Cosa vale la pena di conservare?

Il pensiero di Tiziano Terzani era antimoderno, conservatore senza essere reazionario, con il cuore ammantato di progressismo, ma lucido nella volontà di salvare l'umanità del mondo dalle ingannevoli promesse di felicità del consumismo.
Il pensiero di Tiziano Terzani era antimoderno, conservatore senza essere reazionario, con il cuore ammantato di progressismo, ma lucido nella volontà di salvare l'umanità del mondo dalle ingannevoli promesse di felicità del consumismo.

Per un giovane giornalista fiorentino con il cuore a sinistra, studente di lingua e cultura cinese presso la Stanford University, in mezzo al Sessantotto californiano, la ricerca di alternative sociali ed economiche alla via intrapresa dall’Occidente inclinava naturalmente verso il Vietnam di Ho Chi Minh e la Cina di Mao Tse-Tung. In lacrime nella Saigon liberata, innanzi carri armati con la stella rossa (1975). E ancora, primo corrispondente del “mondo libero” nella misteriosa Pechino, non appena Deng Xiaoping riaprì la Città Proibita (1979). Allora, Tiziano Terzani poté vedere come il suo sogno fosse stato un incubo per milioni di persone, Mao un assassino e l’uomo nuovo, un tentativo sacrilego. Meglio il cinese vecchio, con il suo grillo nella zucca intarsiata, per ascoltare d’inverno il canto della primavera. Accorgersene significò arresto, prigione, confessione, rieducazione e sofferta espulsione. Comunismo o capitalismo, le ruspe abbattevano le case giapponesi in legno e carta di riso, interravano i canali di Bangkok, sventravano la celeste Pechino. Alternativa vera: un passato da conservare.

Soltanto in pochi paesi, l’allegro suicidio dell’Asia non era completamente celebrato. A Rangoon, la vita scorreva sempre lenta, asiatica. Cacciata la Malboro, i birmani fumavano i loro cheroot e vestivano in longyi. Le donne trovavano il tempo per bagnare la polvere di sandalo, impastare una crema lieve e proteggere dolcemente i bimbi dalle zanzare. Purtroppo però, la Birmania era rimasta una spaventosa dittatura militare. Aung San Suu Kyi, guida dell’opposizione democratica, era davvero una donna straordinaria; eppure, anche il suo Nobel per la Pace dipendeva da interessi economici e manovre politiche. Con il grande capitale giapponese sempre in agguato. La Birmania metteva Terzani innanzi al dramma insolubile:

Se domani, sotto pressioni occidentali, questo regime, come avverrà, cadrà, e la signora  Aung San Suu Kyi prenderà il potere, la Birmania diventerà la Thailandia: le troie, i bordelli, il profitto -tum-tum-tum! Malboro, Coca-Cola, blue jeans. Allora la domanda di uno che non è ideologico, che raggiunge la mia età e che si guarda intorno è: dov’è la soluzione? Cosa ti auspichi, che vincano i militari? No, come puoi? Ti auspichi che vinca lei? Vince lei e la Birmania è finita in pochi mesi. Arrivano i grattaceli di cemento… è possibile salvare capra e cavoli e mantenere la bellezza del mondo che sta nella sua diversità?

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, Longanesi & C., 2006

La diversità culturale quale bellezza del mondo è linea fondamentale del pensiero di Terzani. Convergente con il differenzialismo culturale di Alain de Benoist. Terzani viveva l’affievolirsi della differenza nel suo continuo viaggiare. Esperienza sempre più vana. Sconsigliava guide turistiche, vacanze organizzate, prenotazioni, fretta, turismo di massa, aeroporti tutti uguali. Meglio i libri dei grandi viaggiatori del passato. Compagni come Eliza Ruhamah Scidmore (1856–1928) un’americana nella Cina Qing. Edgar Snow (1905-1972) che raccontò la Stella rossa sulla Cina e il giovane Mao.Ma anche figure meno raccomandabili per un giovane con il cuore a sinistra. Heinreich Harrer (1912-2006) dei Sette anni nel Tibet. Sven Hedin (1865-1952) finanziato da Hitler. O Ferdinand Ossendowski (1876-1945), sodale del sanguinario barone Ungern von Sternberg (1886-1921); il generale folle che perduto il suo zar nel materialismo dei bolscevichi, combatté per un immenso immaginario paese buddhista, dal Volga al Pacifico. Addirittura, Mario Appelius (1892-1946), giornalista, scrittore e viaggiatore ingiustamente dimenticato, in questi tempi di tanta pretesa libertà, perché oltre a raccontare l’incoronazione dell’imperatore bambino in Vietnam, l’aggressione coloniale al selvaggi Kas del Laos, era stato orgogliosamente fascista: a leggerlo mi pareva di fargli giustizia (Un indovino mi disse).

