Intervista

«Kiev e Mosca vogliono continuare a combattere, nonostante le difficoltà». L'analisi di Greta Cristini

Le ultime dal conflitto ucraino raccontate dall'esperta di geopolitica, che recentemente ha visitato Kiev e il Donbas.
«Kiev e Mosca vogliono continuare a combattere, nonostante le difficoltà». L'analisi di Greta Cristini
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In un periodo che sembra denso di notizie di estrema rilevanza, è difficile non perdere la bussola. Sono tante le parole chiave che risuonano nei notiziari o sulle colonne dei quotidiani: Bakhmut, droni, F16, negoziati. Gli aggiornamenti si rincorrono ed è difficile riuscire a capire dove stia la verità. C’è chi sostiene come l’Ucraina sia in un momento favorevole, con una controffensiva devastante alle porte, altri sostengono lo stesso parlando della Russia, che dalla sua avrebbe il dominio dei cieli e dei mari.

Con la consapevolezza che la parola fine al conflitto non sembra prossima, e che dunque c’è tutto il tempo per vedere le carte in tavola mutare, abbiamo posto qualche domanda a Greta Cristini, analista di Limes, il cui libro “Geopolitica. Capire il mondo in guerra” è fresco di pubblicazione per Piemme Edizioni.

Pochi giorni fa si è concluso il G7 in Giappone, secondo te cosa ha rappresentato per la guerra in Ucraina?

Credo che il suo valore vada letto in congiunzione al tour europeo di Zelensky. L’obiettivo della diplomazia ucraina è quello di ottenere quante più armi possibili, inclusi tanto i sistemi di difesa aerea quanto i jet da combattimento. Questo per costruire una potenza militare d’aria che possa darsi all’offensiva, cosa che si sta cominciando ad intravedere grazie alla “coalizione internazionale” capitanata dal Regno Unito. La dichiarazione più importante del G7 è stata appunto quella del Presidente Americano Joe Biden che ha confermato la disponibilità americana a fornire gli F16 e ad addestrare i piloti ucraini.

Perché tutta questa attenzione per gli F16? Rischiano davvero di mutare gli equilibri?

Al momento, dato l’esiguo numero di mezzi eventualmente trasferibile in Ucraina da parte dei partner occidentali, non credo che sarebbero in grado di cambiare significativamente l’andamento della guerra. Adesso la Russia sta tentando di mettere in difficoltà la contraerea ucraina, testando la sua tenuta. Ricordiamoci che Mosca ha una flotta aerea che si compone di qualche migliaio di velivoli, e che non è stata praticamente utilizzata. Fonti militari americane parlano di un’ottantina di velivoli abbattuti sinora, su un totale di un migliaio a disposizione. Altri analisti parlano di una flotta di tremila unità. Insomma, la potenza aerea russa è integra, mentre sul fronte ucraino c’è stato un uso intelligente delle difese antiaeree, ma che non potrebbero bastare qualora la guerra si spostasse nei cieli. Kiev e Dnipro sono le due città più coperte dalla contraerea, ma è molto difficile immaginare che l’Ucraina sia in grado di difendere tutti i cieli del suo vasto territorio. 

La notizia principale delle ultime settimane è la caduta di Bakhmut: è solamente una vittoria simbolica? 

A livello territoriale Bakhmut è l’unico segmento del fronte non ancora fortificato dai russi. È quindi un obiettivo sensibile, dove gli ucraini potrebbero spingere maggiormente, come effettivamente avvenuto nelle ultime settimane. Io credo che nell’area i combattimenti dureranno ancora: la presa di una città non si consolida certo in un giorno, ed è verosimile immaginare che gli ucraini vogliano ancora provare a organizzare lì una controffensiva localizzata. D’altra parte, anche caduta Bakhmut, questo non compromette la resistenza ucraina nel Donbass: le due roccaforti di Kiev restano Sloviansk e Kramatorsk. Ma a Bakhmut il governo Zelensky si gioca la faccia, è diventata la “Stalingrado” di questa guerra, molto più di Mariupol o Severodonetsk. Sia per la quantità di vite umane perse da ambo i lati, sia per il valore politico che ha assunto per via dell’esposizione internazionale del presidente ucraino che si è impuntato sulla sua difesa anche andando contro il parere dei vertici militari di Kiev, come il capo delle Forze armate ucraine Zaluzhny. Per Mosca Bakhmut invece ha un valore strategico, in quanto punto di transito ferroviario e stradale necessario per l’avanzata russa. 

