La foresta ha una densità che l’essere umano non può comprendere, così come, al contrario, la scarsità di una foresta rimane incomprensibile a noi. Eppure, la passione per la frontiera, per i significati più profondi, più superficiali ed estesi – più primordiali –, riporta al centro della foresta.
Cercare un pensiero nel baccano delle foreste pluviali, dove sembra che ogni foglia stia fremendo. Bisogna entrare nella foresta.
Gian Marco Vismara Currò è un pensatore geloso, gelosissimo delle sue idee. Un filosofo che si raccoglie in un silenzio proprio delle foreste di conifere. Lontano dal frastuono, scrive i suoi pensieri con una certezza sibillina, fiero di un orgoglio personale. Un pensatore immodesto che non rende conto ad alcun tecnico universitario. Una ricerca senza professori da appagare la sua, senza vincoli esterni. Un independent researcher, come si definisce, che ha abbandonato le pose e i meccanismi dell’accademia per trovare una libertà e un’indipendenza che appartengono solo a chi va per le foreste. La conoscenza è una foresta per lui. La filosofia è una foresta; la foresta è la filosofia. Bisogna penetrare la foresta. In ogni stagione. Anche quando gli alberi vanno a fuoco, la temperatura è insopportabile e lingue di fuoco ostruiscono il passaggio.
La foresta può diventare un deserto. Incenerita. Un deserto di cenere. Il deserto avanza, ha scritto Heidegger. Attraversiamo il deserto.
Vismara Currò è un campione della precisione, della ripetizione del diverso, della chiarificazione e della distinzione delle differenze. Un monarchico, ma solo per provocazione, per riduzione. Il suo ultimo libro – Scienza, progresso e libertà (Mimesis, 2024) – è un prontuario per il pensiero scientifico. Saggi sul pragmatismo radicale, recita il sottotitolo. Lui, il pensatore assorto, con una disciplina monacale, è un polemista – ogni suo pensiero una provocazione.
La polemica è una caratteristica distintiva della sua vita, mi dice. La provocazione è una caratteristica temperamentale che si riflette in una maniera di pensare che non fa sconti a nessuno. Con una critica sincera e riottosa, pluralista e polemica, liberale e liberista, Vismara Currò attacca il linguaggio accademico, il realismo, il dualismo, il razionalismo scientifico odierno – e ogni assolutismo universale e definitivo.
“Tutti gli individui influenzano la storia, ma alcuni la determinano.”
I suoi studi rigorosi di economia e la sua deformazione professionale lo portano ad auspicare alla trasformazione della filosofia in un mercato concorrenziale di teorie, pensieri e prospettive – ma ambendo al progresso e intendendo questo mercato come una forza collettiva.
La filosofia è un modo di combattere, non un modo di camminare per i corridoi delle università, o di gestire con automatismi gli studenti. In Italia, un paese felice ma in declino, scrive Vismara Currò, esiste un modello ideologico, clientelare che regola i dipartimenti di filosofia e scandisce le regole della filosofia teoretica. Un paese dove “le università statali sono sempre più simili a degli ostelli per sbandati che a dei luoghi di lavoro”. L’insegnamento universitario arreca danno alla filosofia, producendo ciarpame, sostiene il pensatore romano.

Ma esiste una soluzione – traumatica e radicale. Cercando ispirazione nella sua patria spirituale, l’Inghilterra, dove resiste una gestione aziendalistica ed efficiente del sapere, Vismara Currò suggerisce una trasformazione in due fasi. In una prima fase sciogliere i dipartimenti di filosofia in quelli di altre scienze, pur preservandone “lo spirito genuinamente ozioso, creativo e disinteressato”. Questa dissoluzione dovrebbe liberare la filosofia. Nel mondo anglosassone, dice lui, hanno già recepito questa critica esterna e stanno cominciando a creare strutture universitarie decentralizzate, non legate alla burocrazia iper-statalista, che irrigidisce la filosofia. Recependo una critica esterna, si può tentare di governarla, dice Vismara Currò.