Ma Terzani viaggiava lontano dai pregiudizi. Il viaggio più bello fu così quello del 1993: l’anno senza aerei. Un indovino cinese di Hong Kong aveva messo in guardia da un terribile incidente in volo. Allora, le pagine di Un indovino mi disse avanzano a piedi o su rotaia, per l’Asia autentica, navigano tre settimane da La Spezia a Singapore, interrogando i veggenti di ogni luogo visitato. Il voto di autenticità donò tuttavia molto più che risposte sibilline:

Viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze m’ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto m’ha fatto riscoprire un’umanità quella dei più, quella di cui uno a forza di volare, dimentica quasi l’esistenza: l’umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa“, mentre “le frontiere, in realtà segnate dalla natura e dalla storia e radicate nella coscienza dei popoli che ci vivono dentro, perdono valore, diventano inesistenti per chi arriva e parte dalle bolle ad aria condizionata degli aeroporti.

Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, RL libri, 1995

Ossendowski fu compagno in Mongolia. Ulan Bator distò molto dalla vecchia Urga. Poche statue del Buddha erano sopravvissute alla rivoluzione. Dei leggendari cento monasteri, ne rimanevano soltanto tre, sterilizzati in musei. Ritrovare i luoghi del Barone von Sternberg e Bodgo Khan Hutuktu (1869-1924), per leggervi Bestie uomini e dei, fu difficile. Dopo settant’anni di materialismo storico, tra piccole predizioni, amore, figli, soldi e malattie, le streghe di Ulan Bator avevano perso qualcosa. D’altra parte, trent’anni prima che il barone lasciasse Urga, incontro alla profezia dei suoi ultimi 130 giorni, il Re del Mondo era emerso un’ultima volta per avvertire i mongoli: «sempre più gli uomini dimenticheranno le loro anime e si cureranno solo dei corpi». Come un presagio dell’homo oeconomicus. Terzani un compimento lo aveva già visto, trasferendosi a Tokio nel 1985. Pareva che il Giappone, con le sue radioline, televisori, walkman, macchine utensili, ambisse al primato economico mondiale. Con il rischio di imporre a tutti una vita alla giapponese. Lavoro straordinario per decine di ore ogni settimana, supermercati, distributori automatici, treni veloci da pendolari, appartamenti piccolissimi in palazzoni formicaio, colmi di inutilità tecnologiche a distrarre dalla pochezza dei rapporti umani. Solitudine, depressione, pornografia e prostituzione per mantenere gli indicatori economici di sviluppo e benessere nazionale ai massimi livelli.

Il corrispondente si augurò che i distributori automatici non giungessero mai in Europa. Quando “tu cominci ad avere un mercato comune, un mercato libero, devi metterti in concorrenza con quelli che producono a meno costi e in tempi più brevi di te […] l’uomo è ormai succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa, secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite… Occorrono nuovi modelli di sviluppo. Non solo crescita, ma parsimonia” (La fine è il mio inizio). In Asia, nel contrasto tra culture tradizionali e modernità, Terzani precorse la corrente filosofica della decrescita che Serge Latouche avrebbe elaborato alcuni decenni dopo. Assimilata significativamente anche da Alain de Benoist. Cura esclusiva del corpo inerte si mostrò anche quella della scienza e della tecnica: lanciate a trascinare, trascinate, la corsa economica verso la distruzione della natura e delle civiltà. Ex dirigente Olivetti, Terzani non amava né il totalitarismo della scienza, né posizioni antiscientifiche, quando la tecnica migliora la vita umana è assurdo fare a meno. Un equilibrio difficile. Per visitare Lo Mantang, capitale del Mustang, occorreva affidare la vita a un cavallo, abituato a camminare entro un sentiero sottile, sul bordo di un burrone spaventoso. Re Jigme Palbar Bista (1930-2016) viveva in un palazzo di legno, con il tetto coperto da teschi animali, figure del Buddha e formule magiche, vestiva di quanto sua moglie poteva cucire, adoperava un gabinetto con lo scarico a caduta, sospeso sul porcile.

