OGGETTO: "Le Due Sessioni" di Xi Jinping
DATA: 19 Marzo 2021
SEZIONE: inEvidenza
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Nelle prime settimane di marzo, Pechino brulica di funzionari, delegati dell’assemblea nazionale e membri del partito comunista, che accorrono da tutta la Cina per partecipare alla fase politica più importante dell’anno: le “Due Sessioni” (Liǎng Hui). Queste sono formate dalla riunione plenaria dei due massimi organi politici della Repubblica Popolare Cinese: il Congresso Nazionale dei Rappresentanti del Popolo, la camera legislativa, e la Conferenza politica consultiva del popolo cinese, l’assemblea che rappresenta tutti i partiti e che svolge un ruolo consultivo per il governo. In questi giorni il partito comunista illustra i risultati ottenuti nell’anno passato ed espone la propria visione, indicando le priorità, le aspettative e gli strumenti che intende adottare nei successivi 12 mesi. Le Due Sessioni di quest’anno hanno assunto una duplice importanza, oltre ad aver attestato la capacità del governo cinese di domare l’epidemia e riuscire a mantenere degli standard di crescita inimmaginabili per l’Occidente, hanno approvato il 14esimo piano quinquennale (2021-2025), la quintessenza della programmazione politico-economica socialista.

Il primo piano quinquennale della storia fu introdotto nel 1928 da Stalin, con l’obiettivo di industrializzare nella maniera più veloce possibile l’Urss. Lo sforzo stakanovista per raggiungere i risultati prefissati, la corsa contro il tempo per eguagliare gli standard economici dei Paesi più sviluppati e la retorica di regime tesa a enfatizzare la potenza sovietica, sono entrati nell’immaginario collettivo tanto da far diventare questo strumento di pianificazione politica la principale caratteristica delle economie socialiste. In un lasso di tempo equiparabile a una legislazione dei paesi occidentali, il governo sovietico si sforzava di realizzare il piano stabilito ‒ innescando una tensione costante tra un presente rivoluzionario e un glorioso avvenire ‒per mostrare al mondo l’efficienza del partito. Il regime comunista, cadenzato ogni lustro dalla pianificazione economica, aspirava a mostrarsi capace di plasmare il futuro, in una ciclica rincorsa tra obiettivi e risultati, evidenziando la superiorità dell’organizzazione comunista nella razionalizzazione quasi profetica degli sforzi produttivi.

Anche la Cina ricalca la tradizione comunista e dal 1953 organizza il suo progresso economico attraverso le pianificazioni quinquennali. Quello approvato quest’anno rappresenta un record per la Repubblica popolare. L’Unione Sovietica, infatti, si è fermata al 13° piano quinquennale quando nel 1991 è implosa per le sue contraddizioni interne, mentre il gigante asiatico con l’inizio del 14° piano si appresta a diventare la superpotenza comunista più longeva della storia. Le particolarità del programma economico-politico del prossimo lustro sono molteplici e toccano i più importanti asset strategici nella visione del presidente Xi. Una prima differenza, rispetto ai precedenti piani, è l’assenza di un obiettivo preciso di crescita del pil. Fino all’anno scorso la Cina viaggiava su target minimi di crescita annuale del 6,5%, tutti ampiamente superati fino all’avvento della pandemia globale. La crisi causata dal Covid ha abbassato le stime precedenti cinesi e ha registrato una crescita del prodotto interno di “solo” 5,7 punti percentuali. L’élite del partito comunista consapevole della possibilità di recrudescenze del virus non ha voluto fissare obiettivi concreti di crescita ma si è limitata a prefissare un “range ragionevole” di crescita e ha assicurato che stabilirà il target annuale di volta in volta durante la Due Sessioni. La reticenza nel quantificare anticipatamente la crescita economica fa da sponda a un cambiamento epocale nel peso qualitativo del tipo di produzione che la Cina vuole favorire. Se fino agli ultimi anni la Repubblica popolare ha assunto il ruolo di fabbrica del mondo, concentrando sull’export di prodotti a basso valore aggiunto la percentuale più grande della sua crescita, da qualche tempo il presidente Xi sta focalizzando i suoi sforzi nell’aumentare i consumi nazionali del paese e indirizzare la produzione sempre di più verso il mercato interno. Il concetto di “Doppia circolazione” è l’asset centrale del nuovo piano quinquennale e si situa nel solco di questa prospettiva. Nei prossimi cinque anni la priorità sarà dedicata alla produzione domestica e al relativo aumento della spesa procapite, in modo da slegare l’economia dalle turbolenze internazionali. La doppia circolazione sarà strutturata in due processi: da una parte un ciclo di produzione e consumo che non varcherà i confini assumerà la percentuale maggioritaria della crescita, dall’altra il normale export dovrà ridurre la sua incidenza sul benessere cinese. La Cina può contare su una classe media in costante ascesa che diventa di anno in anno più ricca assottigliando il gap con quella dei paesi occidentali. La possibilità di spesa di quest’enorme massa di consumatori (oltre 800 milioni di cittadini) è il volano con cui il Partito Comunista vuole trasformare la produzione, aumentandone la qualità e l’indotto per competere con gli standard tecnologici occidentali.

