"In Ucraina, Erdoğan dovrà scegliere da che parte stare". L'analisi di Daniele Santoro

Coordinatore Turchia e mondo turco, per la Rivista italiana di geopolitica "Limes", Daniele Santoro spiega che la strategia di Ankara, in bilico tra Nato e Russia, potrebbe non funzionare più.
Coordinatore Turchia e mondo turco, per la Rivista italiana di geopolitica "Limes", Daniele Santoro spiega che la strategia di Ankara, in bilico tra Nato e Russia, potrebbe non funzionare più.

Buongiorno Daniele. Tradizionalmente i rapporti tra Russia e Turchia non sono mai stati idilliaci se pensiamo alla Guerra di Crimea e alle sanguinose guerre Russo Turche dei secoli XVIII e XIX. Alla luce del riconoscimento delle Repubbliche Indipendentiste di Donetsk e Lugansk da parte del Presidente russo Putin, la Turchia di Erdoğan come sta vivendo questa situazione di grande tensione e disordine nelle zone contese tra Kiev e Mosca?

Per la Turchia la crisi in Ucraina è sempre stato un problema importante. Lo era anche prima del riconoscimento da parte russa delle repubbliche autoproclamatesi indipendenti di Donetsk e Lugansk. Questo avvenimento rappresenta per Ankara la crisi più rischiosa dell’ultimo decennio, se non dalla fine della Guerra Fredda, e questo per varie ragioni. Turchia e Russia negli ultimi anni erano in qualche modo riusciti a mantenere in piedi un “modus vivendi” basato principalmente su accordi più o meno sottobanco, atti a gestire con reciproco vantaggio i vari teatri di crisi nei quali erano coinvolte entrambe, quindi in Libia, in Siria e persino nel Caucaso. L’Ucraina è una questione diversa perché qui per la Russia gli interessi non sono solo strategici, ma vitali per la propria esistenza. In questo quadrante Putin non permetterà a Erdoğan di sviluppare accordi capaci di tutelare gli interessi turchi come già sperimentato in Siria.

Questo accade perché l’Ucraina, dopo Stati Uniti e Regno Unito, rappresenta uno dei principali partner militari di Ankara. Infatti in occasione dell’ultima visita di Erdoğan a Kiev, i due paesi hanno siglato un’intesa per la coproduzione dei droni di nuova generazione, successivi ai Bayraktar-TB2, i quali verranno dotati di motori di produzione ucraina. Lo stesso dovrebbe accadere per l’aereo da guerra senza pilota che la Turchia sta sviluppando al momento. Kiev è dunque per la Turchia un partner di primo livello. Nella peggiore delle ipotesi, ossia se i Russi arrivassero a Kiev o se comunque riuscissero a destabilizzare l’Ucraina a tal punto da “riprendersela” del tutto – magari attraverso un cambio di regime – per Ankara sarebbe una catastrofe, dato che essa è il maggiore investitore straniero in questo paese. Gli Americani non sembrano così intenzionati ad arginare la Russia, dunque vi sono tutti i fattori per una variazione degli equilibri di potenza tra gli “inquilini” del Mar Nero a favore di Mosca e della sua rinnovata flotta. Così Putin disporrebbe di una leva in più, oltre a quelle che già possiede, per orientare il comportamento della Turchia ed eventualmente di sanzionarla in caso di atteggiamenti che contrastino con i propri interessi nell’area.

Questo spiega perché Erdoğan si sia scagliato, anche verbalmente, con violenza contro il riconoscimento russo delle repubbliche autoproclamatesi indipendenti di Donetsk e Lugansk. Nonostante ciò, Ankara dovrà cercare un accordo con Mosca, perché, come ho già detto, gli Americani non sembrano intenzionati di bloccare la Russia in senso militare. Questa è una crisi in cui si palesa la difficoltà che sta incontrando la strategia di Ankara nel suo stare in bilico tra Nato e Russia.

