L'editoriale

Preludio alla pace

Non sarà Erdogan a mettere il cappello sui negoziati (o un possibile cessate-il-fuoco). Al massimo salverà la faccia anche lui, ma la firma sarà russa e americana con gli ucraini a dettare i tempi ma non le condizioni.
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I “potenti della terra” sfilano al gala hippie-chic a Bali con camicie sgargianti simil-floreali e scialli poggiati sulle spalle – sembra di stare a Tulum! -, mentre i loro emissari, quelli potenti per davvero, vestiti in borghese, lavorano nell’ombra per il grande riassetto internazionale, ora che i midterm negli Stati Uniti hanno sancito una coabitazione tra Repubblicani (Camera) e Democratici (Senato). È il momento migliore per agire, col G-20 riunito in Indonesia, coi riflettori puntati sugli ospiti alla corte del presidente Widodo. In Estremo Oriente si sparano i fuochi di artificio, dall’altra parte dell’emisfero, in Estremo Occidente, cadono pezzi di missili pare di “fabbricazione russa” abbattuti dalla contra-aerea ucraina. Di preciso a Przewodow, in Polonia, Paese membro della Nato. Gli ingenui evocano l’articolo 5 della Carta Atlantica, i “ragazzi”, coloro che sanno, richiamano alla calma. Joe Biden è il primo a leggere il copione scritto da loro: “È improbabile che il missile che ha colpito la Polonia sia partito dalla Russia”. È iniziata la caccia ai sabotatori, prima ancora che alle streghe. I sabotatori dei negoziati di pace – gli ingenui e i para-operativi – in corso tra Oriente e Occidente. La partita si gioca in Turchia, che rappresenta molto più del punto di incontro geografico tra due terre estreme. La Turchia è il Paese che più di tutti sta spostando gli equilibri del riassetto internazionale, e per spostare gli equilibri del riassetto internazionale i rischi sono altissimi, per i vertici ma soprattutto per i civili. Il punto di equilibrio è la necessità di morire per poter sopravvivere, peggio, è il prezzo da pagare. È la storia dell’Italia della Prima Repubblica, della volontà di potenza di Enrico Mattei, degli anni di Piombo, di un crocevia mondiale delle maggiori agenzie di spionaggio, di un Paese che fa parte dell’Alleanza Atlantica senza precludere relazioni speciali con i suoi nemici giurati: l’Unione Sovietica e il mondo arabo. 

Nel 2022, è il nuovo Sultanato di Erdogan, al centro del Grande Gioco. E quando ci si siede su più tavoli, la logica vuole che si gioca una partita alla volta. Da qui il passaggio dal neo-ottomanesimo al panturanismo degli strateghi turchi, che significa spostare i radar dal Mediterraneo Orientale, dal Corno d’Africa e dal Medio Oriente, con annessa pacificazione tattica con Siria, Arabia Saudita, Israele ed Emirati Arabi, agli “Stan” passando per il Caucaso, dunque assumendo un ruolo attivo di guerra e pace nel conflitto tra Ucraina e Russia. Si consuma un attentato in viale Istiklal, nel centro di Istanbul, un’arteria commerciale molto frequentata dai turisti turchi e stranieri, piena di ristoranti e negozi, che uccide 6 persone e ne ferisce 81. Il giorno successivo, ad Ankara, si svolge un incontro “esplosivo” tra il direttore del servizio di intelligence estero russo Sergei Naryshkin e il suo omologo statunitense Bill Burns, direttore della Central Intelligence Agency (CIA). La condicio sine qua non di questo bilaterale, nemmeno tanto segretissimo (segretissima è la conversazione), è stato il ritiro dell’esercito russo dalla città di Kherson. Il prologo è la necessità di avviare un negoziato con l’imminente inverno, insieme ai timori di inflazione stimolati dall’aumento dei prezzi dell’energia e del grano, ma soprattutto il fatto che gli Stati Uniti sono a corto di munizioni da consegnare all’Ucraina (da qui l’acquisto di 100mila munizioni di artiglieria da 155 mm dalla Corea del Sud), mentre la Russia è a corto di uomini (la mobilitazione generale non ha riscosso il successo desiderato).

In mezzo, Volodymyr Zelensky potrebbe perdere il controllo della catena di comando del potere militare a scapito di gruppi para-militari che agiscono in solitaria senza condividere informazioni e operazioni sul campo con il governo di Kiev, dunque con gli alleati occidentali. Quello che sappiamo è che il tema delle “armi nucleari” non è stato menzionato né da Burns né da Naryshkin. La verità è che nessuno, a parte l’Ucraina, possiede una strategia e degli obiettivi che però sono impossibili da raggiungere (riconquista del Donbass e della Crimea). Si è aperta una finestra spazio-temporale prima del grande freddo che tarda ad arrivare. Ma il messaggio è chiaro: non sarà Erdogan a mettere il cappello sulla pace (o possibile cessate-il-fuoco). Al massimo salverà la faccia anche lui, ma la firma sarà russa e americana con gli ucraini a dettare i tempi ma non le condizioni.  

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