Il pivot saudita

Bin Salman scivola sempre più lontano dal blocco atlantico, proprio mentre la Cina spinge per pagare il suo petrolio in Yuan.
Bin Salman scivola sempre più lontano dal blocco atlantico, proprio mentre la Cina spinge per pagare il suo petrolio in Yuan.

Il sicario dell’economia John Perkins soffermò lo sguardo. La foto ritraeva un gregge di capre. Liberamente in giro per Riyadh, al pascolo tra edifici governativi e cumuli di rifiuti, le capre rappresentavano il sistema di smaltimento più importante. Un diplomatico dovette spiegare: «Nessun saudita che si rispetti raccoglierebbe mai l’immondizia, lo lasciamo fare agli animali».

Era il 1974, americani e sauditi stavano cominciando a parlarsi, dopo la guerra dello Yom Kippur e lo shock petrolifero. Dopo che il barile era volato da 1.39 a 8.32 dollari, in un solo anno. Stavolta, l’economista avrebbe lavorato solo: due piani al di sopra dello staff, vietato parlare con i colleghi. Alle prese con un progetto senza nome, soltanto confidenzialmente definito “Sama”: Saudi Arabian Money-laundering affair (Confessioni di un sicario dell’economia, Minimum Fax, 2005).

Nelle previsioni economiche di Perkins, l’affare riciclaggio di denaro saudita fu un immenso piano di sviluppo, economico e infrastrutturale, dalle caprette al Ventesimo secolo. Con due obiettivi: trasferire petrodollari alle multinazionali americane e stabilire una dipendenza tra Arabia Saudita e Stati Uniti. Hardware militare compreso. Ogni progetto fu diviso in due colonne: contratti di costruzione (dollari), contratti di manutenzione a lungo termine (dollari e dipendenza). Ogni tanto, qualche funzionario del Ministero del Tesoro passava a controllare e coordinare. Anche i principali concorrenti della Main (Chas. T. Main, Inc.) erano coinvolti, se pure i capi prevedevano abbastanza lavoro per tutti. Molto lavoro. L’ultimo incarico riguardò il principe W, un bravo wahabita timoroso dell’occidentalizzazione che bionda Sally aiutò a convincere. E l’accordo finale fu sconvolgente. Per il mondo arabo. Per l’Opec. Perfino per i sicari dell’economia. Tanto allettante da non  lasciare alternativa.

L’Arabia Saudita avrebbe effettuato grandi investimenti nel debito pubblico americano, i cui interessi sarebbero rimasti presso il Ministero del Tesoro, per pagare le aziende americane, impegnate nel piano di sviluppo. L’Arabia Saudita non avrebbe mai operato un altro embargo e anzi, avrebbe mantenuto prezzi accettabili per gli occidentali. Avrebbero venduto il petrolio esclusivamente in dollari, mentre gli Stati Uniti avrebbero assicurato che la famiglia Saud rimanesse al potere, sempre. Quattro a uno, a tavolino.

La gestione autonoma spettò alla Jecor (United States-Saudi Arabian Joint Econimic Commission Roundtable); blandamente dipendente dal Ministero del Tesoro e finanziata esclusivamente dai sauditi, in modo da escludere il Congresso americano dalle decisioni. L’Opec si accodò alla decisione di vendere in dollari. Perkins e la Main lavorarono alla vecchia rete elettrica del Regno. Una flotta di camion della spazzatura nuovi fiammanti e un sistema di smaltimento all’avanguardia sostituirono le capre. Nonostante tutto ciò, il rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita è ancora più importante di quanto appaia. Nel disattento Ferragosto 1971, l’amministrazione di Richard Nixon aveva strappato una pagina fondamentale degli accordi di Bretton Woods. Gli accordi designavano il dollaro quale unità monetaria del “Mondo Libero”, assicurandone la convertibilità in oro. Ma la Guerra del Vietnam aveva imposto di stampare troppi dollari rispetto alla riserva aurea. Così, Nixon aveva dovuto gettar via la pietra filosofale, la carta moneta non sarebbe più stata convertibile in metallo prezioso. Le conseguenze avrebbero potuto essere pessime per l’economia americana. Ma l’Arabia Saudita permise una nuova trasmutazione. Il valore del dollaro fu confermato dalla convertibilità in una risorsa più importante dell’oro, gli idrocarburi.

