OGGETTO: Di soft power non si muore
DATA: 08 Dicembre 2023
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Scenari
Più volte prospettato nel corso dello scorso secolo, il declino dell'impero degli Stati Uniti non si vede. Il loro soft power è ancora in grado di muovere le leve giuste nell'immaginario collettivo occidentale, mentre il realismo politico e la minaccia della baionetta fanno il resto.
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Da circa quarant’anni il dibattito pubblico internazionale si domanda se e quando arriverà la fine dell’impero americano. Essa fu teorizzata nel 1985 dallo storico Paul Kennedy in Ascesa e declino delle grandi potenze venendo poi ripresa, concettualmente, un ventennio successivo dal sociologo marxista Immanuel Wallerstein in Il declino dell’America. I due intellettuali, seppur nel loro diverso apporto metodologico, sostenevano che gli Stati Uniti erano ormai giunti all’apice del loro potere e che dunque li aspettasse solo il declino. Questo dibattito, in maniera discontinua, ha interessato a fasi alterne l’ambiente accademico, oltre all’opinione pubblica statunitense.

Ma tali analisi, de facto, possono essere derubricate in semplici chiacchiere da bar, almeno per l’influenza che ancora hanno gli Usa nei confronti dell’Europa da almeno la conclusione del Secondo conflitto mondiale. Nel corso del tempo gli Stati Uniti hanno fondato la loro egemonia su una rete di interdipendenze militari, economiche, ideologiche e culturali, secondo il cosiddetto soft power, neologismo coniato da Joseph Nye, sempre vincolante per i Paesi del vecchio continente. La migliore rappresentazione di tale fenomeno l’ha data Janet Yellen, segretario al tesoro nell’attuale amministrazione Usa, la quale, in una recente dichiarazione, ha schematizzato in tre punti le peculiarità che rendono gli Usa ancora la prima potenza mondiale: 1) la possibilità di finanziare contemporaneamente due guerre per procura; 2) la capacità di imporre sanzioni finanziarie nei confronti di altri Stati per costringerli a seguire la loro linea politica; 3) la condivisione degli standard e degli obiettivi economico-finanziari con tutto il resto del mondo.

Soffermandosi sul primo punto, tali dichiarazioni sono suffragate dall’impegno Usa sia in Medio oriente, con il supporto all’esercito israeliano nella guerra contro Hamas – che di fatto sta svolgendo la strategia leading from behind, dato che lo sostiene con forniture militari per quattro miliardi di dollari l’anno, oltre che l’utilizzo della tattica forward deployment ovvero lo schieramento delle due portaerei Dwight Eisenhower e Gerald Ford, con i relativi squadroni, a scopo dissuasivo per non allargare il conflitto nei confronti del partito libanese di Hezbollah e dell’Iran. Nella guerra israelo-palestinese, inoltre, la diplomazia americana è stata determinante per l’accordo con Hamas per il momentaneo cessate il fuoco e per la liberazione degli ostaggi israeliani, in prevalenza donne e bambini, rapiti il 7 ottobre. Sull’altro fronte caldo, ovvero l’Ucraina, i pacchetti di aiuti militari sono determinanti per la sopravvivenza dell’esercito ucraino.

Gli Stati Uniti hanno plasmato un rapporto di tipo gregariale con i propri partner-alleati, i quali si addicono benissimo alla descrizione che ne fece il neocon Robert Kagan nel pamphlet Paradiso e potere del 2003, in cui viene utilizzata la metafora del paradiso come concezione utopistica che avevano gli europei, e dove si sosteneva che il fondamento del rapporto tra gli Stati seguiva la concezione kantiana della pace perpetua in cui i rapporti sono regolati dalle norme del diritto internazionale. Dall’altra parte invece ci sono gli Stati Uniti, coloro che interpretano la realtà e le relazioni tra gli Stati in maniera realistica, basata sui rapporti di forza e sull’uso della violenza, quando ce n’è bisogno.

Un’altra forma di dipendenza culturale dagli Stati Uniti la si può trovare nella cultura di massa nelle sue diverse accezioni: dall’utilizzo dei beni di consumo come modello di status symbol, dal mito dell’automobile , agli elettrodomestici per la casa, passando per la musica pop music. Ques’ultima si sviluppatò dapprima nel tardo Ottocento a New orleans, per per poi arrivare in tutti le città metropolitane negli anni seguenti. Il jazz, il blues, ma anche il charleston, sia negli Usa che in Europa, erano diventati un fenomeno culturale di massa durante il secondo conflitto mondiale grazie a Glenn Miller, che portò lo swing in Europa insieme alla sua band. Costoro, infatti, vennero appositamente arruolati nell’aviazione americana per distrarre i commilitoni dalle nefandezze dei combattimenti. La Musica nera s’incarnò nella ritmicità frenetica della chitarra acustica e nella suadente voce di Elvis Presley, che nei fatti diede origine al rock ‘n roll plasmando così la cultura popolare dell’età contemporanei. L’egemonia culturale di massa statunitense ha avuto la sua influenza in Europa anche nelle arti visive. L’egemonia di Hollywood, dagli inizi degli anni Sessanta, definita Hollywood Renaissance, ha plasmato tutto il canone cinematografico occidentale, fondando generi nuovi e sempre in evoluzione.

Roma, Ottobre 2023. XI Martedì di Dissipatio

Il secolo degli Stati Uniti, che per metonimia è considerato il Novecento, non sembra ancora essere terminato. In un discorso che Obama tenne ai cadetti dell’accademia di West Point nel 2014, sembra esplicitamente alludere a questo concetto: «Ciò è stato vero per il secolo passato, sarà vero anche per il nostro».

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