Il siluramento della Moskva è un messaggio alla Cina

Un missile nel cuore dell'Indo-Pacifico, il principale obiettivo degli Stati Uniti.
Un missile nel cuore dell'Indo-Pacifico, il principale obiettivo degli Stati Uniti.

Il siluramento del Moskva, gioiello della Marina prima sovietica e poi russa e nave ammiraglia della Flotta del Mar Nero, verrà ricordato come uno degli eventi-chiave della guerra in Ucraina. Momento apicale per la piccola-ma-preparata armata ucraina che, grazie al supporto-chiave della NATO, ha sabotato l’agenda di invasione della Russia, costringendo Vladimir Putin ad una ricalibratura al ribasso degli obiettivi in loco: dal cambio di regime alla ricostruzione della Novorossija in miniatura. Danno reputazionale che macchierà indelebilmente il prestigio delle forze armate russe.

L’inabissamento della punta di diamante della Marina russa non costituirà uno spartiacque sotto il profilo militare in grado di mutare l’equilibrio sul campo, perché la disparità di forze (e tecnologie) tra i belligeranti resta quella dei primordi, ma è altamente probabile che influirà sull’approccio globale degli Stati Uniti alla Russia. E che sarà osservato e studiato con attenzione dagli strateghi del rinato Impero celeste, la Repubblica Popolare Cinese. Perché l’Ucraina è la prima guerra della NATO contro una grande potenza. Ed è anche il laboratorio in cui è stata sperimentata per la prima volta quella “guerra senza limiti” teorizzata proprio nell’Impero celeste all’alba del XXI secolo.

Obiettivo raggiunto

Con il siluramento dell’incrociatore lanciamissili Moskva, messo fuori servizio dopo quasi quarant’anni di onorata carriera, la presidenza Biden ha raggiunto uno degli obiettivi del Pentagono in Ucraina: testare le effettive capacità militari della Federazione russa, della quale si voleva comprendere e valutare il potenziale sul terreno, ovverosia in una guerra aperta e regolare, da molto tempo.

Era dall’ottobre 2008, data della riforma ex novo delle forze armate russe voluta da Putin in persona – su suggerimento del computer umano Vitaly Shlykov –, che gli Stati Uniti erano curiosi di conoscere lo stato di salute dell’erede dell’Armata rossa. La Georgia non era un caso studio utile per gli analisti del Pentagono: operazione-lampo concepita in un teatro di piccole dimensioni. E neanche potevano esserlo la Siria, teatro di una mera missione di salvataggio, e il Donbass, casa di una guerra asimmetrica a intensità variabile.

Sarà l’Ucraina, per dimensioni geografiche e ragioni di tatto, tattica e tecnica, il caso studio sul quale si concentreranno gli Stati Uniti per rimodulare la loro strategia per la Russia nel dopoguerra. Una strategia che, con elevata probabilità, vedrà l’adozione di un atteggiamento maggiormente confrontazionale – come preludiano il potenziamento e il (possibile) allargamento della NATO. E non potrebbe essere altrimenti: per gli Stati Uniti la Russia, lasciandosi trascinare in una guerra di logoramento all’afghana e incontrando notevoli difficoltà sia logistiche sia combattive, avrebbe ri-dimostrato di essere la stessa potenza di sempre, cioè un gigante dai piedi di creta. Come nel XIX secolo. Come in occasione della guerra contro il Giappone di inizio Novecento. Come durante la Guerra fredda.

Lo sguardo a Pechino

La tagliola ucraina dell’amministrazione Biden non ha mai avuto un solo obiettivo. Ne ha avuti almeno tre, sin dall’inizio, corrispondenti al dissanguamento della Russia, all’approfondimento della satellizzazione dell’Unione Europea e allo spaventamento della Repubblica Popolare Cinese. Perché l’Ucraina è il dito, la transizione multipolare è la Luna – e la riscrittura dell’anima e del volto del mondo passa da Pechino.

Non si è mai trattato soltanto di Ucraina. Non si è mai trattato di un redde rationem per Euromaidan. La posta in palio è sempre stata più alta, cioè la forgiatura di un’epoca, sebbene nel Vecchio Continente si faccia fatica a realizzarlo. E l’afghanizzazione dell’Ucraina, nella grand strategy degli Stati Uniti, di fatto dovrebbe veicolare un messaggio in quattro punti alla Repubblica Popolare Cinese: la Russia è il cavallo sbagliato sul quale puntare per sfidare l’Impero americano, un gigante dai piedi di creta, e con l’anima di una tigre di carta, che difficilmente potrebbe servire la causa multipolare alla luce delle molteplici debolezze (di)mostrate nel teatro bellico ucraino; la Nuova Via della Seta potrebbe essere sabotata replicando il “formato Ucraina” altrove; trattare per raggiungere un modus vivendi è (ancora) possibile; Taiwan resta la linea rossa invalicabile degli Stati Uniti; da qui l’approdo nello stato insulare di una delegazione capitanata dal senatore Lindsey Graham sullo sfondo del siluramento del Moskva.

Pechino non è Mosca

La grand strategy dell’amminitrazione Biden, che vede nell’Ucraina un mezzo per una molteplicità di fini, potrebbe conseguire i risultati preventivati, avendone già ottenuti alcuni – dall’accresciuta vassallizzazione dell’Europa all’ingabbiamento della Russia in una guerra di logoramento –, ma potrebbe non avere successo con Xi Jinping, l’ultimo capo di una civiltà nata nel XXIX secolo avanti Cristo.

La presidenza Biden trascura e/o ignora che non sarebbe e non sarà possibile replicare il formato Ucraina a Taiwan qualora scoppiasse una guerra aperta tra le due Cine, perché geografia – le dimensioni dello stato insulare – e distanza – la lontananza dagli alleati – non lo consentono. Ne consegue che gli Stati Uniti, se intendono fare di Taiwan una linea rossa insormontabile, debbono prepararsi alla prospettiva di una guerra mondiale nucleare. E, in secondo luogo, non è da sottovalutare la plausibilità della “riunificazione pacifica” delle due Cine, cioè senza colpo ferire, trainata dall’irradiamento di potere morbido promanante dall’entroterra.

Cosa potrebbe succedere domani?

Quello che potrebbe accadere nel dopoguerra, visto e considerato che gli Stati Uniti hanno testato e sconfitto la Russia sul campo attraverso un’intelligente guerra per procura, è la materializzazione di operazioni di disturbo dirette alla Repubblica Popolare Cinese allo scopo di saggiarne le capacità. Come con la Russia. Suddette operazioni di disturbo potrebbero essere esperite in una varietà di luoghi, dal Mar Cinese Meridionale (Filippine?) all’Indocina, passando per l’Asia centro-meridionale traversata dalla Belt and Road Initiative. E non è fantapolitica. Perché delle forze armate cinesi gli Stati Uniti, e il mondo intero, non sanno nulla dal lontanissimo 1962 – anno della guerra di confine sino-indiana. E gli Stati Uniti abbisognano di provocare l’avversario in una maniera tale da spingerlo all’azione. Un’azione di dimensioni tali da permettere agli analisti a stelle e strisce di trarre delle conclusioni utili alla formulazione di strategie adattabili alla realtà. E questo perché la vera sfida al Sistema del XXI secolo non è rappresentata dalla Russia, potenza aggressiva perché tramontante, quanto dal rinato, energico ed enigmatico Impero celeste.

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