La Cina era vicina

Dopo grandi proclami la Ue ha annunciato il congelamento dell'accordo commerciale con la Repubblica Popolare. La Grande Restaurazione euro-atlantica è in atto.
Dopo grandi proclami la Ue ha annunciato il congelamento dell'accordo commerciale con la Repubblica Popolare. La Grande Restaurazione euro-atlantica è in atto.

Il 5 maggio, Valdis Dombrovskis, Commissario europeo per il commercio, annuncia il congelamento dei negoziati con la Repubblica Popolare Cinese, frutto della ratifica del Comprehensive Agreement on Investments, avvenuta il 30 dicembre 2020. Dalla fine dello scorso anno, molte cose sono cambiate. La strategia globale implementata dal neo-eletto Joe Biden ha innescato un’escalation verbale con Cina e Russia. L’esaltazione peggiorativa dei due villain ha lo scopo di rinsaldare l’alleanza delle democrazie, suggellandone la fedeltà agli Stati Uniti per mezzo di un’adesione ideologica e spirituale al liberalismo e al multipolarismo. E così, i principali Paesi europei, fra i quali Germania, Francia e Regno Unito, hanno continuato a commerciare con la Cina, ma riducendo sensibilmente amoreggiamenti retorici dai tratti politici. Inoltre, si sta intensificando la presenza europea nei mari cinesi: un sottomarino nucleare francese ha già solcato le acque del Mar Cinese Meridionale in febbraio, mentre unità marine tedesche e inglesi dovrebbero prendere parte al contenimento della Repubblica Popolare da questa estate. L’intera Unione Europea ha anche applicato misure restrittive rivolte ai funzionari della Regione Autonoma dello Xinjiang, accusati di perpetrare abusi e violenze sulla minoranza uigura. A pochi mesi dalla fine dell’America First, gli assetti della coalizione euro-atlantica si sono rinsaldati in vista di una “competizione da Guerra Fredda” inaugurata da Biden. Che senso ha avuto, allora, l’intensificazione dei rapporti dell’UE con la Cina a venti giorni dall’insediamento di un nuovo Presidente?

Il Comprehensive Agreement on Investments (CAI) è un accordo di carattere commerciale che mira ad ampliare il volume di scambi ed investimenti fra i Paesi dell’Unione e la Repubblica Popolare. Le trattative iniziarono già nel 2013, ma un vero e proprio impulso si ebbe soltanto nel 2018, in occasione del Ventesimo Summit fra UE e Cina. Il 2019, invece, fu l’anno dei grandi corteggiamenti cinesi, pienamente intenzionati ad intensificare la loro presenza sul Vecchio Continente a scapito del dominus americano. Da parte cinese, il CAI è funzionale alla Belt and Road Initiative, progetto strategico trainato da ingenti investimenti infrastrutturali. Fu annunciato da Jinping nel 2013, e punta ad accentuare la presenza cinese in Europa e nel mondo. Disposta a tutto, la Repubblica Popolare si disse favorevole, durante il Summit del 2019, a superare la dimensione della sola liberalizzazione commerciale. I cinesi promisero l’implementazione di alcune misure tese a prevenire la discriminazione di investitori europei in Cina e ad inserire una clausola sul perseguimento di uno sviluppo economico sostenibile. Il CAI sembrò d’un tratto la conferma che la tanto agognata autonomia strategica europea era possibile, che un’unione solida di stati protagonisti nel mondo, interlocutori alla pari di Stati Uniti e Cina, fosse plausibile. Ursula Von Der Leyen definì l’accordo “una pietra miliare delle relazioni con la Cina”.

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Una cosa è certa: la lezione degli ultimi mesi è una doccia gelida per chi sostiene che il concetto di autonomia strategica europea sia qualcosa di sensato e attuabile. La ratifica dell’accordo al termine del 2020 già basterebbe a sancire una clamorosa mancanza di sensibilità strategica. Complice la percezione circolante in Europa Occidentale che vedrebbe l’Impero Americano in uno stato di convulso declino. Ma, anche ammettendo questo avviamento alla decomposizione, credere che la Cina sia una valida alternativa strategica, o che il Vecchio Continente sia libero di dirsi o non dirsi atlantista in base alla presidenza di turno, supera di molto le più gentili definizioni dell’essere naif. Un sommario sguardo alle pagine principali della storia americana basterebbe a contestualizzare un pendolo che viaggia incessantemente fra isolazionismo e imperialismo. Lo stesso Wilson, vincitore della Grande Guerra, si guadagnò il suo secondo mandato, nel 1917, con lo slogan “He kept us out of war”, ma non poté esimersi di fronte alla minaccia concreta di una Germania padrona del continente europeo. Figurarsi un Joe Biden intento a proporsi del tutto antitetico a Donald Trump. Alcuni analisti ritengono che l’America First sia stata la reazione di una fetta di popolazione alla fatica della sovraesposizione imperiale, altri che si è trattato della ciclica vittoria elettorale di un sentimento isolazionistico inscritto nel DNA americano. Al di là di quale sia la spiegazione più plausibile, credere che l’elezione di un Presidente decreti di per sé il crollo della superpotenza e la fine del suo dominio sull’Europa segnala una mancanza di sensibilità strategica alquanto grave.