Al di là dei legami economici, qual’è il legame sentimentale che intercorre tra Turchia e Crimea?

La Turchia considera la Crimea parte del mondo turco, data la presenza, in questa penisola, di circa trecentomila – probabilmente di più – tatari di etnia turcica. Non a caso l’Ucraina, lo scorso anno, ha fatto richiesta ufficiale per essere ammessa come membro osservatore nell’Organizzazione degli Stati turchi, che raccoglie appunto gli stati a maggioranza turcica e nella quale è per altro presente anche l’Ungheria come osservatore. La connessione al progetto panturanico di Ankara è molto forte ed è assicurata dalla diaspora tatara in Turchia – consistente di due o tre milioni di residenti – che pone in essere una forte pressione di lobbying sul governo di Erdoğan. Al di là di questo, l’Ucraina è stata, per un secolo e mezzo circa, sottoposta più o meno direttamente alla sovranità ottomana. Vi è dunque una forte profondità storica nelle relazioni tra Kiev ed Ankara, che è incarnata da una figura in particolare: Hürrem Sultan, nota in Occidente come Roxelana, moglie ufficiale di Solimano il Magnifico. Ella fu di origini ucraine e durante l’apogeo dell’Impero Ottomano giocò un ruolo fondamentale.

Di fatto, dopo il Sultano, ella era la figura più influente sulle decisioni della corte ottomana. In Ucraina dal 2014 al 2017 è stata trasmessa una serie tv incentrata sulla storia di questa donna e che ha contribuito in qualche modo a far riscoprire agli ucraini le relazioni dimenticate tra la Sublime Porta e Kiev. Vi sono dunque forti legami di carattere storico, ma d’altra parte per la Turchia, in termini strategici, l’Ucraina è fondamentale perché rappresenta il baluardo contro lo scivolamento della Russia verso i Balcani. Una volta aperta l’Ucraina, nel XVII secolo, i russi sono riusciti a espandersi gradualmente verso la Romania ed infine ad accamparsi alle porte di Istanbul nel 1878. Per i turchi in questa fase è fondamentale che l’Ucraina non sia russa, perché se Mosca estendesse la propria sovranità su Kiev, anzi tutto diverrebbe potenza dominante del Mar Nero e quindi potrebbe potenzialmente esercitare una pressione sui Balcani orientali. Da qui, una classica manovra a tenaglia attorno l’Anatolia, come già accadde in epoca ottomana, dal Caucaso ai Balcani orientali, per l’appunto. Questo spiega il fatto per cui, malgrado le ottime relazioni sviluppate con la Russia nell’ultimo decennio, Erdoğan non abbia mai riconosciuto l’annessione russa della Crimea. Per Ankara come dicevo prima, Kiev è fondamentale anche perché – rispetto alla Siria dove la presenza russa è transitoria – se i russi si installassero in questo territorio si creerebbe una dinamica di carattere strutturale a lungo termine. Questo è un’aspetto che viene abbastanza sottovalutato, perché con un’Ucraina russa si modificherebbe anche l’equilibrio geopolitico del Mar Nero in favore di Mosca. A questo punto chiudendo l’accesso di Kiev al Mar Nero e quindi i collegamenti con i porti della costa settentrionale dell’Anatolia, la Russia diverrebbe potenza egemone della regione. Questo naturalmente porrebbe un’ulteriore responsabilità sulla Turchia, perché a questo punto Erdoğan sarebbe costretto rivedere i propri legami con la Russia, in una fase in cui però, non può permetterselo, e questo Putin lo sa perfettamente.