Dovere del re era svegliarsi a buio, meditare, aprire le porte della città, pregare in cammino attorno le mura. Quando il sovrano partiva, la legge gli assicurava un certo vantaggio, prima che chiunque potesse spazzare. Ogni scopa rischiava di sollevare qualche spirito malefico, intenzionato a seguire il sovrano. Nel ruscello di Lo Matnang, scorreva acqua pura da bere ma non il tempo. Tuttavia, nonostante le preghiere circolari, molti bambini soffrivano il tracoma, un’infezione che può causare cecità. La tecnica non è neutra, i suoi risultati non dipendono soltanto dall’uso che si crede di farne:

Allora ti poni questo problema: bisogna lasciarli con il tracoma perché rimangano nella Valle di tutte le Aspirazioni ? Oppure ci si mette a a curare il tracoma, con tutte le conseguenze che ne derivano?

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, Longanesi & C., 2006

I tibetani del Mustang erano felici, almeno quanto gli occidentali. Di fatto, curare il tracoma avrebbe significato impedire alle donne di seguire il re nell’alba, incatenarle per ore alla macchina da cucire, spegnere sorrisi, inquinare la valle. Se pochi sanno rinunciare a convertire gli altri, al cristianesimo, al mercato, alla democrazia e ai diritti dell’uomo, con la medicina occidentale è più difficile. Nonostante l’effetto collaterale del primo spiraglio, per il neocolonialismo. Il Mustang aveva aperto a un turismo molto limitato nel 1992. Terzani giunse nel 1995. Quando il re già confidava, “nel Mustang sono cambiate più cose negli ultimi tre anni che negli ultimi tre secoli. A volte la notte non riesco a dormire al pensiero di quel che ancora ci aspetta… io non sono contrario allo sviluppo, se migliora la nostra vita. Ma se la distrugge? Certo che voglio l’elettricità, però non per avere il televisore. A quello sono contrario con tutto il cuore… Ho chiesto a tutte le Gompa del Mustang di recitare delle preghiere, ma mi chiedo se questo basterà” (Mustang: un paradiso perduto, in In Asia). Oggi il Mustang non è più un regno ma un distretto ordinario del Nepal.

Lontana dalla narrazione progressista anche la riflessione di Terzani sulla famiglia, “un evento naturale. Si è uomini, si è sulla terra, si fa una famiglia, ci si riproduce perché la razza vada avanti. Senza drammi” (La fine è il mio inizio); giovanissimo si era legato con filo di seta ad Angela Staude, sposata nel 1962 e amata per tutta la vita. Come la formula un po’ grulla e un po’ maschilista per provare a immaginare il futuro dei figli. Folco, libero ma non felice. Saskia, felice ma non libera, diversa la maniera femminile di vivere nel matrimonio e crescere i bambini. Libertà e felicità non si corrispondono. Terzani non considerava il matrimonio quale relazione destinata a finire con l’esaurirsi di una comodità di piacere o sentimentale ma il superamento della dualità nell’unità divina: l’unità degli opposti maschile e femminile che diviene impegno, priorità per tutta la vita e oltre. (Discorso per il matrimonio di Saskia e Christopher, in appendice a Un’idea di destino).    

Lontano dalla natura, il progresso non ha scoperto la felicità ma una guerra delle donne contro gli uomini:

Mi colpiscono molto le giovani che corrono: forti, sicure, fisicamente arroganti e sprezzanti. Corrono, si allenano, si preparano alla loro battaglia di una notte, di un week-end e lì bruciano tutto. Invece di usare della gioventù per investire, la sprecano in un preteso sogno di libertà guerriera. E basta poco per vedere i risultati: le donne con i cani, quelle che non corrono più, coi loro tic, le loro rughe, le loro insostenibili e volgari tristezze. New York è umanamente un campo di sterminio.

