Sputnik V e Geopandemia

La rivista scientifica “The Lancet” certifica il vaccino prodotto dalla Federazione Russa, e ora Vladimir Putin può riavvicinarci all’Unione Europea “in nome della pace sanitaria”.
La rivista scientifica “The Lancet” certifica il vaccino prodotto dalla Federazione Russa, e ora Vladimir Putin può riavvicinarci all’Unione Europea “in nome della pace sanitaria”.

Il 2 febbraio sono apparsi sulla rivista scientifica The Lancet i dati riguardanti l’efficacia del vaccino russo Sputnik V. Un respiro tutto sommato di sollievo per il mondo e soprattutto per l’Europa: lo Sputnik V è efficace al 91.6 %. Prima di passare alla rilevanza politica di questa notizia, è doveroso un riassunto delle puntate precedenti. Nella corsa globale ai vaccini la Russia è stato il primo Paese a registrare un vaccino anti Covid-19: ce lo ricordiamo tutti quell’11 agosto quando Putin, in diretta con i ministri del suo governo, ha affermato che una delle una delle sue figlie aveva partecipato alla sperimentazione con risultati positivi. Quattro giorni dopo è iniziata la produzione dello Sputnik V da parte del “Centro Nazionale di Ricerca di Epidemiologia e Microbiologia di N. F. Gamalei” – che lo ha sviluppato – e del colosso farmaceutico russo “Binnofarm” (il 26 ottobre si è aggiunta anche la casa farmaceutica russa “Generium”). Mentre Stati Uniti d’America e Cina erano ancora al lavoro per lo sviluppo del proprio vaccino “nazionale”, senza perdere tempo il 19 ottobre il direttore generale de “Il Fondo Russo degli Investimenti Diretti” (fondo sovrano di investimenti della Federazione Russa creato dal governo nel 2011 per gli investimenti nelle maggiori compagnie e nei settori economici più importanti) Kirill Dmitrev ha dichiarato che il vaccino verrà prodotto “in India, Brasile, Corea del Sud (dalla quale il 13 novembre hanno fatto sapere che la produzione del vaccino russo sarà esclusivamente rivolta all’export), Cina e in un altro Paese”.

Successivamente sono iniziati lo stoccaggio e la produzione in Sudamerica. Dal 21 gennaio 2021 anche il Pakistan ha iniziato a produrre lo Sputnik V. Le dichiarazioni di Vladimir Putin come sempre hanno fatto scalpore in tutto il mondo. La Russia ha iniziato fin da subito a perorare la sua causa cercando di infondere fiducia nella propria scoperta (a partire dalle parole di Putin riguardanti la figlia, tra le prime a testarlo). Il 17 dicembre alla domanda se gli fosse già stato somministrato il vaccino, Putin risponde negativamente in quanto fino a quel momento non era stato ancora dato il via libera alla somministrazione alle fasce d’età superiori ai 60 anni. Dieci giorni dopo il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov fa sapere che il presidente farà il vaccino. Come al solito nel mondo e in Europa ci si è divisi nei classici schieramenti oltranzisti pro e anti Russia: da un lato quelli che già allora consideravano il vaccino russo una manna dal cielo e maledicevano la lentezza e l’incredulità dell’Occidente e dall’altro quelli che anche in questi giorni guardano a questo successo della Russia con ostilità e un po’ di rancore facendo molta fatica a capacitarsi del responso dell’Ema. In questo senso ha fatto molto scalpore il fatto che l’ambasciatore italiano in Russia Pasquale Terracciano si sia sottoposto allo Sputnik V stando alle sue parole “per motivi puramente personali”.  Ma prima di lui, in un’intervista al Fatto Quotidiano del 26 novembre, Vincenzo Trani, presidente della Camera di Commercio Italia-Russia, dopo essersi sottoposto allo Sputnik V, aveva dichiarato: “Mi avevano preannunciato lievi effetti collaterali come febbre e mal di testa. Invece sto benissimo. Che aspetta il governo ad acquistarlo?”

