Il ponte per l’Afghanistan

Reportage da Termez, Uzbekistan, al confine con l’Afghanistan. Il Ponte dell’Amicizia – su cui sfilarono in ritirata i sovietici – è diventato una porta blindata
Reportage da Termez, Uzbekistan, al confine con l’Afghanistan. Il Ponte dell’Amicizia – su cui sfilarono in ritirata i sovietici – è diventato una porta blindata

L’odore della guerra arriva fino a Termez. Si sente già tra le colline di polvere e roccia e soffia come un vento secco sulla piana del fiume Amu Darya. È la provincia di Surkhandarya, ultimo lembo dell’Uzbekistan sud orientale, un costone di terra che s’incastra nell’arido dell’Asia centrale, cuore di un mondo remoto da sempre. Quando c’era l’Unione Sovietica tutto taceva. Uzbeki, tagiki, kirghizi… odi e retaggi si fondevano sotto un’unica bandiera; una coperta rossa adattata su rilievi impervi e asperità. Un telo grande disteso con forza, per coprire alla meglio una fetta di mondo spigoloso e ignorato da tutti.

L’orlo scucito di quella bandiera finiva giusto a Termez, metà strada fra Samarcanda e Kabul e porta storica per l’Afghanistan. Meno di 100 km oltre il fiume c’è Mazar-i-Sharif dove inizia la guerra vera, quella troppo seria per essere fatta dagli stupidi.

Dal 1980 in poi non c’è stata tregua. Quando l’Armata Rossa passò il fiume, Termez era una città dell’Unione Sovietica ma il Ponte dell’Amicizia ancora non esisteva. Quando si è ritirata nel febbraio 1989, il generale Gromov lo percorse a piedi come ultimo uomo della 40a Armata. L’URSS si ritirava per sempre dall’Afghanistan e due anni dopo anche dall’atlante di geografia. La storia dell’umanità stava per cambiare pagina ma l’Afghanistan ne sarebbe rimasto fuori. Dopo l’11 settembre infatti “arrivano i nostri” con altri 20 anni di bombe: alfabeto cirillico o latino, alla fine è cambiato poco. Il ponte ha continuato comunque a segnare un confine, con i suoi tralicci di ferro bianco, con la sua ferrovia, coi suoi traffici lenti.

Le fotografie del servizio, dall’Uzbekistan, sono di Giampiero Venturi

Il ponte è fuori città. Una sola è la strada, non si può sbagliare. Dopo le colline che in terra uzbeka portano verso Denev e i monti a ridosso del Tagikistan, si scende a sud verso Termez; passate le indicazioni per l’aeroporto si punta direttamente alla frontiera con l’Afghanistan, oggi unico valico stradale esistente tra i due Paesi.

Per anni la zona di Termez è stata adottata dalla Luftwaffe, l’aereonautica di Berlino. La prima base militare tedesca fissa dopo la Seconda guerra mondiale. La Germania pagava 15 milioni di euro l’anno all’Uzbekistan per l’affitto dell’aeroporto riadattato dai genieri tedeschi per l’atterraggio di aerei grandi. La scelta del presidentissimo uzbeko Karimov di rimanere legato a Mosca e stringere al contempo la mano alla NATO fu visto come equilibrismo politico necessario per rimanere al potere. Così è stato.

L’orologio della storia però cammina sempre, anche se in Afghanistan talvolta a ritroso. Così la base aerea utilizzata per anni per inviare gli occidentali à la guerre, da un certo momento in poi è servita solo per portarli via. A questo esodo programmato si è aggiunto il fuggi-fuggi dei militari e della polizia di frontiera afgana, addestrata tra l’altro dalla nostra Guardia di Finanza. In tre giorni 50 tra aerei ed elicotteri in fuga delle forze armate afghane sono atterrati a Termez (Gazeta.uz). Materiale bellico di provenienza russa e americana con identiche insegne rosso-nero-verdi, si ammassa così, senza destinazione. A Ferragosto uno dei primi aerei che aveva provato a svalicare senza permesso era stato abbattuto dalla contraerea uzbeka (RIA Novosti). Un caos improvviso che si somma ad un caos endemico gestito negli anni.

Il lavoro dei genieri tedeschi per riadattare l’aeroporto finisce allora per tornare utile. Ora un centinaio di profughi sono accolti in grandi tende fuori Termez ma la fuga dei civili afgani in teoria potrebbe essere massiccia. Aerei da trasporto potrebbero arrivare a iosa. Solo in teoria però, perché se è vero che il caos è alle porte, alla fine quel che succederà è abbastanza chiaro. Probabile che il governo uzbeko chiuda tutto come fece nel 1996. Tashkent potrebbe rientrare nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, la “NATO” dei Paesi vicini ala Russia, da cui era uscito nel 2012 e tornare a prendere disposizioni da Mosca, più che dagli USA. Esercitazioni congiunte fra russi, tagiki e uzbeki si sono già viste. I talebani del resto hanno già preso il controllo delle frontiere oltre l’Amu Darya. È un salto all’indietro. Passerà solo chi deve: il Ponte dell’Amicizia diventerà una porta blindata e il mondo di qua troverà il modo per far transitare quello che serve.