Un’idea di destino. Diari di una vita straordinaria, Longanesi, 2014

Più serena l’India. Le indiane, femminili oltre la giovinezza, felici, sicure di sé, armoniose nella famiglia, libere dalla solitudine. Belle come le europee delle foto in bianco e nero. L’ultima fase del femminismo, non aveva affermato il femminile ma lo aveva distrutto, “scomparso, volutamente cancellato da questa nuova idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini” (Un altro giro di giostra), o forse di modelli maschili degeneri di per sé. Lo stesso malessere conduceva altri giovani a Dharamsala, assieme agli esuli del Tibet. Terzani incontrò “l’italiano che pretende di studiare astrologia, la brutta norvegese che riceve istruzioni di tantrismo da un bellissimo giovane tibetano, la ragazza inglese pallida che legge l’autobiografia del Dalai Lama. <Perchè sei qui ?> le chiedo. <Perchè, come tanti altri, sono infelice>” (Un’idea di destino).

L’anno senza aerei, dopo una vita passata a circondarsi di piccoli Buddha in una posizione del loto che per decenni non aveva incuriosito, finì a meditare nel nord della Thailandia. Con un maestro improbabile, John Coleman (1930-2012); ex agente Cia, operativo a Roma e Trieste, specializzato nell’aprire serrature, fotocopiare documenti e rimetterli a posto esattamente com’erano. Dopo il corso, «Der Spiegel» propose il ruolo di corrispondente dall’India. Così, Terzani conobbe il Vecchio, Vivek Datta che assieme alla moglie Marie-Thérèse – ex collaboratrice del grande orientalista francese Alain Daniélou (1907-1994) – ospitò il giornalista a Binsar, 2300 metri, innanzi all’Himalaya. Isolamento sofferto, botte per sistemare il pannello solare, freddo, nessun telefono. Splendida la natura e profondo il dialogo, avvolte lo scontro, con il Vecchio e la sua philosophia perennis. Notti da fiorentino scettico, innanzi alla fiamma di una candela. Finché, “una mattina, su quel crinale mi ha colpito un maggiolino. L’ho seguito, camminava avanti e indietro e poi è arrivato in cima al filo d’erba e ha aperto le sue piccole ali vellutate, trasparenti, ed è schizzato via. Ma non su un altro filo d’erba vicino, verso l’infinito! Sotto c’era un precipizio di centinaia di metri e quel bischerello, stupendo, lucido, con quei puntino, è partito verso le montagne. Ed ecco, lì davvero, Folco, credimi, ho sentito che la mia vita era parte di questo. E poi fai un piccolo salto e senti che tu sei il vento, che tu sei il maggiolino… Ho potuto sentire un senso più grande, che era legato al tutto e che è la mia grande consolazione di ora. Perché non mi si toglie. Non mi si toglie […] Ed ebbi anch’io, te lo debbo confessare – ah, mi mordo la lingua – quella folgorazione… Un attimo, sai, nella notte, durante una meditazione. Qualcosa che… Andavi al di là. E di nanzi a questo…” (La fine è il mio inizio).

Dinanzi a quello: silenzio. Comunque, Terzani non divenne orientale, buddhista, induista, non riscoprì la religione di casa svilita; incontrò diversi americani o europei, spesso ammirevoli ma perduti e avvolte prematuramente deceduti in India, notando una tonaca il cui colore non s’intonava con quello della pelle. È un errore pensare “che per sentire tutto questo bisogna andare in India, altrimenti creiamo una banda di fricchettoni che finiscono solo per perdersi con un po’ di droga” (La fine è il mio inizio). E nonostante il biasimo aspro del Vecchio, a seguito degli attentati contro le Torri Gemelle e il Pentagono, Terzani rinunciò al distacco faticosamente raggiunto e scelse l’azione, rispondendo con le Lettere contro la guerra a La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. Mentre sul diario (Un’idea di destino), un senso di pace e di speranza tornava a emergere in occasione dei rientri a Binsar, con la lettura delle opere di René Guénon. Il conservatorismo di Terzani è ormai vicino a quello dei filosofi della Tradizione e agli intellettuali passati dalla nouvelle droite alle nuove sintesi. Rifiuta il materialismo, l’idea di progresso, il primato dell’economia, la New Age, afferma il valore della differenza, un campo conoscitivo diverso da quello scientifico, confronta oriente e occidente, fonda la famiglia nel sacro, va in montagna.

