L'eterno ritorno del declino

Tutti gli imperi finiscono. La domanda non è come ma quando.
Tutti gli imperi finiscono. La domanda non è come ma quando.

Nel numero di ottobre di Foreign Affairs, Richard Hass, analista di geopolitica, firma un articolo dal titolo inequivocabile: The Dangerous Decade. La tesi del saggio ruota intorno al precario equilibrio mondiale dovuto alla perdita di influenza che hanno avuto gli Usa nel quadro internazionale. Le cause di ciò, a detta dello studioso, sono da attribuire ad una visione troppo unilaterale di sviluppo economico di stampo liberista. Questo tipo di politica, nel corso degli ultimi trent’anni, è stata attuata tramite l’utilizzo sia del soft power (egemonia ideologica e culturale) che dell’hard power (forza militare, economica e politica), come teorizzato dal politologo Joseph Nye. Nel corso dei decenni, questo tipo di approccio ha causato la perdita dell’autorevolezza Usa, andando a fomentare lo sviluppo di ideali nazionalistici, populisti e fondamentalisti nei suoi paesi partner ed anche all’interno degli stessi Usa. Dello stesso avviso di Hass, seppure con un apporto metodologico completamente diverso, è lo storico e accademico italiano Arnaldo Testi, autore di uno dei migliori manuali di storia americana mai pubblicati in Italia, che ha per titolo, Il Secolo degli Stati Uniti (dal 1876 al 2017). Secondo lo storico, lo sviluppo economico e sociale che hanno avuto gli Usa, dal 1876 fino all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, può essere analizzato secondo una modalità ciclica. Nella fase attuale gli USA starebbero vivendo un declino culturale ed economico irreversibile.

 Tale interpretazione teoretica di un declino irreversibile e meccanico degli Stati Uniti è divenuta oramai una argomento che intreccia più discipline, dalle scienze storiche a quelle internazionali. A livello storiografico, l’iniziatore della teorizzazione della ciclicità-anaciclosi di uno Stato è stato lo storico greco Polibio quando, nelle Storie, scrisse il passo sulla distruzione di Cartagine ad opera della Repubblica di Roma:

«Scipione, vedendo ridotta ormai all’estrema rovina la città di Cartagine, pianse apertamente, si dice, per i nemici. A lungo egli rimase meditabondo, considerando come la sorte di città, popoli, domini vari come il destino degli uomini: ciò era accaduto ad Ilio, città una volta potente, era accaduto ai regni degli Assiri, dei Medi dei Persiani, che erano stati grandissimi ai loro tempi, e recentemente al regno macedone. Infine sia volontariamente, sia che tali parole gli siano sfuggite, esclamò: “verrà un giorno che il sacro Iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada”: Polibio che gli era stato maestro e gli poteva parlare liberamente gli chiese che cosa egli volesse significare con queste parole e allora Scipione senza reticenza nominò la patria, per la quale temeva considerando la sorte degli uomini. Ciò riferisce Polibio, avendolo udito con le sue orecchie». 

Frammenti libro XXXVIII, cap. 21-22; Polibio, Le storie. Volume III, a cura di C. Schick, Mondadori, Milano 1955, p. 253

Cartagine, con la sua sconfitta, cessava di essere un potenza egemone nel Mediterraneo. Il suo posto veniva preso da Roma. Ma per lo storico greco, anche Roma avrebbe un giorno lasciato il posto ad un’altra potenza. La tematica dell’anaciclosi polibiana venne messa da parte per tutto il Medioevo e per buona parte dell’età Moderna per poi essere ripresa solamente nel Settecento grazie alla filosofia illuministica.   Emblematica fu l’opera storiografica di Diderot, Saggio sui regni di Claudio e Nerone, pubblicata nel 1778, dove nel preambolo della prima edizione così si rivolgeva agli insorti americani:

«Possano (i valorosi americani) ritardare, almeno per qualche secolo, il decreto pronunciato contro tutte le cose di questo mondo; decreto che le ha condannate ad avere una nascita, un periodo di vigore, la decrepitezza e la fine!»

Denis Diderot, Saggio sui regni di Claudio e Nerone, e sui costumi e gli scritti di Seneca, Palermo, Sellerio editore, 1987, pag, 252

Contemporaneo di Diderot era il deputato inglese, area Whig, Edward Gibbon, che dopo aver svolto un viaggio nella Roma decadente di fine Settecento, trovò l’ispirazione per scrivere una storia sulle cause della decadenza dell’Impero romano. Iniziata a scrivere nel 1779 e completata nel 1787, ben dodici anni più tardi, l’opera venne intitolata Declino e caduta dell’impero romano. Gibbon si pose sulla stessa linea metodologica di quella di Polibio, la cui lenta decadenza dei vecchi costumi e della cultura militare su cui si fondava la potenza di Roma aveva portato a deterioramento l’intera istituzione politica. Un fattore determinante in tutto questo fu il ruolo giocato dal cristianesimo, che tramite l’utilizzo della dottrina ecumenica di affratellamento, aveva favorito il trapasso politico e culturale dai romani ai popoli barbari. Quando l’opera venne pubblicata, la ristretta élite culturale e politica inglese disquisì se vi fossero delle analogie tra l’Impero romano, descritto da Gibbon, e quello britannico vittoriano contemporaneo, ancora nel suo massimo splendore economico e militare.

