Intervista

Gianfranco Fini: «Con la Russia occorre fare i conti, prendendo atto che l'illusione di un suo avvicinamento alle democrazie liberali è naufragata»

«I cinesi hanno una visione del tempo diversa dalla nostra. Una volta un collega cinese mi disse: sappiamo che voi siete contrari al ritorno di Formosa alla madrepatria; non è che non vogliamo dirvi quando accadrà, è che non lo sappiamo. Ma accadrà. Si tratta pertanto di un dossier non solo strategico, ma simbolico e culturale su cui Pechino non credo cederà»
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L’attuale disordine internazionale ha generato un clima di incertezza foriero di ripiegamenti interni e diffidenze sistemiche. Dal surriscaldamento del rapporto transatlantico alle nuove tensioni revisioniste dell’ordine globale, si assiste a una nuova dialettica tra potenze che scoprono modalità di assedio ibride e recuperi nazionalisti con caratteri imperiali. In questo quadro l’Europa, per citare l’ambasciatore Sergio Vento, sembra paralizzata nella sua condizione di ammalato gigante economico e perdurante nano politico, ostaggio tanto di rigurgiti sovranisti centrifughi quanto delle proprie paralisi autoreferenziali ed euroliriche, che ne impediscono una maturazione. Per meglio affrontare i nodi della scacchiera internazionale, dal ruolo dell’Ue allo scenario mediorientale, abbiamo intervistato Gianfranco Fini, già presidente della Camera, ministro degli Esteri, vicepresidente del Consiglio, figura chiave della destra italiana — dalla svolta di Fiuggi alla nascita della destra di governo — e tra i più acuti esponenti del panorama politico e culturale.

-Come valuta l’attuale stato del rapporto transatlantico?

Siamo in una fase complicata. La polemica di Trump contro gli alleati Nato ha creato preoccupazione e frizioni. Tuttavia, la solidarietà transatlantica resta indispensabile tanto per gli Stati Uniti quanto per l’Europa. È auspicabile pertanto che questo legame possa rinvigorirsi, ma a questo fine serve maggiore responsabilità europea sulla difesa.

-Uno dei nodi che ha aumentato le spigolosità tra le due sponde dell’Atlantico è il conflitto in Medio Oriente. Come valuta l’evoluzione della guerra con l’Iran?

Al momento non vedo molte possibilità di soluzione in tempi brevi, perché Stati Uniti e Iran restano su posizioni opposte su questioni essenziali. La prima è impedire che Teheran avanzi nel programma nucleare. Gli Stati Uniti fanno bene a dire che l’uranio arricchito al 60% non può restare in Iran, ma deve essere sottoposto ai controlli dell’Aiea. Teheran sostiene, invece, di volerlo usare solo per scopi civili, ma è una tesi tutta da dimostrare.

La questione nucleare si intreccia con il blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz, perché anche tramite la “flottiglia delle zanzare” — piccole imbarcazioni veloci e armate impiegate nel conflitto — gli iraniani hanno ostruito un’arteria essenziale degli snodi logistici ed energetici globali. Di fronte al blocco sostanziale di Hormuz, minato dagli iraniani, Trump ha deciso di impedire l’accesso ai porti iraniani per indebolire la teocrazia tramite un controblocco. Un tentativo di duplice logoramento in cui ognuna delle parti punta al cedimento dell’altra. In ogni caso, se questa paralisi durasse, le conseguenze economiche sarebbero pesanti.

-Si può essere speranzosi?

Credo che il fatto che le parti si dicano disponibili a parlare non basti per essere ottimisti. Anche perché la mediazione è affidata al Pakistan, Paese musulmano guidato da una giunta militare, su regia cinese. Mi ha sorpreso anche il ritorno di Putin, disponibile a mediare tra Stati Uniti e Iran, anche se credo che il suo desiderio sia soprattutto quello di rientrare nel quadro internazionale dopo la vergogna dell’invasione dell’Ucraina. Vedremo con quali esiti.

-Di fronte agli appelli sul gas russo, provocati dalla crisi di Hormuz, crede assisteremo a un ritorno della centralità del Cremlino?

