizioni che allontanassero i pericoli di conflitti, in quest’occasione ha perso una grande opportunità provando – per come osserva Germano Dottori nel numero di LimesLa Russia Cambia il mondo – in un primo tempo a mettere in campo delle iniziative di alto profilo che, non trovando il favore degli Stati Uniti, hanno costretto ad un repentino riallineamento. 

In conclusione, l’invasione di Putin, le inadeguatezze dell’Occidente, l’inconsapevolezza della stessa Europa, oltre a presentare un orrendo bilancio di devastazioni umane e materiali, potrebbero produrre un altro drammatico effetto: il seppellimento della speranza che, con la profezia di Papa Wojtyla, aveva accompagnato il crollo del comunismo in Russia: costruire l’Europa «dall’Atlantico agli Urali, quella «casa comune europea» che sola avrebbe finalmente consegnato al nostro travagliato continente quel destino di pace che in questi giorni viene ancora una volta drammaticamente negato. Tuttavia, dalle crisi vi è sempre una rinascita e proprio l’Europa, per via della sua storia ha una forza tale per offrire una soluzione diplomatica che contribuisca alla edificazione di un nuovo ordine. Per il continente questa potrebbe, dunque, rappresentare un’opportunità per inaugurare un nuovo corso che si ponga la priorità di completare il processo di unificazione attraverso la realizzazione di una concreta politica di difesa comune e di una propria autonomia energetica, elementi che combinati le garantiranno una effettiva autonomia strategica e ampi margini di manovra nei confronti dei grandi poli di potere – Stati Uniti, Russia e Cina – presenti sullo scenario globale.

di Pietro Giubilo e Filippo Romeo

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