https://twitter.com/IntDissidente/status/1350129510486781952

La Russia è un sistema complesso, e il “putinismo” non è un dogma. Esistono incrinature sia sul piano nazionale che quello internazionale, e a differenza di quanto si legge sulla maggior parte dei quotidiani nazionali, queste non sono iniziate con e grazie al “caso Naval’nyj.” Le cause sono molteplici, alcune recenti e altre no: l’avvicinamento dell’Ucraina alla Turchia, i tentennamenti su un intervento militare in Bielorussia in difesa del presidente Aleksandr Lukashenko, il mancato appoggio militare in caso di conflitto all’Armenia (come invece stabilito da un patto bilaterale stipulato tra Federazione Russa e Repubblica Armena), la rivalità con la Cina e la Francia in Africa (si pensi al Mali e quindi alla recente l’apertura della prima base navale russa in Sudan dopo la chiusura dell’ultima base sovietica), la crisi di consenso interno (che è sempre bene specificare non si incarna e manifesta solo nel fenomeno Naval’nyj, ma è molto più complessa), la recente unificazione dei principali partiti d’opposizione quali “I Patrioti della Russia”, “Per la Verità” e “Russia Giusta”, rispettivamente capitanati da Gennadij Semigin, Zachar Prilepin e Sergej Mironov che hanno recentemente affermato di essere favorevoli all’inclusione di altri due partiti d’opposizione e cioè de “Il partito comunista della Federazione Russa” di G. Zjuganov e de “Il partito liberal-democratico della Russia” capitanato dall’eccentrico Vladimir Žirinovskij e infine i difficili rapporti con l’Occidente complicatisi dopo la crisi bielorussa, il referendum costituzionale del primo luglio e naturalmente il caso Naval’nyj.  Il fatto che l’EMA abbia ufficialmente certificato per l’Europa la tanto agognata efficacia dello Sputnik V conferisce a Putin la possibilità di presentarsi ancora una volta nel ruolo che preferisce: quello di saggio, forte e libero paciere impegnato nella risoluzione di tutti i conflitti mondiali. Tutto ciò si accorda perfettamente alle parole pronunciate al World Economic Forum ed è dimostrato dal repentino e (in)aspettato cambiamento d’atteggiamento dei principali Paesi europei nei confronti della Russia. In Italia, Franco Locatelli (Css), ha mostrato ottimismo e interesse a fronte dei risultati pubblicati sulla rivista The Lancet e invece molte criticità nei confronti dell’esperimento britannico volto a testare la combinazione dei farmaci Pfizer e Astrazeneca (come ha riportato il quotidiano La Verità). L’ex ministro italiano della Salute Roberto Speranza ha confermato questo atteggiamento favorevole dichiarando che “non dobbiamo avere timori delle origini dei vaccini, quello che per noi è importante è il passaggio Ema”.

Pasquale Terracciano, Ambasciatore italiano a Mosca

“La provenienza non deve spaventarci”: questa è la nuova narrazione dei politici europei. Che in generale il Paese di provenienza di qualsivoglia farmaco testato non ne infici l’efficacia è indubbio, ma a livello politico è impossibile pensare che la provenienza non giochi alcun ruolo nella “geopandemia”. Questa scelta comunicativa ha principalmente due finalità: rintuzzare il restante scetticismo nei confronti dello Sputnik V e mascherare a fronte del caso Naval’nyj l’inizio di una possibile collaborazione fra Unione Europea e Russia. Infatti, dopo la condanna di Naval’nyj a due anni e cinque mesi di carcere, il capo dell’Eliseo Emmanuel Macron aveva esposto alcune perplessità ad Angela Merkel circa la cooperazione russo-tedesca volta alla costruzione del gasdotto Nord Stream 2. In pochi giorni tutto è cambiato e il 21 gennaio, Angela Merkel afferma: “La Russia ha ora presentato domanda all’Ema. Ho suggerito che il nostro istituto Paul Erlich potrebbe sostenere la Russia in questa procedura all’Ema”. Il ministero della sanità tedesco inoltre ha reso noto che è stata discussa la possibilità di produrre il vaccino russo con l‘azienda tedesca IDT Biologika. Anche la Spagna, altro Paese dell’Ue, ha aperto al vaccino russo. Si ricordi en passant che l’Ungheria ha già autonomamente acquistato 40 mila dosi di Sputnik V appellandosi alla drammaticità dell’emergenza pandemica. La congiuntura attuale dà alla Russia la possibilità di diventare un partner molto importante: Vladimir Putin ha quindi l’occasione di riconsolidare in Europa la propria autorevolezza di leader affidabile e legittimo. Fenomeno non irrilevante se si considera che solo pochi giorni fa sono stati espulsi dalla Russia tre diplomatici europei e che l’amministrazione Biden deve ora mettere insieme “russo e sinofobia” e una politica più distensiva (e di contenimento allo stesso tempo) con l’Unione Europea, in particolare con l’asse franco-tedesco.


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