Occorre una precisazione. Chi pensa che Putin voglia una riedizione dell’Unione Sovietica non coglie un punto essenziale. Il suo mito è il Russkij mir, lo spazio che Mosca ritiene di dover avere nei Paesi slavi o legati alla tradizione ortodossa. Il riferimento è pertanto Pietro il Grande, non Stalin, anche se preoccupa la riabilitazione degli orrori dello stalinismo.

Io credo che con la Russia occorra fare i conti prendendo atto che l’illusione, nata con Gorbaciov ed Eltsin, di un avvicinamento progressivo di Mosca alle democrazie liberali è naufragata. La Russia è oggi un Paese autoritario e revanscista: si vota, ma si conosce già il risultato; la stampa è repressa, il dissenso colpito; e Mosca prova a ristabilire la propria egemonia con criminali operazioni militari in Ucraina e, prima ancora, in Crimea.

Da almeno quindici anni la Russia ha avviato un suo ritorno, in parte illusorio, tra le grandi potenze. Colpisce che anche in Europa ci siano politici e associazioni pronti a dire che Putin va capito e che Mosca avrebbe le sue ragioni.

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-Qual è la sua valutazione?

Io ritengo che non esista alcuna buona ragione per l’aggressione russa all’Ucraina. Parlare di denazificazione è assurdo.

E se fosse vera la tesi secondo cui Putin avrebbe reagito per timore dell’accerchiamento Nato, bisognerebbe spiegare la questione di Kaliningrad, enclave russa tra Polonia e Paesi baltici, sede della flotta del Baltico. In vent’anni nessuno ha mai minacciato la sovranità russa su Kaliningrad.

-Tornando a Teheran: come vede il futuro del regime iraniano, anche alla luce del peso dei Pasdaran?

È difficile rispondere, perché in Iran non solo non c’è libertà, ma le notizie sono spesso diffuse ad arte. Non c’è ovviamente stato il cambio di regime auspicato da molti iraniani e non solo, anche perché le manifestazioni sono state represse nel sangue dai Pasdaran e dalla polizia politica.

C’è stato però un cambiamento dentro il regime. Il potere non è più saldamente nelle mani delle componenti clericali. Basti pensare che l’attuale Guida suprema versa in condizioni fisiche indefinite e bisogna chiedersi se i comunicati attribuiti ad essa siano davvero suoi o frutto di altri. In questo quadro si distinguono invece le componenti degli apparati militari e industriali.

I nomi più influenti sono il presidente della Repubblica, il presidente del Parlamento e il ministro degli Esteri: figure politiche o vicine agli ambienti militari, non chierici. Abbas Araghchi, ad esempio, è stato ambasciatore a Helsinki e Tokyo e conosce la diplomazia, pur nelle particolarità iraniane. Il baricentro del potere sembra quindi spostato verso un versante più “laico”, anche se usare questo termine per l’Iran è quasi impossibile.

-Che evoluzione prevede?

Qualcuno parla di un futuro sul modello pakistano. Ma in Iran non conta solo l’esercito regolare: pesano anche i Guardiani della Rivoluzione e la polizia politica, decisivi e criminali. Ciò rende questa opzione più sfumata e differenziata.

-Sul versante opposto gli Stati Uniti vivono una forte turbolenza interna. Come guarda questa fase americana?

Gli Stati Uniti attraversano una fase di forte polarizzazione, molto più antica di Trump. Il Partito Democratico non ha un vero leader e le sue politiche sono spesso ispirate dalla sinistra californiana e dalla cultura woke. Riferimenti culturali radicali che propongono non una mera “cancellazione della cultura”, ma piuttosto una “cultura della cancellazione”, cioè la cancellazione dell’identità del popolo, dell’individuo e dei gruppi sociali. Questo processo ha generato insicurezza, tensione e incertezza nella società americana.

La radicalizzazione progressista ha prodotto, per reazione, una radicalizzazione repubblicana. Trump ne è il campione. Se penso al Partito Repubblicano di Bush o Reagan, le similitudini sono poche, tranne il mito del Make America Great Again e degli Stati Uniti come pilastro dell’Occidente. Ma Trump crede molto meno dei suoi predecessori nell’unità occidentale. Anzi.