Di conseguenza, la stessa autonomia europea si rivela inesistente, quando il 5 maggio Dombrovskis annuncia il congelamento delle trattative. Stando al comunicato, la decisione sarebbe giunta in seguito alle contro-sanzioni cinesi rivolte ad alcuni membri dell’Europarlamento. È un semplice step della strategia americana, volta a contrastare l’ascesa cinese, nella quale i paesi europei sono stati funzionali all’indebolimento dell’espansionismo della Cina nel mondo. Si è trattato di una grande vittoria per Biden, perché in un sol colpo ristabilisce la supremazia americana sul continente più importante del globo: da una parte, sbarrando la strada all’attivismo cinese (e russo), dall’altra segnalando alla Germania che le istituzioni europee non possono essere strumentali all’egemonia tedesca in Europa. Il CAI, infatti, era stato fortemente voluto da Merkel, guida di una Repubblica Federale che nel 2020 ha commerciato con la Cina per un valore di 212 miliardi di euro, rendendola così il suo primo partner commerciale. Quella cinese è, inoltre, la seconda economia verso la quale la Germania esporta di più, solo dopo gli Stati Uniti. Di certo, un Paese esportatore come la Germania gioverebbe enormemente di un accordo simile. Il 29 aprile infatti (appena una settimana prima del congelamento), la Cancelliera aveva ribadito a Li Keqiang, Primo Ministro Cinese, che l’impegno profuso dalla Germania era totalmente devoluto all’implementazione di tale accordo. L’efficacia americana nell’arrestare i balzi in avanti tedeschi e le deviazioni europee dalla rotta atlantica hanno stupito molti, ma sono perfettamente inscritti nella grammatica di una potenza egemone. Questo monito suscita perplessità anche sulle reali possibilità di altri progetti invisi agli americani, come il raddoppiamento del gasdotto Nord Stream, canale già esistente tra Russia e Germania. O almeno, su quale possa essere la sua reale utilità, se si prescinde la dimensione meramente economica. Anche se l’operazione andasse in porto, la Germania perderebbe la già poca affidabilità agli occhi dell’egemone americano, e, con essa, ulteriore margine di manovra, dentro e fuori dal continente. Non è un caso che Manfred Weber, Presidente tedesco del PPE, abbia già da tempo rotto i ranghi, twittando sulla necessità di interrompere i progetti di raddoppiamento. Weber dichiara quindi l’ostilità del PPE, e la basa sul mancato rispetto dei diritti umani da parte della Federazione Russa, ma ciò rientra perfettamente nella strategia di ricompattamento bideniana.

L’attivismo del Presidente americano e i meccanismi di pressione e convincimento impiegati per il dossier CAI segnalano un modus operandi che sarà di certo replicato in un futuro molto prossimo. Come evidenzia Ferdinando Nelli Feroci, Presidente dell’Istituto Affari Internazionali, il fascicolo 5G potrebbe essere il prossimo ad essere riaperto da Biden. La nuova guerra digitale, fin ora combattuta con la tipica irruenza di Donald Trump, non sarà di certo mitigata da Biden. Si tratta di un argomento più che delicato, perché il continente europeo, al momento, non è in grado di provvedere da solo ad una totale copertura del 5G. Inoltre, fino a due anni fa, Huawei e ZTE erano incredibilmente presenti sul Vecchio Continente, offrendo servizi a basso costo alle maggiori compagnie d’Europa. Huawei, in particolare, fino al giugno 2020, era riuscita ad espandersi sensibilmente, seconda soltanto alla svedese Ericsson. Ma già i ban e gli stigmi dell’ex-Presidente Trump erano riusciti ad invertire questa tendenza: la stessa Tim annunciò, nel dicembre 2020, che avrebbe interrotto la collaborazione con la compagnia cinese, affidandosi esclusivamente a Nokia ed Ericsson. Uno alla volta, i principali stati europei hanno iniziato ad adoperarsi per fermare l’espansionismo cinese. La Romania è stata soltanto l’ultima della lista (neanche un mese fa) ad estromettere Huawei dalla lista dei possibili fornitori di rete 5G. Nel solo 2020, Ericsson è riuscita a strappare ben quattro contratti alla concorrenza cinese. “Non ci occupiamo di geopolitica” ha dichiarato Börje Ekholm, CEO della compagnia svedese. Se fosse vero, sarebbe preoccupante, perché avrebbe ottenuto risultati molto migliori delle istituzioni europee, che, invece, se ne dovrebbero occupare eccome.

A proposito, tornando al quesito iniziale: che senso ha avuto l’intensificazione dei rapporti tra UE e Cina, con un Biden eletto ma non ancora insediato? Essenzialmente nessuna, ma incolpare l’Unione Europea sarebbe operazione alquanto miope. È invece utile comprendere il collocamento delle sue istituzioni, ora spauracchio degli interessi tedeschi, ora strumento di applicazione del potere americano sul continente. È così spiegabile l’atteggiamento dell’Unione, vistosamente ballerino tra i sogni d’autonomia europea, espressione con la quale i tedeschi tendono ad ammantare i propri interessi nazionali, e le improvvise ritirate al nido euro-atlantico. La vicenda CAI si è trattata di un tentativo tedesco di giocare la struttura UE e la retorica europeista in suo favore, stroncato però da Biden. Alcuni hanno capito che il meccanismo è destinato a ripetersi: Draghi e Macron, ad esempio, stanno sovra-esaltando un atlantismo funzionale a servirsi degli americani in funzione anti-tedesca. Così, i due Paesi romanzi si fanno sponda, nel tentativo di contrattare con la Germania la revisione del Patto di Stabilità e assicurare un più ampio margine di manovra alle economie meno germaniche.


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