Non è finita qua dunque… 

Non credo. Ho passato notti e giorni tra Sloviansk e Kramatorsk con i battaglioni ucraini che avevano coperto quel fronte per quattro mesi: il morale dei soldati ucraini è molto legato a questa città. Ne sentiremo ancora parlare. 

C’è un rapporto tutto da comprendere fra il Gruppo Wagner e il Cremlino. Sembra quasi che questi due centri siano alle volte in sintonia, altre in disaccordo, certe volte amici, certe volte nemici. Dove sta la verità? 

Internamente Putin si trova in difficoltà, perché nonostante il fronte domestico ancora regga – non si ha difatti notizia né di un delfino, né di un potenziale successore e per quanto ne sappiamo l’opinione pubblica è ancora in maggioranza compatta attorno al presidente – esistono da tempo mal di pancia tra i vertici politici e militari di Mosca per come Putin ha gestito il conflitto. E badiamo bene che quando si parla di opposizione interna a Putin non si fa riferimento a chi crede che la troncatura dei rapporti con l’Europa sia stata un errore, al contrario. L’opposizione è costituita da coloro che a Limes chiamiamo “il partito della guerra”, ovvero gli oltranzisti, coloro che volevano una mobilitazione generale e una vittoria più rapida e netta in Ucraina. 

Prigozhin pare si stia pestando i piedi da solo. È chiacchierato, controverso, divisivo, e probabilmente non sopporta Putin, con cui ha certamente una linea diretta, non foss’altro che i suoi rapporti con il ministro della Difesa Shoigu e con il Capo di Stato maggiore Gerasimov sono addirittura peggiori. Il successo del Gruppo Wagner a Bakhmut è visto malissimo dall’esercito regolare russo e dai suoi vertici. I due sono in rotta di collisione da molto tempo. 

Oggi in Ucraina combattono molte unità russe (fra regolari, milizie e contractors) che non comunicano o, peggio, si odiano. Esempio: quando i wagneriti hanno lasciato alcuni fronti a nord di Bakhmut, non hanno chiarito alle unità dell’esercito regolare quali posizioni sarebbero rimaste scoperte, permettendo così agli ucraini di sfruttare quella tempistica per contrattaccare e riprendere terreno. 

Recentemente è uscito il tuo primo libro “Geopolitica – capire il mondo in guerra” edito da Piemme. Cosa ti ha spinto a scriverlo? 

L’idea è quella di sciogliere in un linguaggio più accessibile (rispetto a un articolo da rivista specializzata come è Limes) alcuni dei concetti fondamentali della geopolitica anche a chi non se ne intende, per facilitare la comprensione del mondo in guerra che abitiamo. Il libro cerca di coniugare l’analisi geopolitica da un lato, e il reportage sul campo dall’altro. Alla geopolitica non interessa prendere posizione, non interessa dire chi ha ragione e chi ha torto, ma piuttosto capire le ragioni delle due parti. Io mi sono recata in Ucraina con gli occhi di un’analista: ci ho trascorso un totale di tre mesi e mezzo perché per immedesimarsi almeno in una delle due metà campo e far emergere quel fattore umano che è indispensabile per la geopolitica c’è bisogno di respirare il sentimento della popolazione, sia civile che militare, capire le sue motivazioni e convinzioni, i suoi desideri, le sue paure. Per questo ho anche vissuto con i battaglioni in Donbas: studiare il morale delle truppe al fronte è dirimente per cogliere il futuro andamento della guerra.

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