Oggi, soprattutto alla luce delle complicatissime relazioni con gli Stati Uniti, la Russia è un partner fondamentale per la Turchia, per ragioni commerciali, ma anche energetiche. I russi stanno costruendo la prima centrale nucleare turca in Anatolia, ad Akkuyu; hanno inoltre di recente fornito ad Ankara i famosi S-400 in un momento in cui gli Americani si rifiutano di vendere gli F-35, e probabilmente anche gli F-16, ad Erdoğan. Putin si offre di supplire a queste mancanze, proponendo alla Turchia di acquistare aerei da guerra russi, ma anche sottomarini ed eventualmente di cooperare alla produzione dell’aereo da combattimento di quinta generazione di manifattura anatolica. Come se non bastasse i russi si sono offerti di sostenere il programma spaziale della di Ankara, che quindi in questa fase non ha i mezzi per antagonizzare direttamente Mosca, anche se per ragioni strategiche dovrebbe farlo. Le azioni della Russia in Ucraina pongono la Turchia di fronte ad un dilemma lancinante, al quale evidentemente non c’è una soluzione indolore. I turchi non posso né alienarsi la Russia, né tanto meno permettersi di legittimare le sue mosse nel Donbass, e questa è una posizione davvero molto scomoda.

Putin ha mosso un altro scacco matto, questa volta verso il suo amico-nemico Erdoğan, che su questo fronte parrebbe davvero avere le mani legate. Se dunque la crisi ucraina non si risolverà a favore della Turchia, è possibile che il leader turco cerchi di riconoscere qualche altra direttrice d’espansione? Magari nel Mediterraneo allargato, dove negli ultimi anni l’ex Sublime Porta è stata molto assertiva. Qual’è la tua opinione al riguardo?

La mossa di Erdoğan per provare a compensare a questa situazione ci è già stata, ed è stata quella di ristabilire i legami con Israele. Di fatto i rapporti tra Ankara e Tel Aviv stanno entrando in una nuova fase. A inizio marzo il presidente israeliano visiterà la Turchia e sarà il primo in quindici anni a farlo. Questo può essere rilevante perché come gli stessi Israeliani sottolineano, la ragione sociale di questo nuovo asse turco israeliano sarebbero il Caucaso e l’Asia Centrale in funzione anti iraniana. Per gli Israeliani è fondamentale estendere la profondità difensiva nei confronti dell’Iran e quindi cercare, in una certa misura, di accerchiarlo tatticamente. La Turchia può offrirsi ad Israele come sponda alla quale appoggiarsi per la realizzazione di questo progetto in cambio naturalmente del sostegno israeliano a quello che è l’obbiettivo turco in Asia Centrale, cioè infastidire i russi. Erdoğan potrebbe recuperare margini negoziali con Mosca rafforzando la propria penetrazione in Kazakistan, Uzbekistan e nel Caucaso. Questa carta, però, nel medio lungo periodo è un’arma un po’ spuntata, dato che l’Azerbaijan, che è il paese a maggioranza turcica più orientato verso la Turchia, si sta muovendo per firmare l’accordo di amicizia e cooperazione con la Russia. Ciò segnala che vista la determinazione con la quale Putin sta agendo in Ucraina, è meglio per loro mantenere buone relazioni con il Cremlino, e certamente non prestarsi a diventare cavalli di troia o comunque offrire sostegno ad incursioni anti russe da parte di Turchia e Israele.

Certamente in questo periodo Erdoğan cercherà di spostare il confronto indiretto con Putin in altri quadranti, fermo restando però che Mosca dispone di molte armi per punire Ankara. I Russi possono tornare a bombardare Idlib in qualsiasi momento, generando nuove ondate di profughi verso Ankara, destabilizzando quella che potremmo chiamare la Siria turca. L’unico sviluppo che potrebbe in una certa misura aiutare Ankara sarebbe una distensione delle relazioni con gli Stati Uniti e quindi ottenere il sostegno più o meno diretto di Washington per la penetrazione in Asia Centrale. La normalizzazione dei rapporti con Israele va in questa direzione, e questo significa, come negli anni novanta, recuperare credito presso il Congresso americano che in questa fase è molto anti turco.