Esattamente cento anni dopo la pubblicazione dell’opera di Gibbon, nel 1987, in un altro saggio, The ascent and decline of the great powers, un altro storico inglese, Paul Kennedy, teorizzò il concetto secondo cui la nascita e il declino di una superpotenza dipendeva da due assiomi: sviluppo economico/tecnologico + sviluppo militare = produttività industriale e benessere. Quando uno di questi due elementi veniva a mancare, uno Stato si avviava verso una fase di declino inesorabile. Per determinare la sua tesi, riprese un assunto di un altro storico militare inglese Corelli Barnett:

«La potenza di uno stato nazionale non consiste solo ed esclusivamente nelle forze armate, ma anche nelle sue risorse economiche e tecnologiche nell’abilità, lungimiranza e decisione con cui viene condotta la sua politica estera; nell’efficienza delle sua organizzazione politica e sociale. Consiste soprattutto nella Nazione stessa, il popolo, le sue capacità ed energie, la sua ambizione, disciplina e iniziativa: le sue credenze, i suoi miti e le sue illusioni. E consiste, per di più, nel modo in cui questi fattori si pongono in relazione gli uni con gli altri. Inoltre la potenza nazionale non deve essere considerata solo per se stessa, in termini assoluti, ma in relazione agli obblighi esterni o imperiali dello stato: dev’essere considerata in relazione alla potenza con gli altri stati».

C. Barnett, The collapse of British Power, Londra, New York, 1972, p. XI.

Secondo Kennedy il moto della storia era meccanico e determinato secondo l’assioma elencato sopra, ed aveva interessato tutte le grandi potenze economiche e militari che si erano succedute dal XVI al XX sec. A detto dello studioso, tutte le potenze di carattere egemonico orientali e asiatiche subirono un declino causato dalla troppa centralizzazione delle varie sfere del potere «dovute ad un un’uniformità di credo e di costumi nella società civile». (Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Milano, Garzanti, 1987 pag. 99). Queste potenze dovettero cedere il passo, sul finire del XVI secolo, agli Stati dell’Europa centro-occidentale che aspiravano ad elevarsi, sia a livello economico che militare, al di sopra  di quelle orientali. Determinante per lo sviluppo economico e militare degli Stati europei di fine Cinquecento fu l’assenza di:

«Attività supreme e le aspre rivalità tra i suoi vari regni e città-stato stimolano la costante ricerca di miglioramenti in campo militare, che interagiscono vantaggiosamente con i progressi tecnologici e commerciali che scaturivano altresì da questo ambiente competitivo e privo d’iniziativa».

P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, pag. 115.

Gli stati europei mantennero una situazione di equilibrio, sebbene dal 1660 fino al 1815 prevalse il confronto militare, in una serie di blocchi e di alleanze, in cui emersero le grandi potenze di Francia, Gran Bretagna in Russia, Austria e Prussia. Dopo il 1815 i governi si concentrano sulla stabilità interna, scelta che permise all’Inghilterra di assurgere a potenza mondiale grazie alla potente industrializzazione e allo sviluppo tecnologico.  Ma fu grazie al successo del suo sviluppo industriale che l’Inghilterra riuscì a modificare gli equilibri internazionali a suo favore. La potenza egemone inglese fu presa a modello anche dalle altre nazioni occidentali più sviluppate: Germania, Francia e Usa.   Una competizione tra Stati, dotati di know how tecnologico e scientifico, che inevitabilmente portarono il loro contributo nell’industria bellica. Infatti, fu determinante il maggior utilizzo di innovazione militare fu determinante per l’esito dei conflitti nella Guerra di Crimea (1854-56), nella Guerra civile americana (1861-1865), in cui videro sconfitte le forze belligeranti che avevano un ritardo nell’infrastruttura aziendale per sostenere gli apparati militari. 

Nella parte finale del suo saggio, lo studioso affronta il contesto geopolitico a lui coevo descrivendo le debolezze delle due potenze egemoni: Usa e Urss. Per quest’ultima vedeva nell’ingente spesa economica per mantenere l’Armata Rossa come una probabile «rovina» economica e sociale per la tenuta dell’intero impero. Guardando alla controparte, gli Usa, Kennedy vide un declino costante e lento, «mascherato» dalla superpotenza militare indiscussa. Un declino, dunque, che era meccanicamente inesorabile e che le varie amministrazioni Usa  avrebbero dovuto accompagnare perseguendo una larga visione strategica:

«Questo significa che, dal presidente in giù, ci si deve rendere conto che nel mondo i cambiamenti tecnologici e socio-economici stanno avvenendo più in fretta che mai: che la comunità interregionale è molto più differenziata politicamente e culturalmente di quanto non si ritenga ed è refrattaria alle semplicistiche soluzioni che Washington e Mosca hanno avanzato per i suoi problemi».

