OGGETTO: Il vento svizzero e la pace rimandata
DATA: 17 Giugno 2024
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
AREA: Asia
All'indomani della Conferenza di Pace in Svizzera - che ha visto la firma del comunicato finale solo di ottanta su novantadue Paesi partecipanti - e nei giorni in cui Vladimir Putin ne ha parlato apertamente, di pace ancora nessuna traccia negli obiettivi dei governi. L'Occidente ringalluzzito sembra voler continuare a dare battaglia ancora per molto tempo.
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La guerra russa in Ucraina segna il suo terzo anno e, come ogni conflitto armato propriamente detto, ha registrato diverse fasi: da quella iniziale simil Blitzkrieg che, nelle speranze russe, avrebbe dovuto portare al “rapido” rovesciamento del Presidente Volodymyr Zelens’kyj; alla revisione degli obiettivi dell’Operazione speciale a causa delle impreviste e importanti difficoltà sul campo da parte dell’Armata Rossa; alla trionfale e tanto propagandata Controffensiva ucraina che ulteriori cambiamenti ha determinato nell’economia del conflitto; alla riorganizzazione dell’iniziativa russa, sempre più incisiva, che segna il momento attuale, determinante per le sorti dell’Ucraina e dell’Occidente, invischiato nel conflitto.

A ben leggere il conflitto e la sua cartina geopolitica, al di là della retorica bellica delle parti (guerra psicologica), si tratta di una fase di logoramento e di stallo che, riflettendosi inevitabilmente sulle energie e sulle risorse degli attori principali, è destinata a provocare cambiamenti epocali. La fase della stanchezza degli eserciti – soprattutto quello ucraino –, che rasenta le dinamiche del 1917, implica necessari, anche se su un piano tecnico-militare poco credibili, tentativi di costruire a tavolino una pace da sventolare come trionfo all’opinione pubblica mondiale; una pace che contempli solo “vincitori”. Sui contenuti di tale pace, ovviamente, le opinioni divergono a seconda delle prospettive e delle aspettative dei soggetti (principali e secondari) coinvolti, in un contesto geopolitico turbolento, che segna diverse e spavalde iniziative da parte delle potenze extraeuropee desiderose di ritagliarsi un ruolo egemonico in un eventuale nuovo ordine mondiale.

Il dato più rilevante nell’economia del conflitto, al momento, è dato dalla linea del Segretario di Stato americano Antony Blinken, che sancisce la possibilità per l’esercito ucraino di utilizzare le armi a stelle e strisce per colpire obiettivi militari oltre il confine – la famigerata linea rossa – al fine di contrastare efficacemente le iniziative russe su Kharkiv. Linea recepita favorevolmente dalla NATO e da alcuni Paesi dell’Europa dell’Est (Polonia su tutti); dall’altra parte, invece, si registrano avvertimenti e minacce dal carattere apocalittico sulle conseguenze derivanti dalle decisioni occidentali in questione. Mosse che, nello scacchiere geopolitico e nell’ambito della guerra psicologica, pur essendo scontate e politicamente dovute, si rivelano utilissime ai fini dell’impatto sull’opinione pubblica occidentale, sempre più infastidita da un conflitto che sente lontano ed estraneo. In vista dell’appuntamento delle elezioni del Parlamento europeo, poi, il tema della “pace” – senza contenuti realistici – è diventato, per molte formazioni politiche abituate a cavalcare l’onda, un ulteriore motivo “populista” da sventolare a un elettorato da tempo disaffezionato alla politica e “nutrito” prevalentemente dai Social network, a potenti dosi di Tik Tok, Instagram e Facebook (altro importante fronte della guerra psicologica).

La linea Blinken, dunque, si configura come un significativo peggioramento nella gestione della guerra russa; una grana di non semplice risoluzione, destinata a determinare un ulteriore rallentamento delle operazioni con la conseguente revisione di obiettivi, oltre ad altre perdite umane da giustificare presso un’opinione pubblica sempre più scettica circa la rovinosa iniziativa di Vladimir Putin. Dall’altra parte, occorre fare i conti con l’iniziativa militare russa, sempre più pressante e distruttiva; la stanchezza e l’esiguità di risorse militari, economiche e umane, nettamente inferiori rispetto al colosso russo e soprattutto vincolate agli aiuti occidentali, figli di una precisa linea politica, intorno alla quale i malumori iniziano a registrarsi un po’ dappertutto. L’asse Berlino-Parigi-Washington, malgrado le apparenze, scricchiola ed è destinato a reggere fino a quando reggerà la difesa ucraina, visto che, a dispetto della propaganda bellica, è sempre “Polemos” a ispirare la linea politica da seguire. Nel caso degli USA, inoltre, l’esito delle elezioni presidenziali in novembre pende sulle sorti del conflitto come la più classica delle spade di Damocle.   

