Il nostro uomo alla CIA

Ecco chi è e cosa pensa William J. Burns, neo-nominato capo dell’Intelligence. Abbiamo tradotto il suo programma, definito in tre punti: Ridimensionamento, Restaurazione, Reinvenzione
Ecco chi è e cosa pensa William J. Burns, neo-nominato capo dell’Intelligence. Abbiamo tradotto il suo programma, definito in tre punti: Ridimensionamento, Restaurazione, Reinvenzione

William J. Burns, nato in North Carolina nel 1956, uscito dalla La Salle University – studi di ambito storico –, perfezionatosi a Oxford in relazioni internazionali, sposato con Lisa Carty, padre di due figlie, ha la faccia anonima di chi è efficiente, efficace, spietato. Nominato da Joe Biden a capo della CIA, parla con scioltezza in russo, arabo e francese; piace a tutti: è stato ambasciatore negli Stati Uniti dal 1998 al 2001; stesso ruolo ricoperto in Russia dal 2005 al 2008. La sua carriera, folgorante, era stata profetizzata da subito: nel 1994 “Time” lo inserisce nella lista dei 50 Most Promising American Leaders Under Age 40; nel 2013 “Foreign Policy” lo elegge “Diplomat of the Year”. Ha lavorato nella Segreteria di Stato sotto diversi Presidenti: Bill Clinton, George W. Bush (come “Assistan Secretary of State for Near Eastern Affairs”) e Barack Obama. Le sue aree di interesse diretto sono Medio Oriente – Iran in particolare – e Russia; i suoi colleghi ne sottolineano la fermezza nelle decisioni e la raffinatezza negli affari diplomatici. In effetti, è stato nobilitato un po’ ovunque, con coccarde d’onore in Francia, Germania, Giappone; in Italia è stato eletto Commendatore dal Presidente Mattarella, nel 2017. Dal 2015 dirige il Carnegie Endowment for International Peace, il think thank più autorevole al mondo (almeno, secondo uno studio pubblicato nel 2019 dalla University of Pennsylvania). Nel 2019 ha pubblicato le sue “memorie di un diplomatico”: The Back Channel, stampa Penguin Random House, dove “racconta, con dettagli romanzeschi e analisi incisive, i momenti fondamentali della sua carriera… dai dispacci dalla Cecenia al centro strategico di Gheddafi nel deserto libico alla guerra in Iraq, il libro contiene rivelazioni che ridisegnano la nostra comprensione della storia recente”. Naturalmente, sono fioccate rose, in Niagara: “Il suo incredibile esempio è un monito per le generazioni a venire”, scrive Madeleine Albright, Segretario di Stato sotto Clinton; “Da uno dei nostri diplomatici più esperti, un libro decisivo per il rilancio della diplomazia come ‘prima risorsa’ dello Stato”, ha scritto l’onnipresente Kissinger. Burns sostituirà Gina Haspel, granitica guida della CIA dal 2018, nei gangli dell’intelligence dai primi Ottanta, come agente sotto copertura in Etiopia, Turchia, Asia centrale. Di fatto, è Burns ad aver dettato a Joe Biden i nodi prioritari della prossima politica estera. Nel giugno del 2020, intorno all’uccisione di George Floyd, attraverso il Carnegie, Burns ha scritto parola di quieta correttezza: “L’omicidio di George Floyd, e il dolore e la rabbia che gli americani hanno giustamente espresso in risposta, ha sottolineato ancora una volta le profonde ingiustizie, il razzismo sistemico e la polarizzazione che da lungo tempo affliggono la società americana. Purtroppo, questo non è un incidente isolato, una singola aberrazione. È il monito di quanto ancora dobbiamo spingerci, di quanto duro lavoro dobbiamo fare per porre fine all’ingiustizia e alla diseguaglianza che erodono la dignità umana”.

Bisogna, come sempre, leggere tra le righe gli interventi che William J. Burns ha pubblicato, soprattutto quest’anno, nel think than che dirige e sulla rivista “The Atlantic”. Uno degli articoli più incisivi, che costituisce quasi un ‘programma politico’ di azione in affari esteri, è stato scritto da William J. Burns lo scorso luglio, s’intitola A New U.S. Foreign Policy for the Post-Pandemic Landscape. La visione di Burns è, va da sé, anti-Trump:

“Si è tentato di ipotizzare scenari radicali su come evolverà la geopolitica dopo la pandemia. Alcuni sostengono che stiamo assistendo all’ultimo sussulto del primato degli Stati Uniti, equivalente al ‘Suez Moment’ del 1956 per la Gran Bretagna. Altri ritengono che gli Usa, principale motore dell’ordine internazionale dopo la Guerra Fredda, siano soltanto temporaneamente inabili, con un presidente ubriaco al volante. Domani, una guida più sobria potrebbe risolvere la situazione”.