Trump dice spesso a noi europei che siamo ingrati e dovremmo arrangiarci. Ma dimentica che l’unica volta in cui è stato invocato l’articolo 5 della Nato fu dopo l’11 settembre, su richiesta degli Stati Uniti. L’intervento in Afghanistan fu deciso per colpire il terrorismo e anche gli italiani parteciparono, pagando significativamente in termini di costi e vite umane. Trump dovrebbe quindi essere più onesto intellettualmente, specie con gli alleati.

-Secondo lei molte spigolosità trumpiane, dai dazi al freeriding europeo, sopravviveranno al suo mandato?

Sì. Potranno attenuarsi o accentuarsi, ma è una tendenza già da tempo in atto. La società americana è mutata profondamente sul piano etnico ed economico. In molti Stati lo spagnolo è parlato da un numero estremamente rilevante di cittadini americani. Anche il ruolo dei grandi distretti industriali e manifatturieri è stato fortemente ridimensionato. È cambiato pertanto il volto degli Stati Uniti e sono più diffuse le posizioni a favore di un ridimensionamento dell’impegno internazionale americano.

Trump ha cercato così di rassicurare i connazionali rilanciando l’America First e, in parte, la dottrina Monroe, tramite il rilancio dell’America agli americani e la politica della tutela del “giardino di casa”. Un giardino che comprende però Canada, Groenlandia, Venezuela. L’intervento in Venezuela si è mosso in questo senso, seguendo un’impostazione legata a preoccupazioni di sicurezza nazionale, ma anche in una logica economica, legata al petrolio. E in tale disegno il prossimo obiettivo sarà certamente Cuba.

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

-Qual è la vera priorità di questa amministrazione?

Trump guarda soprattutto al continente nordamericano e all’Indo-Pacifico, su cui sta concentrando le sue energie. Per questo tende a dire all’Europa: arrangiatevi, magari mettetevi d’accordo con la Russia. Ciò perché, a suo avviso, la competizione strategica del futuro non è più Washington-Mosca, ma Usa-Cina. E su questo non ha torto.

-Perché?

La Cina è oggi un grande attore internazionale, militare, finanziario ed economico. Pechino è referente per molti Paesi Brics e per molti non allineati, con mire e influenze che si estendono dall’Asia all’America Latina. La sfida cinese è quindi fondamentale.

-In questo quadro che ruolo ha Taiwan?

Resta centrale. I cinesi hanno una visione del tempo diversa dalla nostra. Una volta un collega cinese mi disse: sappiamo che voi siete contrari al ritorno di Formosa alla madrepatria; non è che non vogliamo dirvi quando accadrà, è che non lo sappiamo. Ma accadrà. Si tratta pertanto di un dossier non solo strategico, ma simbolico e culturale su cui Pechino non credo cederà.

-Secondo lei l’ipotesi di un duopolio tra Stati Uniti e Cina, a partire dai colloqui di maggio, in una sorta di G2, è archiviata?

Più si parlano, meglio è. Guai a chiudere i canali di confronto. Però sarebbe un errore pensare che dialogo e scambio commerciale garantiscano un futuro comune o una cogestione sulla linea di Yalta.

Difatti la preoccupazione nel Pacifico resta fortissima: Australia, Giappone e Corea del Sud sono per Washington attori cruciali e pilastri chiave della sua strategia di contenimento della Cina, che da tempo è in atto. Noi guardiamo all’Europa e all’Est, ma ciò che accade nel Pacifico è per gli americani altrettanto significativo, se non forse di più.

-Torniamo all’Europa. Come valuta il futuro dell’impalcatura comunitaria e il ruolo dei movimenti antisistema?

Credo che sovranismo, nella sua declinazione nazionale, sia una parola passata di moda, e ne sono felice. Può però diventare una via d’uscita dall’impasse dell’Unione Europea se si trasforma in sovranismo europeo.