Certamente la Russia resta “ in vantaggio ” e per Ankara c’è da sperare che la situazione si risolva con un’annessione de facto dell’oriente ucraino e soprattutto che non si vada verso un conflitto aperto. Se la Turchia venisse coinvolta in uno scontro di questo genere verrebbe anzi tutto sanzionata pesantemente da Mosca. Inoltre i droni Bayraktar tanto efficaci in Libia e in Nagorno Karabakh, avrebbero un impatto piuttosto irrilevante e la Turchia rischierebbe di fare una figuraccia. La forza militare turca è efficace esclusivamente nei conflitti a bassa intensità e in uno scontro di massimo livello, e quindi di guerra diretta, come potrebbe accadere in Ucraina, la Turchia ne uscirebbe umiliata.

A proposito della Libia, la nostra Penisola in questo preciso momento storico manca di profondità strategica, dato che sia Tripolitania che Albania sono ormai caduti nell’orbita turca. Questa nostra vulnerabilità quanto rischia di acuirsi con la crisi in atto?

La Turchia negli ultimi anni si è impossessata di quello che è stato lo spazio imperiale italiano ovvero della sua profondità strategica. I turchi stanno con tutti e due i piedi in Tripolitania e sono ormai dei vicini marittimi del nostro Paese, oltre ad essere penetrati in profondità nei Balcani. Turchia ed Albania hanno stretto un accordo che di fatto trasforma le forze armate albanesi in una succursale di quelle turche, insieme ad esse modernizzate. Il governo di Tirana si è impegnato ad acquistare quasi esclusivamente armamenti di produzione turca. Un accordo simile è stato posto in essere anche con la Macedonia del Nord. In Bosnia, anche in ragione delle ultime fibrillazioni separatiste innescate da Dodik, Ankara ha recuperato un ruolo centrale. Anche in Tunisia, nonostante il golpe che ha estromesso la Fratellanza Musulmana, la Turchia resta molto influente, essendo principale partner militare di Tunisi alla quale vende veicoli corazzati, droni e via dicendo. Erdoğan quindi certamente si è andato ad inserire in quello che dovrebbe essere il Nostro spazio privilegiato di azione, tuttavia ritengo che la Turchia in questo momento sia particolarmente sovraesposta e più che minacciare Roma intenda attirarla in una forma di cooperazione in Nord Africa, specialmente in Libia. Ankara, come dimostra la normalizzazione dei rapporti verso Egitto ed Emirati Arabi Uniti, mostra cautela verso la Libia nella quale vi sono anche i russi. Erdoğan, in seguito al terremoto politico di Tobruk di queste ultime settimane, non ha mostrato di voler scegliere tra Dbeibeh e Bashagha. L’Italia è vulnerabile per ragioni interne, in quanto non riesce, come entità geopolitica, a concettualizzare e quindi visualizzare i propri interessi. La Turchia potrebbe essere un partner fondamentale, perché i turchi a certe condizioni permetterebbero al Nostro Paese di tornare in Tripolitania. Roma dovrebbe cogliere il senso della rivalità tra Ankara e Parigi e provare ad inserirsi nel mezzo per trarne un vantaggio.

Cosa ne pensi della “gara diplomatica” tra Erdoğan e Macron per l’aggiudicarsi del ruolo di mediatore nella crisi Ucraina. Qual è il tuo giudizio al riguardo? Chi vincerà questa “gara”, se così possiamo chiamarla?