Quindi, in un secondo momento, creare un nuovo sistema digitale “decentralizzato di accrescimento e condivisione della conoscenza”. Slacciare la filosofia dalla burocratizzazione, e dalle ingiurie sociali e statali. Attraverso una critica della gestione verticistica della filosofia, bisogna allontanare la filosofia dalla riverenza verso la filologia dei professori e dalla ridondante erudizione delle ricercatrici. Abbiamo raggiunto un minimo storico nella filosofia, sostiene Vismara Currò: la produzione del sapere nell’accademia è automatica, segue direttive delle sovrastrutture culturali, spesso non c’è spazio per la nascita della nuova conoscenza. Bisogna riformare questa struttura obsoleta della gestione del sapere.
Il filosofo italiano appartiene a un insieme di pensatori che criticano l’università come un luogo del declino della cultura, dove il pregiudizio marxista ha avuto la meglio sugli altri pregiudizi e ora è abbracciato da professori e ricercatrici. Oltreoceano, gli intellettuali Jordan Peterson e Curtis Yarvin partono dagli stessi assunti per muovere dure critiche ai pregiudizi culturali delle università attuali. Bisogna distruggere la cattedrale del sapere, come la chiama Yarvin. Una critica che sotto alcuni aspetti è stata imbracciata anche dal governo statunitense guidato da Donald Trump. Da ultimo, apparsa nella guerriglia linguistica e nella schermaglia di email tra il governo repubblicano e Harvard.
Nelle sue critiche appuntite e puntuali, Vismara Currò, però, non risparmia nessuno. Un battitore libero. Avventato contro i reazionari quanto i democratici, i libertari anarchici e i comunisti, i repubblicani e gli aristocratici, i classisti e i socialisti. Con una polemica gentile, delicata, che dispensa provocazioni quanto analisi profonde della storia del pensiero, ricama un abito nuovo al pragmatismo. Una corrente della filosofia apparsa a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento con William James e F. C. S. Schiller, dicevano i manuali di storia della filosofia. Ecco, quei manuali sono da riscrivere. Il pragmatismo non è una corrente, non possiede termini assolutisti, ma è un paradigma antico quanto la storia dell’Occidente.
I primi pensatori occidentali e liberali – pragmatisti – sono stati i sofisti. L’essere umano come misura del mondo, l’avversione autentica alla concezione assolutista, platonica della verità. Ippia e Protagora iniziano a costruire un paradigma, con il linguaggio-persuasione che poi si coronerà in Cicerone, Voltaire, Bacone. Un paradigma anti-assolutista che respinge l’idolo della verità, che abbatte, nullifica ed evita le verità – inseguendo la conoscenza, le conoscenze; entrando nella foresta.
“Il pragmatista è colui che riesce a trasformare la propria sofferenza, disappunto e amarezza nelle più inesauribili fonti di altruismo.”
Il pragmatismo evidenzia l’aspetto pratico della vita. I costumi, i vestiti, gli usi mostrano molto di più di un individuo e del suo pensiero, che le sue parole. “La maniera in cui io imposto il mio discorso, che a un certo punto si traduce in un atteggiamento, quindi salta fuori dalla teoria, si manifesta nella pratica,” dice Vismara Currò.
Evitare i pregiudizi assolutistici nascosti nelle dottrine, porta alla formulazione di un’equazione: il pragmatismo è un esistenzialismo. La filosofia sorge dalla tragedia dell’esistenza, non dallo stupore e la meraviglia aristoteliche.
Scrivendo provocazioni, cercando l’alterco con l’ideologia dominante e usando i sotterfugi dell’attualità per fiaccare la narrazione del potere, il filosofo romano progetta una posizione filosofica a metà tra il progresso come condizione di ogni avvenimento storico e la conservazione come condizione necessaria di ogni teoria politica. Ovvero, “in contemplazione tra l’oscenità del progresso e l’ipocrisia della conservazione”, come scrive nel suo libro.
Vismara Currò indica una via, che è già stata percorsa e che attraversa la storia del pensiero occidentale. I paradigmi riappaiono. Bisogna entrare nella foresta, anche se fa freddo e l’umidità arriva fin alle ossa. Lui è un cacciatore di lucciole in una notte scura.