Di fronte al ritorno della centralità delle logiche di potenza, con il diritto internazionale calpestato e l’Onu impotente, gli Stati contano per forza economica, culturale e militare, ma anche per il consenso ottenuto fuori dai propri confini. In questo caso gli Stati europei da soli sono deboli. L’Europa dovrebbe quindi muoversi come soggetto comune, capace di giocare alla pari con Stati Uniti e Cina.

Ma l’Europa deve volerlo.

-Cosa manca?

Occorre rimettere in moto la macchina comunitaria risolvendo il problema della sua architettura istituzionale. Spero pertanto siano superate tanto le barriere legislative e burocratiche che paralizzano le decisioni europee, quanto gli ostacoli che minano una governance comune. Altrimenti continueremo a produrre solo bei comunicati senza azioni rilevanti. Bisogna superare la farraginosità delle decisioni: per fare questo occorre superare la necessità dell’unanimità nel Consiglio europeo.

-A quale sentiero guardare?

Una strada diversa è già esistita: l’euro nacque da un gruppo di Paesi a cui poi altri aderirono progressivamente. Lo stesso vale per Schengen. Serve una via mediana che superi i ritorni anacronistici dei nazionalismi particolari o le fughe in avanti fuorvianti verso un federalismo comunitario utopistico, attraverso una maggiore integrazione pragmatica e basata su dossier essenziali. Questo è il sentiero delle cooperazioni rafforzate, che deve avere come priorità l’autonomia strategica, il riarmo e la sicurezza comune. Ma è necessario essere chiari: l’autonomia europea non è un’alternativa al rapporto transatlantico, bensì il modo per rafforzarlo e farlo maturare. Il sogno degli Stati Uniti d’Europa sul modello del federalismo statunitense è irrealizzabile e va sostituito con un progetto più pragmatico e realista, in un’ottica occidentale.

-Oggi la nostra gauche guarda però ad un sedicente modello Sánchez basato su polemica transatlantica e apparente critica ai parametri atlantici…

Sì, il primo ministro spagnolo è ormai il beniamino della sinistra italiana. Però, al di là delle sue forti polemiche con Trump, Sánchez ha aumentato del 50% la spesa militare e difeso la sua appartenenza alla Nato. Come spesso accade, si vive di innamoramenti parziali e selettivi. La sinistra italiana tende a cullarsi in un riflesso incondizionato per cui tutto quello che fa un governo di destra è sbagliato e quello che fa uno di sinistra è sempre giusto a prescindere. Guardiamo al caso dei centri sui migranti spagnoli in Mauritania, sulla scia di quelli italiani in Albania. Segno che le polemiche di certa sinistra sono spesso pretestuose e aprioristiche. Servirebbe, invece, più buonsenso.

-Come valuta il clima del 25 aprile, dopo l’espulsione della Brigata ebraica e le contestazioni contro bandiere ucraine e iraniane dell’Iran libero?

Molti si sono chiesti come sia possibile che il 25 aprile si riempia ancora di odio, fanatismi ed episodi di violenza. L’aggressione all’Anpi e l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo sono episodi di violenza che vanno condannati senza esitazione.

Credevo che gli ultimi vent’anni avessero portato, se non a una riconciliazione nazionale — senza parificazione —, almeno a un clima di condivisione di una certa verità storica. Evidentemente non è stato così.

Avevamo visto giusto nel documento di Fiuggi, quando scrivemmo che tutti i democratici hanno il dovere di essere antifascisti, ma non tutti gli antifascisti sono democratici. C’è, infatti, chi usa l’antifascismo per ridare fiato alla lotta di classe, all’antimperialismo e all’antisionismo. Ma l’antifascismo è un valore se condiviso, non se copre pulsioni non democratiche.

Sulla Palestina questo è chiaro. La causa palestinese è sacrosanta. Ma simpatizzare con Hamas e gridare “Palestina libera dal fiume al mare” significa una di due cose: o ignorare la geografia, oppure voler cancellare Israele dalla carta geografica.

Senza memoria storica e senza distinzione tra critica legittima e odio ideologico, anche le celebrazioni comuni diventano terreno di scontro e propaganda. E il Paese si divide nel profondo ancora oggi.

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