P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, pag. 669.

Come Kennedy, Francis Fukuyama disse qualcosa del genere nel saggio che lo rese famoso in tutto il mondo, The end of history and the last man, pubblicato nel 1992, in cui riprese la tesi di Alexandre Kojève, che già individuava in Hegel il teorizzatore della fine della storia. Fukuyama, analizzando il contesto geopolitico dopo il crollo dell’Urss, determinò che l’unico ordine mondiale plausibile era quello dell’ideologia democratica liberale, personificata dagli Stati Uniti d’America. Ma, a detta di Fukuyama, questa fine della storia non era venuta a caso. Il merito dell’instaurazione del sistema liberal democratico era dovuto allo sviluppo applicato alle scienze moderne, che avevano avuto l’effetto  di unificare la società  tramite l’utilizzo della tecnologia, sia per uso civile che militare.

Quest’ultimo settore era ritenuto imprescindibile come elemento di deterrenza bellica, dato che nel sistema internazionale:

«Vi era sempre più la possibilità che, con lo scoppio delle guerre, nessuno stato che abbia a cuore la propria indipendenza può permettersi di ignorare la necessità di ammodernare le proprie strutture difensive».

Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992 pag. 13.

 Un mondo fatto di democrazie liberali che avrebbero ridotto di molto il rischio di un conflitto bellico nelle dispute internazionali. A suffragio di tale tesi scrisse che le democrazie liberali tra di loro non si erano mai comportate in maniera imperialista, «anche se hanno dato prova di essere perfettamente in grado di entrare in  guerra con stati non democratici che non condividono i loro principi fondamentali». (F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, pag. 18).

Contrario alla tesi di Fukuyama era Samuel Huntington, un altro accademico e intellettuale americano con un passato da consulente per la politica internazionale dell’amministrazione Carter. Secondo Huntington l’anaciclosi degli Stati trovava il suo compimento all’interno del più vasto scontro tra le Civiltà, come da titolo del suo articolo più famoso, The Clash of Civilizations?, divenuto poi un saggio, pubblicato in Italia con il titolo Scontro delle civiltà e il nuovo mondo mondiale. Civiltà come produttrice di storia, intesa come contenitore di agonismo tra gli Stati che tra loro sono competitivi:

«Nell’epoca che ci apprestiamo a vivere, gli scontri fra civiltà rappresentano la più grave minaccia alla pace mondiale , e un ordine internazionale basato sulle civiltà è la migliore protezione del pericolo di una guerra mondiale».

Samuel P. Huntington, Scontro delle civiltà e il nuovo mondo mondiale, Milano Garzanti,1997, pag. 8

Il nucleo principale al centro della Civiltà è l’uomo, che è il contenitore principale di tutta una serie di valori che lo definiscono, come le progenie, la lingua, la religione, i costumi e le istituzioni. Le Civiltà, per Huntington, erano contraddistinte da «una prolungata attività storica», che andava oltre la vita biologica degli stessi Stati, sebbene alla fine anch’esse sarebbero poi finite con il perire. La civiltà come motore dello sviluppo della storia che Huntington riprese, a sua volta, dalla lettura della monumentale opera di Arnold ToynbeeA Study of History, scritta in dodici volumi, pubblicata tra il 1934 e il 1961. Toynbee, accademico inglese, decise di scrivere una storia del mondo che aveva per protagonista la Civiltà, come produttrice di storia. Lo storico inglese coniò la formula del «miraggio dell’immortalità», in cui andava a sostenere che, quando una civiltà si sentiva assunta come portatrice di una «civiltà universale», ovvero di un’unica forma di cultura che poteva dare alla storia, voleva dire che era giunto il momento in cui quella Civiltà aveva iniziato la sua fase declinante, che l’avrebbe portata, inesorabilmente, alla sua fine: «Essi avevano tutti i motivi  di congratularsi con se stessi  per lo stato permanente di felicità che la fine della storia aveva dato loro». (Arnold Toynbee, A Study of History, London, Oxford University Press, vol. I, pag. 17).   

A detta di un’ampia produzione di carattere pubblicistica, scientifica, accademica anglosassone e non solo, sembra che per molti il declino della potenza Usa sia inevitabile. Forse già in corso. O forse no. Come d’altronde disse un altro storico classico anglosassone, Herbert Fisher:

«Uomini più saggi e più preparati di me hanno visto nella storia una trama, un ritorno, un disegno prestabilito. Io queste armonie non riesco a vederle. Tutto quello che riesco a vedere sono delle situazioni  di emergenza che si susseguono le une alle altre come fanno le onde».

H.A.L. Fisher, History of Europe, London, Edward Arnold and co., 1944, pag. 1219-1220 

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