Alla rapida analisi del contesto cinese – “Il presidente Xi Jinping ha represso duramente Hong Kong, allunga i muscoli militari lungo il Pacifico occidentale, aumenta la temperatura dei conflitti sul confine indiano, ha scartato la strategia del ‘mi nascondo e attendo’ dei suoi predecessori” –, russo – “Crollo del mercato petrolifero e cattiva gestione della pandemia hanno indebolito Putin, rendendo la sua economia unidimensionale e la sua politica stagnante” – ed europeo – “L’Europa è stretta tra una Cina aggressiva, una Russia remissiva e gli Stati Uniti indecisi” – Burns propone la sua soluzione in tre mosse, a partire da un concetto: “Le sfide che gli Stati Uniti devono affrontare sono più complicate di quelle della Guerra Fredda… America First non ha funzionato perché significa Trump prima e l’America con gli americani da soli”.

Prima mossa di Burns: Ridimensionamento. “Ridurre drasticamente gli schieramenti militari globali, eliminare alleanze obsolete, frenare il nostro zelo missionario nell’esportare la democrazia. Ridurre le spese significa abbandonare un arrogante nazionalismo e capire che le altre potenze continueranno a costruire sfere di influenza – e a difenderle. Più che sconfiggere minacce e avversari, gli Stati Uniti devono imparare a gestirle”.

Seconda mossa. Restaurazione. “Gli Stati Uniti non godono più di un dominio planetario impareggiabile, ma i differenziali del potere sono ancora a nostro favore. Nonostante l’autolesionismo, abbiamo ancora l’esercito più forte del mondo, l’economia più influente, il sistema di alleanze più ampio, il soft power più efficace… Eppure alcune domande permangono. Il popolo americano ha cuore, stomaco e risorse per affrontare una lotta cosmica contro l’autoritarismo cinese? Fino a che punto gli alleati statunitensi sono disposti – e in grado – a unirsi in questa causa comune? La moderazione è un invito al disordine o un’arma per arginarlo?”.

Frederic Edwin Church, Our Heaven Born Banner, 1861

Terza mossa. Reinvenzione. “Gli Stati Uniti non possono più condizionare gli eventi come un tempo. L’amministrazione Trump ha fatto più danni ai valori, all’immagine e all’influenza degli USA più di qualsiasi altra amministrazione con cui ho lavorato. Eppure, gli States restano il luogo migliore in cui mobilitare coalizioni e navigare tra le rapide geopolitiche del XXI secolo. Il nostro lavoro, ora, è quello di reiventare lo scopo e le pratiche del potere americano, trovando un punto di equilibrio tra le nostre ambizioni e i nostri limiti… Il benessere della classe media americana deve essere la guida della nostra politica estera. Dobbiamo spingere per una crescita economica più inclusiva, che riduca i divari di reddito e di salute, anche se ciò non significa voltare le spalle a commercio e integrazione economica globale… Prevenire l’ascesa della Cina è al di là delle capacità degli USA: le economie dei due paesi sono troppo intrecciate per separarsi. Gli States, però, possono plasmare l’ambiente che circonda la Cina, approfittando della rete di alleati nell’Indo-Pacifico, dal Giappone alla Corea del Sud all’India”.

Gran finale: “Armata di un chiaro senso delle priorità, la prossima amministrazione dovrà reinventare alleanze e partnership, a costo di scelte difficili. Bisognerà agire con una disciplina che spesso è mancata durante il pigro dominio della Guerra Fredda. Se ‘America First’ continua a rimbombare sui rottami avremo flotte di demoni da esorcizzare: la nostra arroganza, la volontà imperiale, l’indisciplina, l’intolleranza, la disattenzione per la salute interna, il feticcio degli strumenti militari, il disprezzo vero l’arte diplomatica. Eppure, abbiamo la capacità di guarire e ripartire. Per plasmare il nostro futuro – prima che sia deciso da altri”.

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