Il nuovo Grande Gioco

Il ritorno all’ «ordine talebano» può diventare una pistola puntata contro la Cina (confini dello Xinjiang musulmano), l’Iran (rivalità ideologica e religiosa) e la Russia (retaggio storico), dunque un fattore di instabilità nell’hearthland. Al momento tutti sono seduti al tavolo, il domani è quanto mai incerto. Questa è la scommessa della Casa Bianca.  

In molti lo avevano previsto, alcuni auspicato, ma nessuno credeva che la presa di Kabul da parte dei talebani sarebbe stata così veloce. Gli ultimi report delle intelligence occidentali avevano ipotizzato sei mesi e invece dal ritiro dei militari in missione per conto della Nato ne sono trascorsi soltanto tre. L’avanzata “degli studenti”, dalle province alla capitale, è stata fulminea. Eppure quei report, agli occhi di Joe Biden sono passati inosservati. In una discussione question time dell’8 luglio riportata dal sito della Casa Bianca, parlando del piano di “exit strategy” dei soldati statunitensi, il presidente democratico spiegava che il ritorno dei talebani non era un processo ineluttabile: “i 300mila soldati afghani sono addestrati – ben addestrati come qualsiasi esercito al mondo – e posseggono una forza aerea contro qualcosa come 75mila talebani”. E alla domanda in cui si tracciava un parallelismo col Vietnam replicava così: “non vedremo in nessun modo il personale diplomatico sollevato dal tetto della nostra ambasciata”. Un mese dopo queste dichiarazioni, la storia è un’altra. Vent’anni dopo l’invasione statunitense, Kabul è tornata nelle mani dei talebani, sul palazzo presidenziale sventola, la bandiera bianca con la shahada in nero, simbolo dell’Emirato, e in rete già circolano le fotografie che ci riportano a Saigon nel 1975 al momento dell’evacuazione del corpo diplomatico statunitense, dal tetto dell’ambasciata appunto.  

Aprile 2018, Afghanistan.

In realtà quelle di Joe Biden erano frasi di circostanza, perché il destino dell’Afghanistan era stato già scritto a Doha negli accordi di pace firmati il 29 febbraio del 2020 tra gli Stati Uniti e la delegazione dei talebani. In cambio del ritiro delle truppe straniere, Zalmay Khalilzad, delegato dell’amministrazione Trump chiedeva al Mullah Baradar l’impegno di questi ultimi a rinunciare a ogni legame con il jihadismo transnazionale. In sintesi, già un anno e mezzo fa, la Casa Bianca voltava le spalle al governo di Kabul – che ha sempre chiesto di sedersi al tavolo delle trattative -, legittimava politicamente Muhammad Yaqoob, figlio del Mullah Omar, l’Emiro che governò il Paese dal 1996 al 2001, e apriva il terreno al loro riconoscimento internazionale. Quella è la causa profonda che racconta le immagini, alcune strazianti, che stiamo vedendo in mondovisione. Altrimenti non si spiegherebbe come i talebani siano riusciti in cosi poco tempo a conquistare provincia dopo provincia, città dopo città, senza quasi sparare un colpo. I famosi 300mila soldati afghani addestrati in questi vent’anni si sono sentiti abbandonati, e di fronte all’avanzata dei talebani, hanno preferito disertare, così come il governo di Kabul non appena questi hanno accerchiato la capitale.  

Per vent’anni i seguaci del Mullah Omar, si sono nascosti nelle montagne, rifugiati nel Pashtunistan, dispersi tra i civili, e oggi tornano al potere con un consenso reale che proviene essenzialmente dall’Afghanistan profondo. E rispetto ai loro padri, i talebani di oggi hanno imparato l’arte della diplomazia. Esistono delle congiunture internazionali, degli attimi decisivi, che improvvisamente ti riportano dai margini della società al potere politico. Fu proprio il Mullah Omar che disse agli occidentali (e indirettamente ai suoi eredi): “voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”, e il Tempo, nella storia dell’Uomo, custodisce lo Spirito che solo chi conosce il territorio può comprendere. E questa concezione quasi metafisica vale ancora di più in un Paese che possiede una struttura tribale, etnica e religiosa, e percepisce la nazione come un concetto astratto, lontano, sradicato dagli usi istituzionali e i costumi sociali. Del resto Ashraf Ghani, ormai fuggito all’estero, veniva considerato uno straniero dai suoi nemici, un tecnocrate dai suoi avversari, un corrotto dai suoi alleati. Prima di diventare il presidente dell’Afghanistan, aveva studiato e insegnato negli Stati Uniti, per diventare poi un funzionario della Banca mondiale, infine un consulente per le Nazioni Unite. Ashraf Ghani è anche noto negli ambienti accademici per le sue pubblicazioni sul tema degli “Stati falliti” in cui tracciava la via della transizione politica collegata alla stabilità economica. Tra queste, le più celebri sono il libro Fixing Failed States: A Framework for Rebuilding a Fractured World e il paper Preparing for a syrian transition. Lesson from the past, thinking for the future.

Pubblicazioni teoriche, speculazioni intellettuali, che lette in queste ore, svelano l’ennesimo fallimento di un modello: quello dell’esportazione della democrazia. Se dunque la storia è un cimitero di aristocrazie, l’Afghanistan torna a essere la tomba degli Imperi. Vent’anni dopo, gli Stati Uniti lo hanno dovuto accettare, insieme alle conseguenze devastanti in termini di credibilità internazionale. Per i governi alleati, per gli Stati membri della Nato. Ma il rischio è anche calcolato, perché il ritiro voluto da Donald Trump, approvato da Joe Biden può essere perfettamente funzionale a un’altra strategia. Il ritorno all’ «ordine talebano» può diventare una pistola puntata contro la Cina (confini dello Xinjiang musulmano), l’Iran (rivalità ideologica e religiosa) e la Russia (retaggio storico), dunque un fattore di instabilità nell’hearthland. Al momento tutti sono seduti al tavolo, il domani è quanto mai incerto. Questa è la scommessa della Casa Bianca.  

Fonte: Articolo pubblicato su L’Indipendente


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