Tutto cambia, tutto rimane com’è. Nessuno più di un afgano può capirlo.

Del resto la frontiera di terra uzbeko-afgana è l’unica nel nord che consenta il passaggio su rotte agevoli. La porta per il Tagikistan deve tener conto delle montagne e Tashkent offre più sbocchi di Dushanbe. A Ovest i passaggi per Turkmenistan e Iran sono lontani. A Est e a Sud nemmeno a parlarne. La lunghissima linea fra Pakistan e Afghanistan è filtrata dai TTP (i talebani pakistani) su “delega” del governo di Islamabad. È un confine che de facto non esiste e apre altri scenari.

La vita di tutti i giorni però continua, come sempre. Di solito, da queste parti si vedono poche donne in giro. Viceversa molti tubeteika, i copricapi a forma di carta di panettone tipici del Tagikistan. I tagiki, di origine persiana, sono numerosi. Si distinguono dagli uzbeki anche perché più minuti. Per vedere i pakol di lana e gli afgani che li indossano invece, bisogna arrivare al confine, oltre il ponte dove inizia l’Afghanistan, in teoria la terra dei pasthun. Cambia tutto, anche i cappelli.

In realtà il guazzabuglio etnico da queste parti è più complesso di un semplice crocevia frontaliero. Oltre l’Amu Darya la ripartizione dei gruppi ha inciso moltissimo sui disequilibri politici di Kabul. Per dirne una, a sud est di Termez in terra afgana c’è l’araba Konduz, rimasta roccaforte talebana anche dopo la caduta del primo regime nel 2001. Più a sud, verso Kabul c’è invece la Valle del Panjshir, tagika e persiana per cultura e regno del generale eroe Massoud, nemico storico proprio dei talebani. La Nazione è una sola, come ribadito da Abdul Ghani Baradar, il mullah capo momentaneo del governo talebano (liberato dagli americani tre anni fa) ma tra una valle e l’altra le rigidità riflettono radici antichissime. L’Afghanistan è a cavallo tra la cultura persiana e quella pasthun, blocco comune al vicino Pakistan, che si sviluppano in mille feudi tribali su dimensione locale. La morfologica difficoltà di comunicazione tra una provincia e l’altra rispecchia proprio questo destino al tradizionalismo che nonostante cambiamenti radicali nelle politiche centrali ha mantenuto il Paese uguale a se stesso nel tempo. Visioni ideologiche antitetiche e programmi internazionali non sono bastati per un processo di evoluzione sereno. Anzi, hanno aumentato se possibile l’endemica vocazione al conflitto. Monarchia, marxismo, sharia e sistema occidentale si sono alternati in meno di mezzo secolo, ma il ritorno rapido dei talebani dimostra che il tessuto sociale e culturale afgano è sempre lo stesso: parcellizzato, tribale e impenetrabile. In ambienti culturali occidentali (ma antioccidentali) si dice che la facile vittoria talebana sia indice di consenso popolare e di voglia di pace. Senza scambiare il consenso con la paura, in verità gli afgani non sanno proprio cosa sia la pace. Si spara da 45 anni, giusto l’aspettativa di vita media.

In tutta l’area non sono serviti nemmeno smottamenti etnici e giochi dall’alto. Lo sapeva bene Stalin che giocando a Risiko con le frontiere interne dell’Unione Sovietica ha lasciato in eredità più di uno strascico: Samarcanda ad esempio fu “spostata” in Uzbekistan, ma la popolazione di oggi rivendica ancora fieramente la sua natura tagika. Lo sa però soprattutto la gente comune che non si fida di nessuno se non dei propri affari. A Termez, città di traffici per decenni relativamente sicura, oggi ci si preoccupa per i blocchi doganali che governo e talebani imporranno nelle prossime ore. Violenze a parte, la vita si basa su piccole cose e ognuno guarda il proprio orticello. Alla guerra si fa l’abitudine, alla paura no. Un modo per sopravvivere bisogna trovarlo sempre.

Non potrebbe essere altrimenti. È stato così per ogni passaggio di potere a Kabul a partire dalla fine della monarchia nel ’73; è stato così con i sovietici arrivati a soccorrere il loro governo fantoccio ed è stato così dagli anni ’90 in poi con i talebani al potere o nascosti a combattere il governo voluto dalla NATO sulle montagne. Alla guerra ci si adatta; in special modo se pare connaturata alla natura dei luoghi come fosse una maledizione. In Afghanistan ce l’hanno portata i Greci, i Persiani, i Turchi, i Mongoli, gli inglesi i russi, la NATO. Tutti sono entrati, tutti si sono scottati ma nessuno è riuscito a rimanere. Sembra che qui sia sbagliato venire, anche perché alla fine diventa sbagliato andarsene.

Visto da Termez, intanto l’Amu Darya scorre. Largo quasi un chilometro scorre lento verso destra, verso ovest. Continua a bagnare i grandi piloni del Ponte dell’Amicizia per sfociare nel lago d’Aral, che però non esiste più. Insiste per tutta l’Asia centrale ma poi si perde e si asciuga nel caldo e nella sabbia così come le speranze dell’Afghanistan.

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