Il quadro geopolitico scatenato dal conflitto afferma che Svezia e Finlandia, rompendo la tradizionale politica neutrale, fanno parte della NATO; per Ucraina e Moldavia, invece, si sono appena spalancate le porte dell’Unione Europea; Cina, Iran e Corea del Nord dalla parte della Russia, impegnata in Africa a tessere la propria tela di strategiche alleanze, nella speranza di indebolire il blocco occidentale e rafforzare il blocco BRICS.

Roma, Maggio 2024. XVIII Martedì di Dissipatio

Sono tutti fattori che determineranno gli esiti all’indomani della conferenza sulla pace in Svizzera, un summit fortemente voluto da Kiev, screditato dalla Russia e strategicamente boicottato dalla Cina. Nonostante i punti ufficiali all’ordine del giorno, diversi sono gli scenari che il vento svizzero potrebbe portare.

Un primo scenario, di fatto, potrebbe essere caratterizzato da un passo indietro, da parte di Zelens’kyj, sulla questione territoriale con il consequenziale riconoscimento all’Ucraina del pieno status europeo, una via privilegiata per l’ingresso nella NATO e la promessa di ingenti crediti occidentali per la ricostruzione del Paese, a mo’ di miracolo economico post guerra. Uno scenario che sul piano del realismo politico implicherebbe il sacrificio dei territori occupati dai russi per un futuro pienamente europeo e finalmente svincolato dalle storiche e pesanti ingerenze del vicino di casa. In altri termini, l’implicito riconoscimento della corrente situazione territoriale in cambio di un futuro occidentale, lontano dalla Russia. Chiaramente, ciò rappresenterebbe una sostanziale “dolce” sconfitta per Zelens’kyj, per i fautori della “vittoria” e per il diritto internazionale, stracciato dal ritorno del principio della forza nel vecchio continente.

Un altro scenario, invece, potrebbe implicare un ulteriore implemento di mezzi e risorse occidentali contro la Russia, nell’ambito di un vero e proprio patto occidentale antirusso, caratterizzato da nuove e più importanti strategie militari, in continuità con la linea dura, al fine di contrastare efficacemente, sul campo di battaglia, l’iniziativa di Putin, in una guerra di logoramento destinata ad allargarsi a macchia d’olio con conseguenze imprevedibili per tutti.

Nel mezzo i tentativi di operare una mediazione non proprio “disinteressata” e, a ogni modo, poco credibile e “pacifica”, da parte di Cina e Turchia, pronte a ritagliarsi un ruolo di primaria importanza in un prossimo e agognato ordine mondiale, non più a guida stelle e strisce, e, naturalmente, a spese dell’Europa. Quindi, lo Stato del Vaticano, diplomaticamente molto attivo per la causa della pace, anche se storicamente sterile nel partorire soluzioni politicamente realistiche e funzionanti.

Ernst Jünger, nel 1941, mentre l’Europa bruciava nel fuoco, lanciava un appello alla riconciliazione e alla pace, scrivendo:

«Forse mai prima d’oggi una generazione, i suoi spiriti riflessivi e i suoi uomini guida sono stati investiti di una responsabilità tanto grande come ora che questa guerra volge al termine. Certo nella nostra storia non sono mai mancate le decisioni difficili e gravide di conseguenze. Mai però da queste era dipeso il destino di un numero enorme di persone. La conclusione di questa pace interesserà, nel bene e nel male, chiunque viva sul pianeta, e non lui soltanto, ma anche i suoi lontani discendenti. Si può ben dire che questa guerra sia stata la prima opera collettiva dell’umanità. La pace che la conclude dovrà essere la seconda. […] Se dunque la pace deve portare a tutti prosperità, occorre allora che posi su fondamenta semplici e universali.»

Oggi è evidente che quanto espresso ne “La pace”, oltre a essere un bellissimo abbaglio costruito sul sentimento del contesto storico-politico del tempo, difettava significativamente di una piena comprensione di “Polemos” e dei suoi inappellabili responsi, che arrivarono, puntualmente, quattro anni dopo, a prescindere da tutto e da tutti.

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