La questione tra Erdoğan e Macron rientra in un discorso più ampio, ossia della rivalità creatasi tra Francia e Turchia soprattutto nel Mediterraneo, ma anche nel Caucaso. In realtà né Macron né Erdoğan dispongono di carte da giocare per costringere Putin ad un accordo capace di orientare il suo agire. La questione Ucraina è di massimo livello e probabilmente solo la Germania può influire in qualche modo in questo braccio di ferro tra Washington e Mosca, avendo con la Russia profonde relazioni di tipo economico. Ad ogni modo Berlino non sembrerebbe interessata a far valere il proprio peso politico, dato che i Verdi, almeno per il momento, sono i più filorussi nell’attuale coalizione di governo. Né Macron né Erdoğan hanno il potenziale per influire su questa crisi. Putin negozia direttamente con Biden e anche il tentativo turco di portare il capo del Cremlino e Zelenskij ad un tavolo negoziale comune è viziato all’origine perché è non già una questione tra Russia e Ucraina, bensì, come già detto, tra Russia e Stati Uniti. Putin non considera il suo omologo ucraino come tale. Questo non significa che l’Ucraina sia un pretesto, perché per la Russia essa è una questione fondamentale, però la questione va oltre. Attraverso questa crisi Putin vuole costringere gli Stati Uniti ad accettare nel medio lungo periodo un mondo basato sulle sfere di influenza e nella specie ad accettare una sfera d’influenza russa in Europa. Gli atteggiamenti di Erdoğan e Macron in questo momento sono per lo più scenografici, e sinora non hanno avuto conseguenze concrete.

Tornando all’asse tattico tra Turchia ed Israele, non rischia forse questo di essere un ostacolo alle ambizioni di Erdoğan nell’ergere il proprio stato a ruolo di guida alla civiltà islamica? Quanto potrà durare quest’alleanza?

I rapporti tra Turchia ed Israele dopo i fatti del 2010, quindi dopo l’assalto da parte delle forze speciali israeliani alla Mavi Marmara, la cooperazione militare tra i due paesi è certamente diminuita, ma sotto il profilo commerciale questa è rimasta fiorente. L’asse è tattico non tanto per le ambizioni di Erdoğan – che per gli israeliani restano comunque molto meno pericolose di quelle iraniane – bensì per il fatto che le alleanze nel Medioriente cambiano rapidamente. In questo momento Turchia ed Israele convergono nei loro interessi, contro la Russia e contro l’Iran, due antagonisti in comune. L’Iran è rivale nella Siria, dove la sua presenza è un enorme problema, ma lo è anche nell’Asia Centrale e nel Caucaso. La crisi tra Iran e Azerbaijan seguita alla seconda Guerra del Nagorno Karabakh che Turchia e Israele hanno di fatto combattuto insieme, dimostra che questa intesa tattica può funzionare nell’interesse dei due paesi. Nel Mediterraneo Turchia ed Israele potrebbero continuare più o meno indirettamente a combattersi. Il Presidente israeliano prima di andare in Turchia andrà sicuramente in Grecia e a Cipro per tranquillizzare questi due paesi sul fatto che su questo fronte poco cambierebbe per loro. Questa intesa non è tanto anti russa quanto anti iraniana. A fronte delle rinnovate esigenze strategiche della Turchia nell’Asia centrale, quest’intesa diventa in seconda battuta anti russa, così da accrescere il proprio peso politico nella Nato e di fronte agli Stati Uniti. La dimensione anti russa di quest’intesa sta crescendo anche sul lato israeliano, in quanto dalle ultime dichiarazioni di Israele, si è compreso chiaramente che a fronte di un conflitto russo-ucraino Tel Aviv non avrebbe dubbi circa lo schierarsi al fianco degli Stati Uniti e quindi dell’Ucraina. Sul quadrante siriano questa postura potrebbe avere implicazioni degne di nota se pensiamo che la Russia è sempre stata contraria alle incursioni aeree contro l’Iran e contro il regime di Assad.

A proposito di Asia Centrale. Mi viene in mente Enver Pascià e il suo tentativo di riunire i popoli di ceppo uralo altaico, proprio da queste parti, prima dell’ascesa di Kemal e quindi della sua rovina. Spesso Erdoğan è stato accostato a questa figura e proprio quest’area rappresenta per l’immaginario collettivo turco il luogo ideale per la concretizzazione del panturanismo. Quanto effettivamente l’idea di Turan può influire sui rapporti di potere tra le grandi potenze coinvolte in questo nuovo grande gioco?