Per supportare il processo della doppia circolazione il piano quinquennale prevede diverse iniziative per ridurre l’ineguaglianza e sviluppare le aree rurali del paese. Aumentare i salari, mantenere la disoccupazione sotto il 5%, offrire i servizi universali di istruzione e sanità sono le linee guida che muovono le politiche di allargamento della classe media. L’obiettivo è semplice, sostituire i consumatori occidentali che fino a ora erano i destinatari della produzione locale con consumatori cinesi sempre più attenti alla qualità tecnologica dei prodotti. Un altro capitolo di fondamentale importanza all’interno del piano quinquennale è quello dedicato alla ricerca e sviluppo. Nei prossimi anni gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica non potranno essere al di sotto del 7% del pil annuale, coprendo di ridicolo l’obiettivo fissato dall’Unione Europea del 3% e umiliando il misero 1,4% italiano. Sono sette i settori a cui verrà data priorità in termini di risorse e finanziamento: intelligenza artificiale, informatica quantistica, circuiti integrati, scienze celebrali, genetica e biotecnologia, medicina clinica e cura della salute e, infine, esplorazione profonda del mare, della terra, delle regioni polari e dello spazio. Da questo quadro sembra che l’intero scibile umano sia diventato il campo di una corsa alla supremazia tecnologica: dall’esplorazione terrestre e non solo ‒ è di pochi giorni fa l’annuncio della cooperazione tra Russia e Cina per la costruzione di una stazione di ricerca sulla Luna ‒ per mappare e scoprire nuovi giacimenti di materie prime, passando per le nuove frontiere dei superconduttori in grado di rivoluzionare il modo in cui immagazziniamo l’energia, per arrivare a nuovi modelli di organizzazione sociale sempre più integrati con le tecnologie della blockchain.

Tra i quasi 74000 caratteri cinesi che compongono il piano c’è spazio anche per una sezione dedicata all’ambiente e al contrasto alla crisi climatica. L’ambizione di Pechino è quella di ridurre la percentuale necessaria di energia del 13,5% e tagliare del 18% le emissioni di CO2 per ogni punto percentuale di pil. In quest’ottica la percentuale di energia non fossile consumata nel 2025 deve arrivare a un quinto del totale, partendo dall’attuale 15,8%. La partita sulla battaglia al cambiamento climatico si gioca su quando avverrà il picco di emissioni di CO2. Secondo il presidente Xi, l’apice delle emissioni sarà raggiunto entro il 2030 e da quel momento il tasso di inquinamento decrescerà costantemente per arrivare alla neutralità del carbonio entro la fatidica data del 2060. Un aspetto da non sottovalutare è l’attenzione che il piano riserva al benessere cittadino. Nei prossimi cinque anni il partito comunista vuole alzare la speranza di vita di un anno e raggiungere il 65% di popolazione urbanizzata. Nelle città avverrà la trasformazione del popolo cinese, che passerà definitivamente a contendere il primato culturale e tecnologico a quello occidentale. Megalopoli interconnesse e multietniche in cui centri universitari d’eccellenza trainano lo sviluppo e l’innovazione globale e richiamano talenti da tutto il mondo forgeranno la dimensione sempre più primaria della Cina del prossimo futuro.

Il raggiungimento di questi obiettivi rappresenta una tappa fondamentale nella rincorsa cinese agli Usa come superpotenza mondiale. Se ancora i livelli economico-finanziari, l’industria bellica e la ricerca scientifico-tecnologica a stelle e strisce rappresenta un primato non facilmente raggiungibile, la strada intrapresa sembra essere quella giusta per accorciare le distanze. Il presidente Xi ha capito che il benessere della classe media, che costituisce la maggioranza della popolazione, è il fattore cruciale per la stabilità politica e il progresso economico della Repubblica popolare. In America la working class sta inesorabilmente perdendo il suo peso all’interno delle dinamiche socio-economiche dello Stato. Il sogno americano di una ricchezza alla portata di tutti sta pian piano svanendo, mentre la classe media si perde nelle spirali debitorie caratteristiche di una politica che favorisce la finanziarizzazione allo sviluppo economico. In Cina, invece, assistiamo a un fenomeno contrario in cui la ricchezza e il benessere del cittadino medio diventa il fulcro su cui costruire, progettare, pianificare la potenza di tutta la società. Il Ventesimo secolo sembrava aver decretato la schiacciante vittoria del capitalismo liberista sul comunismo dirigista, che aveva miseramente fallito nell’esperienza sovietica. Nel Ventunesimo secolo pare ci sia qualche spiraglio per, quantomeno, riaprire la disputa. La Cina di Xi, incredibile chimera di socialismo ed economia di mercato, sarà il prossimo campo di battaglia della rivincita del piano sul mercato?


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