Ma la prospettiva himalayana guarda anche temi di attualità immediata, come l’immigrazione. L’immigrazione “sarà uno dei grandi problemi del futuro per l’occidente, ma l’Europa, con la sua storia e le sue condizioni sociali completamente diverse da quelle degli Stati Uniti, farebbe un grande errore se adottasse soluzioni americane” (Un altro giro di giostra). Il popolamento multietnico dell’America era dipeso dal genocidio dei nativi. Una tragedia immane, ribaltata nel, “mito della società del futuro come una società globalizzata, multirazziale, multiculturale: un pot-pourri mondiale che, rinnovandosi in continuazione garantirebbe vitalità e sviluppo“. Sulla pelle degli ultimi. Ai tempi della guerra in Vietnam, la popolazione afroamericana stava riuscendo ad associarsi e liberarsi. Alla fine però, il movimento era stato sconfitto. Trent’anni dopo, i neri vivevano ancora nei ghetti, più respinti e drogati di prima. Cinesi, indiani, ebrei dell’ex Unione Sovietica, “ogni nuova ondata di immigrazione non fa che ricacciare indietro la popolazione nera“. Addirittura i nuovi immigrati, non ancora atomizzati dall’individualismo americano, si avvantaggiano della loro solida famiglia tradizionale che gli afroamericani hanno già perso, “per loro la famiglia non esiste più: il 75 per cento dei neonati neri sono oggi «illegittimi», nascono cioè fuori dal matrimonio“.

Sul futuro poche illusioni. Gandhi definiva la civiltà quale osservanza dei principi morali e del dovere. Se un uomo ha una morale potrà controllare la mente e le passioni, condurrà un’esistenza inconciliabile con l’eterno ritorno di nuovi desideri, promessa di infelicità consumista. Così il futuro è da fine ciclo, decivilizzazione dell’umanità. A Terzani piacevano l’uomo afghano e l’uomo asiatico, a rischio di assimilazione. Mentre l’uomo europeo o americano piacevano “sempre di meno. Mi piace la primitività dell’uomo, il suo rapporto con la natura, perché l’uomo che è vicino alla natura è vero uomo. Tu pensa a una civiltà urbana in cui tutti nascono in delle scatole ad aria condizionata, vanno a lavorare nell’aria condizionata, vanno da una scatola all’altra alimentati di veleno televisivo, che cazzo di uomini sono ?… Non si chiedono chi sono!” (La fine è il mio inizio).

Nel marzo del 2004 Terzani annunciò la modifica del proprio indirizzo e-mail, aveva deciso di chiudere i rapporti con qualunque istituzione degli Stati Uniti, compresa la  multinazionale delle telecomunicazioni AT&T. La guerra al terrorismo non poteva nascondere il progetto del nuovo secolo americano, perseguito dalla presidenza di George W. Bush, ricchezza per pochi, miseria per molti, grave minaccia per la sicurezza di tutti. Franco Cardini, nella sua introduzione all’opera omnia di Tiziano Terzani, ha sottolineato le domande che il giornalista fiorentino, a differenza di qualunque occidentale ben nato e ben educato, si era posto: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? Domande in aperta e sconvolgente rivolta contro il mondo moderno. Domande da conservatore. O da reazionario, nel dubbio che l’attuale società preservi ancora qualcosa che valga la pena di conservare. Possibile salvare l’umanità in questo modo? Tiziano Terzani richiama la Bhagavad-Gita e sfida a cavalcare la tigre: tu fai quello che devi fare. Poi se il mondo si salva o no non è nelle tue mani.

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