Enver Pascià fu un personaggio geniale, ma in termini geopolitici e strategici ebbe sicuramente qualche mancanza. Fu un po’ un avventuriero, perché nel periodo degli avvenimenti a cui tu ti riferisci, Enver Bey aveva già perso il potere, scalzato via da Kemal. Il suo non fu che un tentativo folkloristico, ma del tutto irrealizzabile. È vero però che Turan, il panturchismo o panturanismo, quindi l’idea di riunire tutti i popoli di ceppo turcico sotto un’unica Grande Turchia, è sempre stato presente nell’immaginario turco. Lo fu sia nell’ultima fase dell’Impero Ottomano che durante il periodo repubblicano, caratterizzando in maniera significativa le idee di alcuni segmenti politici e dell’opinione pubblica. Oggi quest’idea ha guadagnato ulteriormente peso perché Ankara è più forte, più potente. Dalla fine della Guerra Fredda in Asia Centrale esistono degli stati indipendenti a maggioranza turcica come invece non era in periodo sovietico. Dopo il crollo del Muro di Berlino l’allora Presidente della Repubblica turco Turgut Özal, proclamava la nascita di una Grande Turchia estesa dai Balcani alla Muraglia Cinese. Erdoğan con questo c’entra abbastanza poco in quanto egli non è mai stato un panturanista. Egli interpreta esclusivamente i sentimenti prevalenti nell’opinione pubblica circa gli interessi concreti della propria nazione. Su questo punto, però, Erdoğan è molto influenzato da un signore che si chiama Devlet Bahçeli, capo fondatore dei Lupi Grigi, nonché Primo Ministro turco in carica a capo del partito nazionalista MHP. Questo personaggio pesa parecchio all’interno degli apparati turchi ed è inoltre il fautore della strategia politico propagandistica che fa da cornice ideologica all’agire di Erdoğan. Perseguire relazioni migliori ed incrementare l’influenza in Asia Centrale e nel Caucaso in virtù del legame etnico è un sviluppo ad ogni modo quasi naturale per la Turchia. Le opinioni pubbliche dei questi paesi di questa regione ritengono la Turchia un modello da imitare. Questi fattori creano dei discreti margini di manovra in un’area del Mondo particolarmente strategica.

Qui Ankara, cercando di penetrare nello spazio ex sovietico, ovviamente, cerca anche di rendersi utile agli occhi degli Americani per incrementare il suo peso politico. Tra le ambizioni e la concretezza dei fatti, però, vi è una grande distanza, perché come si è visto in Kazakistan  durante l’ultima crisi, i turchi non hanno toccato palla. Il Kazakistan ha richiesto l’intervento di truppe russe, non turche, quindi l’influenza su questi paesi non è ancora matura abbastanza per competere con il peso di Mosca. Questo accade anche nel Nagorno Karabach, dove la Turchia, pur avendo vinto le due guerre insieme con l’Azerbaijan contro l’Armenia, non viene riconosciuta da Baku come capace di fronteggiare direttamente la Russia, con la quale ha firmato un accordo di cooperazione, come già detto prima, per non inimicarsela in questo momento di crisi. Nel Caucaso e nell’Asia Centrale il confronto più importante è tra Cina e Russia.

Esiste allora un dossier nel quale la Turchia possa fare la differenza nel breve termine contro la Russia?

Non credo che ve ne siano, lo dimostra il fatto che Erdoğan si rifiuti di antagonizzare i russi sia direttamente che indirettamente. Durante l’offensiva a Idlib da parte russa nel 2020, quando buona parte dell’esercito e alcuni settori dello Stato Profondo, compreso lo stesso Bahçeli, chiedevano appunto un’azione contro i russi, Erdoğan ha escluso questa possibilità soprattutto alla luce delle complesse e difficili relazioni con gli Stati Uniti. L’unica cosa che può fare la Turchia è di ricordare alla Russia che se essa è per lei un partner fondamentale e viceversa, essendo paese della Nato in bilico tra occidente e oriente. Questo Putin lo sa molto bene e non rinuncerà molto facilmente alle relazioni con la Turchia.

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