E non solo. Con il “Sama” Gli Stati Uniti hanno reso necessario, vendere beni e servizi reali per ottenere crediti in dollari stampati, con i quali acquistare ciò di cui è impossibile fare a meno. In questo modo, l’America ottiene beni a credito e impone un tributo globale tramite l’inflazione, perché al momento di spendere i dollari, il valore reale risulta eroso. Da ultimo, il Petro Standard assicura la sostenibilità dello smisurato debito pubblico americano. La richiesta di dollari sul mercato è alta. I titoli di debito degli Stati Uniti trovano sempre acquirenti. Un vantaggio enorme. L’accordo è rimasto una pietra miliare dell’ordine globale per cinquant’anni, beneficiando entrambi i contraenti. Ma oggi, il conflitto ucraino scuote l’ordine, evidenziando continuità e oscillazioni. L’impegno a mantenere un prezzo del petrolio favorevole al blocco occidentale ha significato politico. Nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, la Russia dovette affrontare le sanzioni occidentali ma anche un’alluvione di petrolio saudita. Il prezzo del petrolio scese da oltre cento a meno di quaranta dollari al barile. Un brutto danno, per l’economia russa. E probabilmente, una prova d’alleanza che rende ancora più interessante quanto accaduto lo scorso cinque ottobre, a conflitto ucraino trasceso in guerra aperta.

Stavolta, l’Arabia Saudita ha convinto l’Opec+ (Opec più Russia e altri paesi) a estrarre meno petrolio. Un taglio del 2% alla produzione globale. Ogni giorno, due milioni di barili in meno. Proprio mentre gli Stati Uniti desideravano colpire le finanze russe, limitando le esportazioni energetiche. Una scelta economica a Riyadh, corrispondente all’economia mondiale che stenta a crescere e chiede meno petrolio. Una presa di posizione politica a Washington, in senso filorusso. Lo stesso Joe Biden ha commentato «Ci saranno conseguenze». Ciò nonostante, lo scorso 4 dicembre, Opec+ non ha rivisto la sua decisione. Perkins ha posto la questione in termini radicali: «Perché l’Arabia Saudita sta sfidando gli Stati Uniti?». Probabilmente, leggere i rapporti tra Arabia Saudita e Stati Uniti in termini di sfida rappresenta un’esagerazione. Gli Stati Uniti sono e rimarranno a lungo il principale riferimento geopolitico del Regno. Tuttavia, secondo l’ex sicario economico, il “Sama” sconta la fine della minacciosa Unione Sovietica, la percezione di una crisi dell’egemonia americana, una crescente attenzione saudita al contesto politico e al mercato petrolifero dei Brics. Nonché lo sviluppo del fracking che ha reso gli Stati Uniti grandi produttori di gas e petrolio, poco inclini ad acquisti nel Golfo.

Quinto elemento è l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese. Acquistare le risorse estere con la propria moneta è un vantaggio. Passare per l’intermediazione di una moneta straniera è meno conveniente. Finché il blocco occidentale si comportava da miglior cliente e miglior partner commerciale, il pagamento in dollari fluiva quale soluzione naturale. La Cina ha già iniziato a pagare il petrolio russo con la propria valuta. Così, i rapporti tra Pechino e Riyadh meritano attenzione particolare: in ragione della loro importanza per l’ordine globale e per il dollaro. Almeno da questa estate, due indiscrezioni significative hanno circolato ripetutamente sulla stampa internazionale, riguardando: una trattativa per la vendita di petrolio saudita in Yuan, i preparativi per una visita del presidente cinese Xi Jinping in Arabia Saudita.

La ragione della sfida pare allora pragmatica: l’Arabia Saudita è il primo esportatore di petrolio al mondo, la Cina è il primo importatore. Sequenziale che i due paesi cerchino un’intesa secondo i propri interessi. Legittimo chiedersi se ciò possa influenzare negativamente il ruolo del dollaro quale unità monetaria mondiale e fin dove l’Arabia Saudita possa o voglia spingersi nello scontentare il protettore storico. In autunno gli eventi hanno conosciuto un’accelerazione. Il 18 novembre il Dipartimento di Stato americano ha riconosciuto l’immunità – in quanto capo di governo – del principe reggente Mohammad bin Salman al Sa’ud, accusato per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Neppure una settimana dopo il console generale della Repubblica Popolare Cinese ad Abu Dhabi, Li Xuhang ha annunciato il primo summit sino-arabo, da tenersi in Arabia Saudita, al principio di dicembre. Secondo il diplomatico, le relazioni tra Cina e paesi arabi sono entrate in una fase di sviluppo veloce, verso la pietra miliare del summit. Oltre l’oro nero, forti investimenti, importanti accordi commerciali e produttivi, l’infrastrutturazione della nuova via della seta sono sui tavoli. Oltre il serico velo – da interpretare – è rimasta la visita del presidente cinese.

Soltanto il 6 dicembre, Spa (Saudi Press Agency) ha annunciato ufficialmente la presenza di Xi Jinping in Arabia Saudita, dal sette al nove dicembre. La visita è lunga. La dinamica non è univoca. Forse il taglio alla produzione più che sfidare, scivola. Lentamente, verso l’Impero di Mezzo.  

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