OGGETTO: Le responsabilità dei palestinesi
DATA: 07 Novembre 2023
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Il conflitto scoppiato il 7 ottobre non era inevitabile. E se le colpe degli israeliani sono note, quelle dell'altra parte vanno ricordate.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Secondo il presidente dello Stato di Israele, Isaac Herzog, sembrerebbe che la popolazione palestinese della Striscia di Gaza sia corresponsabile delle azioni terroristiche di Hamas, dato che ha affermato, nella conferenza stampa del 12 ottobre, che la popolazione «avrebbe potuto ribellarsi, avrebbe potuto combattere contro quel regime».

La stessa strategia dello Stato maggiore israeliano sembra dare supporto a questa affermazione, con l’attuazione dei bombardamenti a tappeto che colpiscono anche i campi rifugiati, ultimo quello di Jabalia, in cui l’obiettivo militare sembra essere solo quello di punire la popolazione civile e affossarne il morale, vecchia tattica militare novecentesca, inaugurata dai tedeschi nella Seconda guerra mondiale contro le città di Varsavia, Rotterdam e Coventry e poi presa a modella dall’aviazione Usa nelle città di Amburgo e Dresda, che furono ridotte in cenere con le bombe al fosforo.

Per capire se il popolo palestinese sia o meno corresponsabile si può prendere in prestito il paradigma che Norberto Bobbio teorizzò per giudicare i giovani italiani che scelsero di aderire alla Repubblica sociale di Salò, invece che dalla parte delle forze partigiane. Secondo il filosofo torinese, in opposizione a De Felice e Montanelli i quali ritenevano che quei ragazzi non avevano colpe a causa della loro giovane età, il giudizio andava fatto sulla moralità della causa.

Seguendo tale assunto, Ernesto Galli Della Loggia, in un editoriale del 29 ottobre sul Corriere Della Sera intitolato Pregiudizi d’Occidente sui palestinesi, ritiene che il popolo palestinese stia dalla parte sbagliata della storia. La società civile palestinese in più di ottant’anni – egli sostiene – non ha mai attuato una serie di iniziative politico-culturali per perorare la propria questione tramite l’attuazione di qualsiasi forma di disobbedienza civile, oppure organizzando incontri nelle capitali occidentali, ma di fatto ha sempre perseguito solamente un obiettivo: l’eliminazione dello Stato di Israele. Tale tesi non tiene conto che quando si parla di Hamas bisogna sottolineare che si parla di un movimento che ha instaurato una sorta di regime teocratico e di conseguenza è necessario fare degli opportuni distinguo, dato che il fattore religione ha un’influenza intellettuale e morale sui costumi dei palestinesi.

Oltre queste osservazioni, può essere affiancata un’indagine demoscopica sul consenso che Hamas ha nei territori palestinesi. In un sondaggio pubblicato su Foreign Affairs il 25 ottobre nell’edizione online, con il il titolo What Palestinians Really Think of Hamas – eseguito dai ricercatori Amaney A. Jamal, ricercatrice presso la Scuola di Affari Studi internazionali a Princeton e co-fondatrice dell’Arab Barometer e da Michael Robbins, direttore del medesimo – in un’indagine condotta direttamente all’interno della Striscia di Gaza e in Cisgiordania, tra il 28 settembre e il 6 ottobre, intervistando 790 cittadini palestinesi in Cisgiordania e 399 a Gaza, emerge che il 44% degli intervistati non sono soddisfatti dell’operato dell’amministrazione a guida Hamas, “they had no trust at all“, il 23% non sono molto soddisfatti “not lot of trust“, il restante 29% si ritiene invece soddisfatto. La larga parte degli intervistati, ben il 72%, ha dunque un giudizio negativo di Hamas, poiché lo ritengono responsabile della diffusione della corruzione all’interno delle varie amministrazioni e di non aver preso nessuna misura per risolvere i problemi socio-economici, in modo particolare all’interno della Striscia di Gaza.

Un’altra domanda riguardava quale sarebbe la scelta, se in un futuro fossero indette delle nuove elezioni per la presidenza dello Stato di Palestina: il 32% ha risposto che voterebbe per Marwan Barghouti, uno dei leader dell’ala sinistra di Fatah e attualmente incarcerato nelle carceri israeliane; il 24% voterebbe per Isma’il Haniyeh, il leader politico di Hamas, e solamente il 12 % per Mohamed Abbas, l’attuale presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dello Stato di Palestina. Agli intervistati è stata anche posta la domanda se siano o meno favorevoli a una eventuale soluzione a due Stati, ipotizzata nel 1993 negli accordi di Oslo. Ne risulta che il 54% sia favorevole a tale soluzione, ma con un ritorno ai confini esistenti prima della Guerra dei sei giorni del 1967.

Se ci si spinge anche oltre, nel regno della speculazione metatestuale, il dato risulta essere interessante a prescindere dalla preferenza degli intervistati, specie se interpretato come consiglio non richiesto da parte dei due ricercatori a chi si occupa del dossier Israele-Palestina nel Dipartimento di Stato Usa. A coloro, cioè, che stanno ipotizzando l’ideale soluzione della questione politica nella Striscia di Gaza dopo la conclusione delle operazioni militari da parte dell’esercito israeliano. La stessa pubblicazione del sondaggio su Foreign Affairs non è casuale, dato che la rivista è molto seguita, per usare un eufemismo, dagli apparati americani.

I più letti

Per approfondire

Alle radici di Hamas

Da associazione caritatevole a propugnatrice della lotta armata. La storia della milizia che ha incarnato la causa palestinese.

Il giocoliere turco

La guerra in Ucraina ha dato nuovo impulso a una tendenza pregressa: il processo di accrescimento del potere della Turchia. Mai così autocentrica.

Algoritmi che uccidono

L'intelligenza artificiale sta rivoluzionando il campo delle guerre ibride, influenzando la strategia e la tattica dei conflitti. Dalla localizzazione precisa delle truppe nemiche all'uso di deepfake per destabilizzare mercati finanziari e amplificare l'impatto psicologico sugli avversari, l'IA gioca un ruolo sempre più centrale. La capacità di manipolare masse e di condurre operazioni cognitive avanzate su piattaforme come TikTok dimostra come essa possa trasformare dispositivi domestici e algoritmi di rete in potenti armi di guerra.

La cantata dei giorni dispari di Gaza

Israeliani e Palestinesi combattono in una terra che Golda Meir, in un empito di umorismo ebraico, guardava sorridendo non comprendendo perché, pur così povera, fosse valsa 40 anni di espiazione divina nel deserto. È una guerra antica, che estende le sue radici nel tempo e che non troverà mai facile soluzione. Al momento, i due Stati sono un’utopia. Con gli occhi di Eduardo, il Mediterraneo attende il ritorno dei più felici giorni pari, mai tuttavia così impalpabili ed evanescenti.

Cosa rimane della guerra fra Israele e Iran

Con la fine dello scontro diretto con l’Iran lo Stato ebraico vince l’ennesima battaglia ma rischia di perdere la guerra più lunga della sua breve esistenza. Con la cessazione delle ostilità entrambi i contendenti adesso possono prendersi una pausa per leccarsi le ferite, sistemare le proprie vulnerabilità e prepararsi al prossimo, inevitabile, conflitto.

Gruppo MAGOG